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Federico Baroni e l’esordio “Non Pensarci”, metà Busker, metà Manager – INTERVISTA

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Federico Baroni è un caso anomalo, perché è un Busker e al tempo stesso un Manager Laureato in Music Business. Spirito libero e mente manageriale. Cosa rara, potenzialmente esplosiva.

Lo incontro per una breve chiacchierata in occasione del suo esordio intitolato “Non Pensarci

FEDERICO BARONI 3_photo credit Mattia Greghi
Photo credit Mattia Greghi

INTERVISTA

Un busker laureato in music business:  due contraddizioni, come mettere d’accordo testa e cuore, quale è il filo che lega questi poli opposti ?

Il filo è un percorso non premeditato perché inizio come studente, ragazzo di 20 anni completamente estraneo al mondo della musica. A Rimini facevo una vita tra discoteche, PR, sole e mare. Non sono cresciuto nella musica.

Poi catapultato in una grande città come Roma, ho avuto un sacco di stimoli e per gioco quasi ho iniziato a prendere lezioni di canto, stimolato anche da un mio amico. La mia insegnante mi ha incoraggiato, dicendomi che avendo talento e che avrei potuto iniziare a suonare qualche strumento, e non fare solo il cantante.

Ho iniziato a suonare la chitarra, e poi a scrivere i miei primi testi, e li c’è stato il colpo di fulmine. La mia passione è in parte dovuta a Ed Sheeran, perché vedevo in lui un ragazzo che riusciva a simulare tutta una band solamente con la chitarra e Loop Station. Da lì ho capito che potevo avere una mia autonomia a livello musicale.

All’inizio immagino che l’Università fosse un 80% e la Musica 20%. Quando si è invertita la proporzione e come te ne sei accorto?

Me ne sono reso conto quando ho fatto un viaggio Interrail di un mese in Inghilterra. Avevo già iniziato a  suonare la chitarra, e ho voluto prendere di ispirazione all’estero. Ho visto tanti artisti di strada e a Liverpool, un Busker mi ha chiesto se volevo suonare. Quella è stata la mia prima esperienza di Busker e la stessa sera ho scritto, “SPIEGAMI”, il mio primissimo brano; e mi son detto che, tornato in italia, avrei davvero voluto suonare. Almio rientro, il paragone era 60/40, e poi quando la gente ha iniziato a seguirmi nei live, mi sono costruito un mio stile.

Uno stile, sentendo la tua musica, in cui si sentono sapori, 80’ 90’, però con tessuti sonori molto attuali, e una melodia molto diversa. Come è nato questo mix?

Non avendo mai ascoltato musica, non avevo i riferimenti classici tipo De Gregori, De  André, o Dall. Sono nato proprio con artisti Internazionali, tipo Ed Sheeran, Bruno Mars, Maroon 5 e altri. Mi piace proprio quel groove, il funk che c’è  all’estero. Però scrivendo in Italiano, io voglio pensare sempre a dove posso arrivare, perché io non posso scrivere come le persone che scrivono nella loro propria lingua, inglese. Non posso competere con loro.

Sei molto attivo sui social, quale strategia, tra arte e e business, crea la giusta alchimia che funziona?

Ognuno di noi non può guardare solo dentro se stesso, ma dobbiamo anche capire cosa funziona e ci circonda. Se vuoi vivere di musica, devi capire che c’è un mercato discografico, e devi scrivere anche ciò che piace agli altri. E’ il tuo pubblico che devi tenere a mente.

Secondo te in italia, artisti e Musicisti hanno capito il senso dei social oppure vanno solo a caccia di like che poi non sempre portano risultati? oppure si sta aprendo nella nuova generazione, una mentalità che considera  il social  una parte importante nel nostro lavoro ?

Secondo me non c’è via di mezzo, in base ai generi c’è un modo opposto di porsi verso le opportunità Social. La pista indie non ha ben chiaro che il Social è importante, ma ci sono delle etichette indipendenti, che stanno diventando grandi realtà e riescono a colmare questo “gap’’; la Trap invece,  senza screditare nessuno, è fin troppo Social, troppo personaggio, quindi magari trovare una via di mezzo, ecco sarebbe giusto!

Tu hai fatto  talent televisivi, strade, palchi e social. Quale canale ti ha gratificato di più?

Il live, la strada ti fa abbattere un muro, perché hai sempre l’ansia da prestazione, e quando hai situazioni sempre diverse, per me è una gavetta importante. L’esperienza del Talent mi è servita per capire che ci sono dinamiche, e capisci che non arrivi senza qualcuno che crede in te, e poi onestamente queste situazioni non le avrei mai potute vivere, suonando nei pub. Lo studio ti fa unire tutte queste cose, e diventi meno zerbino di te stesso, quindi capisci come utilizzare i social in maniera corretta, cosi che all’ascoltatore arrivi in modo più funzionale.

Ora che è uscito il tuo disco, cosa pensi succederà?

Eh non lo so, spero che al pubblico arrivi a mia autenticità, è una esperienza durata 5 o 6 anni, conseguenza dei miei viaggi, amori e soddisfazioni. A livello di appuntamenti abbiamo suonato con la mia band  all’Outstore Mondadori in piazza Duomo a Milano. Il contrario degli Instore, abbiamo suonato all’aperto tra la gente. Unisce sia il progetto del disco, sa la mia natura di busker di strada. Abbiamo voluto fare questo Outstore, per portare la mia autenticità, e non ci sarà nulla di costruito , proprio per far vedere alla gente quello che sono. Canterò sia cover, che pezzi miei.

C’è un ultimo messaggio che vuoi lasciare ai nostri lettori?

Il messaggio finale che voglio lasciare alle persone:
Cari lettori di FareMusic, dietro queste mie canzoni, quasi leggere e spensierate, si nasconde un ragazzo che ha fatto tanta gavetta, che ha suonato molto, che vive di emozioni vere, e che cerca di parlare delle proprie emozioni, nel modo più diretto e semplice, quindi. Provate magari ad acquistare e ascoltare le canzoni più volte per conoscere le emozioni che si nascondono dietro ogni brano!

 

Grazie a Silvia Santoriello per Parole e Dintorni

 

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