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Sanremo: Settanta, e basta!

Sanremo è un concetto snaturato, per eccesso di pescagione, volendo tutti e di più, facendo tutto e di più, il bastimento si è in fine arenato in una secca.

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© MARINA MAZZOLI
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Il Festival di Sanremo è finito, ed è finito lo stesso giorno in cui, quest’anno, è iniziato. L’ho già scritto su Huffpost, ma passata la nottata vorrei aggiungere altro.

Sanremo è un concetto snaturato. Prendi una gara di canzoni inedite, togli la gara, mettici i preascolti ed ecco che Sanremo si svuota di significato e diventa una trasmissione televisiva degna di capodanno. E si sa, a capodanno si esagera, si fa festa, si tira tardi, e ci veste in modo stravagante.

La gara non l’ha uccisa solo la spoilerata di Sky ma anche il fatto che siano andati avanti come nulla fosse sapendo che ormai tutti sapevano; cinquanta minuti di riempimento a che pro? Per mettere Diodato nella condizione di dover fingere un’emozione o una sorpresa in mondovisione? Forse per quello era bianco cadaverico. In imbarazzo forse, per come avrebbe potuto reggere la verità di un annuncio del vincitore, nella totale finzione?

La gara (lo dice la Treccani) è un “confronto competitivo fra due o più persone che cercano di superarsi a vicenda per conseguire un primato e per ottenere un premio”.

Se da una gara di canzoni togli la gara per le canzoni: la competizione dove si sposta?

Sulla spettacolarizzazione di tutto il resto, se levi la sostanza resta l’apparenza. Dunque, Sanremo appare come una gara ma non lo è.

Parliamoci chiaro: Fiorello non ha colpe, se non quella di essersi imbarcato su un bastimento con la fiducia (nemmeno tanta e si vedeva) di poter controllare il percorso in navigazione.

Continuando a sottolineare tutto (e tutto in “ismo” senza davvero inventare molto) Fiorello non ha fatto altro che confermare l’incaglio. Per eccesso di pescagione, volendo tutti e di più, facendo tutto e di più, il bastimento si è in fine arenato in una secca.

Sanremo va rivisto: alleggerito, accorciato, meno serate, meno ospiti, più concorrenti. Più gara!

Oppure meglio fermarsi e dire che Sanremo è fuori da questo tempo, o ammettere che è solo un varietà in mondovisione.

Sanremo ci è apparso come una pennellata di bizzarrie, eccentricità, fantasie e capricci, di cantanti che fanno un nuovo mestiere un poco strano: cantano senza voce e senza orecchio.

Una volta in queste condizioni nemmeno al coro della parrocchia.

Per molti cantanti che non hanno un approccio sacro a quel palco, altri meriterebbero più rispetto.

Su tutti Tosca, con la sua eleganza, la sua professionalità.

Tosca non ha perso, è solo andata a messa in una chiesa sconsacrata.

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Luisella Pescatori
Nella vita uno deve prendere presto coscienza di sé e sapere cosa perseguire, oltre ogni ragionevole ostacolo. A sei anni mi sono innamorata di Massimo Ranieri e senza sosta il mio giradischi arancione inghiottiva "Erba di casa mia", l'unica erba peraltro che io abbia mai assunto, anche negli anni a venire, ma che mi ha creato, parimenti, dipendenza. Da qui il mio sogno: un palcoscenico, un pubblico gli applausi e una grande passione per le operette che seguivo in televisione. Per gli esami di seconda elementare, ho imparato a memoria circa trenta poesie, da declamare alla commissione esterna: ammessa a pieni voti al triennio successivo. ​ I numeri non sono mai appartenuti alle mie determinazioni, ai miei interessi: non ho mai avuto un buon rapporto con loro se non attraverso le mia dita, fedeli complici nei compitini e davanti alla lavagna. Una colossale tonta numerica. Quando al posto dei numeri c'erano le lettere le cose andavamo bene, ero vincente. Nei temi in classe avevo sempre voti alti, ricordo un dieci per aver usato "parole difficili". La professoressa di matematica delle superiori apostrofava me e qualche compagna così: "Signorina lei è una capra", mi trovavo in una dimensione spazio temporale che non mi apparteneva: dov'ero finita? Per uno scherzo del destino: a ragioneria; davvero risuonava estranea alle mie inclinazioni, la materia, ma così era stato deciso. Le ore di tecnica bancaria erano le mie preferite: le parole avevano suoni duri e meccanici, e io mi divertivo a farle risuonare morbide fantasticando su anagrammi improbabili o ripetendole nella mente secondo il verso contrario. Concentravo la vista sullo squarcio di natura che la finestra concedeva, vedevo le lettere animarsi e come soldatini seguire un nuovo ordine. Avevo bisogno di isolarmi da quella materia priva di umanità e di emozioni. Fatto un bilancio: mi interessava altro. Menomale che a salvare la media arrivavano, puntuali, le eccellenze dal professore di italiano che intonava il controcanto, alle colleghe, invocando la salvezza per la "Creatura del Bene". Gli sono riconoscente: ha sostenuto e compreso il mio amore per l'Arte scrittoria. Indirizzo universitario Scienze Letterarie. Ma ancora una volta il destino orienta le scelte. Per me si apre il mondo del lavoro: segretaria contabile. Basta, era chiaro: dovevo fare qualcosa per salvarmi dai numeri. Mi avvicinai all'Arte recitativa. E venne il Teatro. E poi la scrittura.

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