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Il lavoro dei giornalisti non è elemosina – L’assurdo balletto degli accrediti per i concerti

Fare i giornalisti non è un privilegio. E' un lavoro. E, di questi tempi, è soprattutto lavoro che non c'è. Basta con i giornalisti di serie A e quelli di serie B

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Fare i giornalisti non è un privilegio. E’ un lavoro. E, di questi tempi, è soprattutto lavoro che non c’è. E allora ci si sbatte quotidianamente per trovare e proporre un’idea, per inseguire un pezzo e cercare di piazzarlo. Per pochi euro, spesso gratuitamente. Solo per sentirsi ancora vivi e dare un senso a quel tesserino professionale che ti è costato tanto in passione e sacrifici. Insieme. Come è giusto che sia.

Dopo 30 anni di posto fisso in quotidiani, da 4 sono entrata nel magico mondo dei freelance. Rispetto ai miei inizi, oggi ci sono i giornalisti assunti, i giornalisti disoccupati, i freelance, i blogger e pure gli influencer. Ci si scanna. Serve a poco.

Non siamo uniti per cambiare nulla del nulla che ci circonda.

C’è chi gongola e si tiene stretta la sua manciata di benefits e chi sgambetta il collega sperando di aprirsi un varco.

Sì dicono troppi sì, evitando la scomodità dei no. Troppo rischioso controbattere un ordine giunto dall’alto od esprimersi controcorrente. Meglio il copiaincolla. Sudi poco, ma non sbagli nulla. E, soprattutto, non crei problemi. Tanti pezzi uguali, carta o web fa poca differenza. Addirittura c’è chi firma i comunicati stampa, tanto chi vuoi che se ne accorga e così magari 10 euro lordi me li conquisto. Io sostengo che ci vuole rispetto sia per chi ci dà il lavoro sia per il lettore che ci legge. Ma dico anche che occorre rispetto per il nostro lavoro.

Chiedere per i giornalisti l’accredito per un concerto è un dovere, come è un diritto dell’organizzatore non concederlo.

Il giornalista al concerto si può anche divertire (non è certo in miniera) ma lo fa lavorando. Racconta, interpreta, commenta. Si esprime ed esprime. Tendenzialmente deve regalare qualcosa di emozionante a chi avrebbe voluto ma non ha potuto esserci. L’organizzatore, a sua volta, deve essere chiaro. O mette dei paletti nelle modalità di richiesta degli accreduti (tipo: voglio solo under 30, devono essere biondi, avere una laurea e sapere 3 lingue… Quello che vogliono, insomma…) o deve mettere tutti nella stessa condizione.

Basta con i giornalisti di serie A (talvolta pure per grazia ricevuta) e quelli di serie B, basta con i posti riservati in prima fila, basta con il tutto pagato o il “pagati tutto”. Ma soprattutto basta con l’assurda storia delle liste d’attesa. Non vuoi o non c’è spazio per un giornalista o una testata? Ne hai il diritto. Ma dillo subito. Non tenere la testata e il giornalista in ostaggio del tempo.

Spesso il giornalista è un freelance, uno che si deve pagare il biglietto del treno e magari l’alloggio: farlo un mese in anticipo piuttosto che il giorno prima, economicamente, fa una bella differenza. E poi spiegatemi perché le prevendite dei concerti iniziano un anno prima (con gli interessi dei biglietti venduti accumulati in così tanti mesi…) e per dire sì o no ad un accredito bisogna fare quello che Penelope faceva con la sua tela: di notte si disfa quanto messo a punto di giorno.

Esiste un giornalismo delle emergenze e dell’ultima ora e su quello non si discute. Quando arriva la notizia si parte e si va. A qualsiasi ora, a qualsiasi latitudine. Ma i tour dei cantanti sono altra cosa. Studiati, programmati, venduti mesi prima, appunto.

Non è normale, ad esempio,  che la mia vita sia rimasta inutilmente imprigionata dal concerto di Vasco Rossi a San Siro per oltre un mese. Ovvero da quando faremusic.it ha chiesto l’accredito che si pensava, per logica, fosse relativo al 1° giugno, esordio del Blasco a Milano. Il giorno prima ci è stato detto che l’accredito c’era ma sarebbe stato impossibile per la prima serata, ma di stare tranquilli. Così di sera in sera, fino a mercoledì 12 giugno, ultima data utile. L’accredito non è mai arrivato. Saperlo prima, uno si organizzava diversamente. Magari andava in vacanza, si cercava un fidanzato, sceglieva un altro concerto, portava i nipotini al giropizza… Un no ben detto è molto meglio (e più onesto) di una falsa illusione.

Così per la prima volta ho detto no ad un concerto, quello di Ligabue venerdì sera sempre a San Siro: la conferma dell’accredito era giunta a meno di 24 ore dall’evento, nonostante, faremusic.it l’avesse più volte sollecitata. Ancora 2 giorni prima l’organizzatore non aveva deciso.

Ho deciso io e, anche da qui, chiedo scusa al direttore Mela Giannini per il mio no. Niente Ligabue. Ero, e sono, esausta.
Il lavoro non può ridursi ad elemosina da chiedere.
Mai. A maggior ragione quando sono solo canzonette.

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Paola Pellai
Classe 1961, una laurea in Lettere Moderne e quasi 30 anni in varie redazioni ad imparare il mestiere più bello del mondo. Tanto Sport, una dose velenosa di Politica, gli Spettacoli come premio e un po' di tutto perché “curiosare” tra le pieghe (e le piaghe) del vivere quotidiano t'insegna a diventare una persona migliore. Caporedattore costretta a un pit stop forzato dalla crisi del mercato, non smetto di fare quello che facevo prima. Scrivere ed organizzare lavoro. Cosa mi manca rispetto a prima? Lo stipendio. Cosa ho in più? La libertà del tempo. Che solo svuotandosi si riempie di significato

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