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domenica, Luglio 5, 2020

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Musica Elettronica: lo scippo odierno delle sue origini – Il concetto di neo tribalismo è una grande stronzata

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Chiariamoci subito: la musica elettronica è storia, è roba seria che nasce addirittura a fine Ottocento. Il primo strumento elettronico che sia mai stato costruito fu il telharmonium (noto anche come dinamofono). Inventato nel 1897 da Thaddeus Cahill avvocato e inventore statunitense. Per musica elettronica si intende qualsiasi musica che venga prodotta da macchine e strumenti elettronici, ma utilizzati da ricercatori musicisti. Su questo non ci piove.

Oggi i cosiddetti musicisti del secolo scorso si chiamano deejay. E qui casca l’asino. Sarebbe facile tirare in ballo il Gabbani che scrisse un testo assai godibile su questo tema: “i dischi non si suonano, sono già suonati”, ma qui il fenomeno è assai più complesso per liquidarlo con una battuta. Ora è indubbio che anche il deejay svolge una funzione artistica e creativa, perché di fatto è una diramazione contemporanea di quella musica elettronica che ricorreva esclusivamente all’uso dei suoni sintetici prodotti dagli oscillatori elettrici di frequenze o da generatori di impulsi che producevano fonti sonore quali il rumore bianco. Quella scuola ha prodotto esponenti come Karlheinz Stockausen o Luciano Berio tanto per intenderci.

Il punto è che questi maestri sacri sapevano anche comporre un normalissimo minuetto scrivendolo su uno spartito. Sarei alquanto banale se dovessi paragonare un deejay elettronico di oggi con simili compositori, per cui me ne guardo bene. Ora il problema è più antropologico e sociologico che musicale. L’asticella andrebbe spostata un po’ più in alto e per farlo si può prendere in esame i tanti raduni di musica elettronica che si svolgono ogni anno in Europa. Sono raduni che coinvolgono migliaia di giovani e di persone in genere per cui non è certo un fenomeno che si può liquidare con leggerezza. Cosa spinge questa gente a partecipare a questi mega raduni? E’ la musica o dietro ci sono anche altre componenti?

Recentemente ho letto alcune dichiarazioni di vari deejay star e operatori culturali che sostengono convintamente che la musica elettronica sia di fatto la nuova cultura giovanile, la nuova frontiera della cultura alternativa, in grado si soppiantare in pochi anni tutta le musica delle generazioni precedenti, le generazioni vintage del rock, del pop, del blues, del jazz, dell’R&B etc, etc,etc.

Insomma una sorta di rivoluzione culturale, uno tzunami sonoro devastante che metterà una pietra sopra il passato, praticamente sopra la storia. Qualche guru tedesco, svedese e norvegese del disco suonato, si augura persino la scomparsa degli strumenti musicali tradizionali, bollati come strumenti del folklore. Non cito i nomi perché sono davvero tanti e qualcuno di loro, purtroppo, ha persino lasciato questa valle di lacrime, per cui sarebbe assai indelicato citarlo. Comunque direi che in queste dichiarazioni, esiste una buona dose di ignoranza e di presunzione messianica e totalitaria insieme. Ora questi imbonitori elettronici sostengono che la cultura elettronica derivi dalle antiche culture tribali e che il grande fenomeno dell’aggregazione giovanile sia connesso alla storia dei popoli. La connessione principale è il ballo e i ritmi che lo fanno scaturire. La rappresentazione fisica di una cultura tribale vera e propria.

Per capirne di più ho cercato di informarmi, di parlarne con vari deejay e frequentatori di rave party alternativi o di semplici festival di massa tradizionali. La risposta più comune è stata: “Si va per stare insieme, per ballare e per sballare, niente di più”. Ok, fin lì ci arrivavo anche io, mica c’era bisogno di fare un sondaggio nel popolo neo-tribale. Chiunque frequenti una discoteca fa questo ragionamento. Magari ci aggiunge   ”…e per cuccare”, ma siamo nella perfetta norma. Ora il concetto del neo-tribalismo è assai complesso.

E’ indubbio che sia connesso alla merce, ai prodotti che consumiamo in quanto siamo ormai diventati più un popolo di consumatori che un popolo di persone. Si vive in Occidente, mica in Amazzonia. Ma questa storia della connessione con le culture tribali dei popoli attraverso la musica elettronica e il ballo è davvero una stronzata. Vagli a spiegare che gli indiani d’America avevano tante danze nel loro repertorio: dalla danza della pioggia a quella della guerra fino a quella dell’unione tra tribù differenti. Danze che esprimevano simboli, ideali e contenuti ben precisi che facevano parte della cultura di un popolo autentico. Non erano mica manifestazioni festaiole, di semplice aggregazione di intrattenimento. Si svolgeva il rito secondo quello che era accaduto o che stava per accadere. Vai a spiegare a un qualsiasi deejay che la stessa concezione simbolica si manifestava attraverso i tatuaggi e al loro significato. Mica ti capiscono se poi si sono fatti tatuare sul braccio una lattina di birra o il logo di uno sponsor. Così capisci che tutta stà cultura tribale è assai tirata per i capelli, tanto per acculturare la loro semplice esigenza di stare insieme, di ballare e di sballare. Non serve cercare scuse o alibi culturali.

Stesso discorso per la musica. Occhio a scippare il termine elettronica perché è come scippare il termine tribale. Questa musica si chiama compiuta, non composta, tanto per intenderci. E’ riprodotta e presa a prestito da musiche realizzate e composte da musicisti, da persone, non solo da macchine. Il punto è che se sul palco ci va solo il deejay che crea una sua reinterpretazione della musica prodotta da musicisti che invece sul palco non ci salgono perché il Festival elettronico li lascia a casa, allora c’è da preoccuparsi seriamente.

Tutta questa gente che va ai Festival di musica elettronica che sta per ore davanti a un palco dove c’è uno dietro a una consolle con una cuffia in testa, immerso negli effetti speciali, si diverte veramente o sta lì perché bisogna starci per forza? Perché fa figo esserci altrimenti passi per un vecchio rincoglionito? La musica suonata con strumenti tradizionali è vecchia?

Bhè… scusatemi ragazzi… preferisco essere un vecchio giovane che un giovane vecchio.

Ma al di là di banalissimi gap generazionali che poi non ho mai sopportato, fatemi un piacere. Cercate di non usare termini alla cazzo… di non appropriarvi di significati che non vi appartengono. E’ assai opportunistico e per l’appunto… strumentale! Dite semplicemente che avete voglia di sudare e di sfondarvi le orecchie e basta. Buon festival e non portatevi la maglia di lana sennò copre i tatuaggi, ma almeno un po’ di tappi per le orecchie per precauzione. Se dici a una ragazza: “mi piaci un casino” e quella non ti sente perché è sorda, è dura cuccare. Non hanno ancora inventato la seduzione per mezzo elettronico, per fortuna.

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