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Dovremmo essere felici che Woodstock non si rifarà più

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Il titolo è un po’ provocatorio ma in realtà non lo è. Cerco di spiegarne il motivo. Quando ho letto che il cinquantenario di Woodstock non si rifarà, almeno lo spero, ho gioito.

Fatta questa premessa possiamo fare un esperimento che ogni giorno tramite i social abbiamo la possibilità di fare.

Per chi come me ha una certa età, è ormai una consuetudine leggere quotidianamente dei post che si rivolgono al passato. C’è un’overdose di nostalgia da far paura, una pratica che in qualche modo annulla il presente e ci fa credere che tutto quello che è accaduto prima sia migliore di quello che potrebbe accadere oggi o in futuro.

In parte è vero, ma forse questa nostalgia, dipende solo dal fatto che stiamo invecchiando e che in realtà ci piacerebbe avere qualche anno di meno e avere più tempo per esplorare e imparare.

Che la musica di ieri sia migliore di quella di oggi è una realtà che però non dovrebbe mai vincere la nostra volontà di cercare il bello e il positivo nel presente.
Riferirsi sempre al passato vuole dire fermarsi, smettere di cercare e di migliorare.

Il cinquantenario di Woodstock molto probabimente non si farà (leggi nostro articolo) per una ragione molto semplice. Soldi! Maledetti soldi! Trenta milioni non bastano. Ce ne vorrebbero altri 20 perché il pareggio delle spese arriva a 100mila biglietti venduti. Dato che l’area prescelta poteva contenere 75mila persone ecco che il Festival salta.

Se pensiamo che cinquant’anni fa il Festival fu un colossale flop economico che almeno artisticamente è passato alla storia del Novecento perché comunque si è svolto, capiamo la differenza tra il non business di ieri e il non business di oggi.

Alle nuove generazioni oggi Woodstock non rappresenta più niente, ed è giusto che sia così. Il Woodstock di oggi dovrebbe essere un mega schermo in cui si connettono in diretta musicisti da tutto il mondo senza palchi e mega impianti. Una sorta di diretta facebook globale con artisti che suonano a casa loro o in strada da ogni città del mondo. Questo forse potrebbe essere il Woodstock di oggi che piacerebbe alle nuove generazioni e non solo. Costerebbe anche molto meno, ma non si farà.

C’è poi da riflettere sul significato stesso del Woodstock di cinquant’anni fa. Cosa ha lasciato nella cultura delle generazioni a venire? Ben poco. Basta vedere le ultime immagini del film.

Sulla musica dell’inno americano eseguito da Jimi Hendrix che suonò davanti poche migliaia di persone rimaste fino alla fine, l’area del Festival appare come un’immensa discarica di rifiuti.

Per molti Woodstock ha significato l’inizio di un’era, in realtà è avvenuto l’esatto contrario. E’ stata la fine di una cultura e di una speranza. Il finale del film è una previsione azzeccata e avverata. Oggi il mondo è un’intera discarica di rifiuti e di cose, oggetti e feticci di cui avremmo potuto benissimo farne a meno.

Allora forse converrebbe riflettere e analizzare il senso di quel concerto non tanto per quello che è stato, ma per quello che non ha lasciato, che non ha trasmesso e non è rimasto.

Ai tanti nostalgici di Woodstock che rimpiangono quella generazione venduta alle multinazionali e da esse schiavizzata, consiglio di leggere il libro di M. Lang, il fondatore di Woodstock. Quel festival viene descritto, pur nei suoi “magici” momenti, il più grande discount di droga della storia. Superiore persino alle piantagioni di cocaina della Colombia e del Messico. Molti protagonisti di quel festival successivamente sono morti per overdose, qualcuno si è persino suicidato.

Woodstock non è stato l’inizio di niente, ma solo la fine. Ed è quindi giusto che il 50esimo non si faccia e che Woodstock rimanga un fatto epocale storico e basta.

Se la Fender e la Gibson stanno fallendo, qualche ragione culturale deve esserci per forza. Inutile ripensare il mondo paragonandolo a quello di mezzo secolo fa, ed è persino sbagliato rimpiangerlo, perché se guardiamo indietro smettiamo di guardare avanti.

Quello che possiamo fare è smettere di pensare al passato perché ai nostri figli interessa il loro presente e il loro futuro. Smettiamo di ammirare le cose che abbiamo fatto e cominciamo a sognare le cose che non abbiamo fatto.

La Woodstock generation ha avuto quella intuizione. Ha creato in quei tre giorni una glorificazione di quel presente e ne era fiera, ma quando si sono spente le luci di quella gigantesca illusione ha smesso di sognare per sempre.

Oggi abbiamo possibilità infinite e non le usiamo nemmeno. Rimpiangiamo colpevolmente il passato perché sviliamo il presente e intanto il Pianeta cade a pezzi.

Quando si cerca di ripetere la storia del passato e di celebrarne la sua non mutazione, si uccide il futuro.

Questo è il motivo principale per cui sono felice che il carrozzone speculativo del cinquantenario di Woodstock sia fallito. E’ un bel segno. Guardiamo avanti.

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