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Io non volevo vincere Sanremo

“Io non volevo vincere Sanremo”, ha risposto Achille Lauro a chi gli ha chiesto perché non avesse portato una canzone più “forte”.

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di Manuelita Maggio

Io non volevo vincere Sanremo”, ha risposto Achille Lauro a chi gli ha chiesto perché non avesse portato una canzone più “forte”.

Sanremo è un palcoscenico dal quale non è importante scendere vincitori per arrivare al pubblico.

(E qui non cederò alla tentazione di elencare tutti i vincitori di Sanremo caduti nell’oblio, risvegliati da inutili tentativi di tristi trasmissioni televisive.)

Achille Lauro ha deciso di sfruttare il palco di Sanremo per mandare un messaggio alle giovani generazioni, al SUO pubblico che non è fatto di ultracinquantenni innamorate di lui.

Da qualche anno non funzionano più i messaggi fatti solo di parole o di musica, bisogna parlare con le immagini, il corpo, il cuore, l’arte. Bisogna “mostrarla” la libertà che ci serve per andare avanti e cercare di vivere in un mondo più giusto.

Era stato già deciso che da quel palco sarebbero partiti messaggi precisi (che apparivano in qualche misura anche riparatrici delle gaffe ingenue dei giorni precedenti), per denunciare quella che è sempre stata e continua a essere la drammatica condizione femminile.

Un’ urgenza che arriva dopo anni di femminismo, lotte, manifestazioni, senza che  il numero di femminicidi sia diminuito. Sembra inascoltata la voce delle donne, forse anche di quelle che hanno provato a mandare messaggi da quel palco come Rula Jebreal.

Poi è arrivato lui e per quattro serate “ha parlato”, 4 minuti alla volta per creare lo storytelling.

La prima sera ha usato l’arte (gli artisti si travestono, ma eviterei paragoni azzardati con Renato Zero perché non si tratta di piume e lustrini e basta). Ha fatto riferimento al San Francesco del quadro di Giotto, là dove si spoglia dei suoi averi per essere libero di seguire la sua vocazione. L’ unico santo che si è completato con una donna, Santa Chiara “senza che luno intendesse mai prevalere sullaltro. Francesco accolse infatti nella sua essenza di uomo le qualità femminili di Chiara – tenerezza, sensibilità e pazienza, Chiara fece invece sue le doti maschili di cui Francesco era custode: la forza fisica (in parte tradita dallaspetto esile del corpicino) e morale, la ragione e lordine delle cose.”

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Ma è nella scelta della cover e del duetto che Achille Lauro ha mandato forte e chiaro il suo messaggio di amore verso le donne. Un testo inequivocabilmente femminile, di una grande artista che nella vita ha subito violenze fisiche e morali.

Canta “Sono statA anche io”, interpreta la bambina “sgangherata” parla a tutte le bambine sgangherate che dovranno avere un futuro diverso e a tutti gli uomini affinché non diventino quelli che “ti danno tutto quello che non vuoi”.

Sceglie Annalisa, una giovane e bravissima artista, non si avvale di cantanti entrati nell’olimpo delle cariatidi e del silicone, le lascia la scena, resta alcuni passi indietro, le lascia probabilmente anche una strofa che era sua. Lei è libera sul palco, da sola lì davanti, le prende il braccio solo alla fine per portarlo in alto.

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Per l’occasione si veste con abiti da uomo, Ziggy Stardust, l’alieno che arriva sulla Terra per portare il suo messaggio di libertà e cambiamento, di “mascolinità non tossica” come dice lui stesso.

«Volevamo dare il permesso a noi stessi di reinventare la cultura e trasformarla come volevamo. Con indosso un paio di enormi stivali».

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E poi la terza sera un’altra donna, dedita all’arte, alla stravaganza, amata, amante e libera, la Marchesa Casati, la prima divorziata italiana della chiesa cattolica che ebbe come unica vera alleata la sorella. Una donna che ha inciso sulla sua lapide: “L’età non può appassirla, né l’abitudine rendere insipida la sua infinita varietà».

Anche durante l’ultima serata Achille Lauro parla alle ragazze, porta l’esempio di una Regina, non di una principessa in cerca del principe azzurro, di una donna forte, sola, la regina vergine, senza marito. Per dimostrare che la donna  può essere Regina senza Re; può guidare un popolo e essere libera di scegliere di morire per lui.

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Ha pensato alle donne in ogni sua rappresentazione, lui ama e si fida delle donne, anche di sua madre che ora è l’amministratrice della sua agenzia: No Face.

E’ vicino a lei, lo racconta nel suo brano: 1969:

Ricompro la casa che ci hanno tolto
Perché non avevi soldi, a ma’
Entro a farti dei regali in quella boutique
Sto vivendo a ma’, lo so, è identico a un film
Oh sì, yeah, ah ma’, prendi ‘sta spesa, non fare l’offesa
Chi se ne frega, stasera sto qua. 

Ma allora è un vizio quel “chi se ne frega”?

No, anzi mi permette di parlare finalmente della sua canzone, quella dal titolo che solo dei faciloni potevano scambiare per una frase fascista.

Me ne frego è una canzone d’amore, è quello che un uomo dice alla donna di cui è innamorato Fai di me quel che vuoi sono qui, Faccia dangelo

David di Michelangelo, Occhi ghiacciolo, Dannate cose che mi piacciono

Ci son cascato di nuovo. 

Quel me ne frego significa lascio che sia così, faccio fare a te, rinuncio all’orgoglio maschile.

Un vero uomo che cede anche alle bizze della sua donna, per amore, Pour l’Amour, come ha tatuato sulla sua faccia.

Un pezzo che strizza l’occhio al punk con un grunge stralunato, cantato senza stonature con una voce piena di amorevoli imperfezioni. Non sarà LA musica, ma è musica per le nostre orecchie chi porta a Sanremo l’arte, le donne, l’amore, un uomo diverso. Credo che Achille Lauro, quello che di veloce non ha solo il piede, ma la testa, quello avanti, sia stato l’unico che non se ne sia fregato, a questo punto.

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