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Gino Paoli: “La cosa fondamentale è non smettere di porsi domande” – INTERVISTA

Gino Paoli: "Credo ci sia sempre altro da fare e da sperimentare, la cosa fondamentale è non smettere di porsi delle domande, perché mentre le risposte sono definitive, le domande creano movimento ed evoluzione, e ci spingono ad andare avanti"

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gino paoli
Crediti del FotoMontaggio Immagini ©FareMusic - FMD Copyright
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Sabato 28 aprile (ore 21) l’Arena del Mare di Acciaroli (Salerno) ospiterà il live clou di ViviamoCilento, lo slow festival firmato da Massimo Sole (del Modo di Salerno), che dal 25 al 30 aprile racconta in un percorso tra sapori musica e natura uno dei luoghi più belli d’Italia, il Cilento, dal 1998 nominato Patrimonio Mondiale dell’Umanità dall’Unesco.

Ad animare la rassegna cinque grandi concerti live, con grandi artisti della musica italiana ed internazionale (Morgan & Megahertz, Morcheeba, Cammariere-Paoli-Rea, Luca Barbarossa, Cory Henry and Funk Apostles), che trovano nella serata di sabato l’appuntamento più importante, quando sul palco dell’Arena del Mare salirà uno dei più grandi cantautori della musica italiana, il Maestro Gino Paoli – con Sergio Cammariere, accompagnati al pianoforte dal “pianista perfetto”, Danilo Rea.

gino paoli
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Intervista – Gino Paoli

 

Maestro, faccio un salto indietro nel tempo, allo scorso anno, quando è uscito il suo ultimo album, «3», in collaborazione con il pianista jazz Danilo Rea, dedicato alla canzone francese (il vostro terzo lavoro insieme); questo sabato, nel corso della rassegna Viviamo il Cilento, sarà proprio Rea ad accompagnarla al pianoforte, nell’appuntamento di punta del festival, che la vede atteso ospite della rassegna, con Sergio Cammariere (con cui ha già collaborato).

Cosa ascolteremo nel corso del live?

Ci saranno le mie canzoni, ma non solo. Ci sarà spazio per omaggi alla musica napoletana e per le canzoni dei miei amici genovesi che ho perso per strada, ma che mi piace portare sempre nei miei concerti. E molto altro ancora.

In generale, ci sarà un pezzetto di ognuno di noi tre, e delle nostre storie musicali.

Lavora da tempo con Danilo Rea: come definirebbe la vostra collaborazione?

Una cosa “magica”: sul palco ci capiamo al volo senza bisogno di parlare.
Io dico sempre che ormai siamo una “coppia di fatto” della musica.

Danilo Rea l’ha accompagnata anche al Festival di Sanremo, dove è stato atteso ospite della terza serata, e insieme a Claudio Baglioni ha omaggiato Fabrizio De Andrè e Umberto Bindi, come lei, tra i maggiori esponenti della “scuola genovese”.

Cosa può raccontarci di quegli anni in cui la “scuola genovese” prendeva piede, sancendo una rottura rispetto a quella che era stata fino ad allora la musica tradizionale italiana?

Direi che più che una “scuola” noi eravamo un gruppo di amici. Molto affiatati anche se tutti diversi, e la maggior parte di noi non pensava che in futuro avremmo fatto i cantautori. A un certo punto abbiamo pensato che la canzone potesse esprimere qualcosa di più. Noi siamo stati i primi, probabilmente se non ci fossimo stati noi lo avrebbe fatto qualcun altro.

I suoi inizi come cantautore non furono affatto facili però.

Esatto. All’inizio il mondo della canzone non mi accettava perché c’era la convinzione che la musica leggera dovesse essere di scarsa qualità. Quando pubblicai “La gatta”, vendette solo 80 copie. Solo più tardi, con i juke-box e il passaparola, divenne un successo.

Anche “Sassi”, “Senza fine” e “Il cielo in una stanza” non furono capite subito dai discografici. 

Poi il meritato successo è arrivato.

Il successo è sempre un incidente: è composto per il 20% dal talento e per il resto dalla fortuna. 

(E se lo dice il Maestro…)

Anche come talent scout ha avuto un gran fiuto, scoprendo e lanciando due grandi nomi della musica italiana: Lucio Dalla e Fabrizio De André.

Incontrai Lucio Dalla durante il Cantagiro del ’63, quando era il clarinettista dei Flippers. Impazzii subito per questo piccolo uomo geniale, capii subito che poteva fare qualsiasi cosa: era nato per esibirsi davanti alla gente.

Era fuori da ogni regola, e proprio per questo avrebbe potuto scrivere libri, fare il comico, fare l’attore drammatico…

Fabrizio De André, invece, aveva un vero terrore del palco e del confronto con il pubblico.

Lo conobbi nel 1962 al Circolo della Stampa di Genova, dove si esibiva cantando canzoni di George Brassens.

Lei che ha scritto tra i più grandi capolavori immortali della musica italiana, che progetti ha in serbo per il futuro?

Credo ci sia sempre altro da fare e da sperimentare, la cosa fondamentale è non smettere di porsi delle domande, perché mentre le risposte sono definitive, le domande creano movimento ed evoluzione, e ci spingono ad andare avanti.

Cosa consiglierebbe infine uno dei più grandi cantautori italiani di sempre, quale è lei, a chi vuol fare della musica il suo “mestiere”?

Ci sono ragazzi che vengono da me e mi chiedono: “Come si fa ad avere successo?”. È già un punto di partenza sbagliato. Se rincorri il successo, lui scappa.

Fare musica deve essere un bisogno che si sente, un mezzo per dare e non per avere qualcosa.

Grazie per il tempo dedicatoci Maestro, è stato un piacere e onore ospitarla, ci vediamo al concerto.

 

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