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Le Signore della Musica Italiana: TOSCA, artista e donna libera – INTERVISTA

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Quando un’intervista prende una piega articolata e profonda, quando le risposte che ricevi sono frutto di esperienze importanti e sensibili ragionamenti, hai sempre un po’ paura di svilire il tutto, dovendo concentrare e limare per esigenze di spazio editoriale.

Tosca è donna affamata d’arte e di bellezza e generosa nell’offrirla con passione a chi vuole stare ad ascoltarla. Ti incanta con i suoi mille colti riferimenti e la sua lucida coerenza umana e professionale.

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INTERVISTA A TOSCA

Tosca, nella maggior parte degli articoli che ti riguardano, tu vieni definita “artista raffinata”. Ti ci rispecchi? Che cos’è raffinato secondo il tuo punto di vista?

Raffinata”, me lo porto dietro da quando ho iniziato. Mi dicevano, sei troppo teatrale, sei troppo profonda, sei troppo difficile, in una parola sola , troppo raffinata. Ma perchè non fai una canzone più leggera? Soffrivo perchè non riuscivo a codificare che cosa volesse dire tutto ciò. 

E mi rendevo conto che ogni volta che cercavo una strada diversa per dare da mangiare alla “sete di successo” che è in ogni uomo o donna di spettacolo (nessuno si senta escluso) tradivo la mia parte artistica pura. Quella libera. Raffinato è libero. Libero di non aver paura di fare un brano che non va in radio, che non vende milioni di copie, che non ti fa riempire palazzetti … ma ti fa stare bene con te stesso e con la tua coerenza artistica. 

Il nostro mestiere è sempre in bilico fra stima e fama. 

Credo, nella mia carriera di avere un buon quantitativo della prima e meno della seconda. 

Ma sono fermamente convinta che la fama debba necessariamente scaturire da un’accumulo di stima. E quindi di coerenza. Solo cosi, il successo è vero e non ti abbandonerà mai. Perchè la stima è come un marchio indelebile nel cuore di chi ti segue. E’ come non tradire. 

Hai parlato di radio: che ne pensi delle radio italiane? E del momento musicale che stiamo vivendo?

Penso che chi fa radio non dovrebbe ragionare sul “come tu mi vuoi”, che è un po’ il problema di questo momento. Non voglio fare la prima della classe, è un ruolo che non mi piace, ma essere liberi implica il fatto che fai delle cose che non hanno regole: questo significa che hai tanti privilegi ma subisci anche dei danni, come non essere riconosciuti da un certo mercato, quello delle radio per esempio. 

La Radio ti ingabbia con il ragionamento: questo pezzo funziona, questo no. Ma chi lo stabilisce se un pezzo funziona o no? E giù brani a tavolino per cercare di trovare la quadra della funzionalità. E con questa considerazione la vita di un brano si accorcia sempre di più: una volta rimanevi in airplay due mesi, adesso arrivi a due giorni, massimo una settimana. In questo modo facciamo del male a noi stessi (e nessuno si senta escluso) e poi al mondo musicale. 

La distinzione  a mio avviso va fatta tra musica bella e musica brutta, non tra quella che va in radio o no, che funziona o no. Ci sono dei capolavori commerciali: per me, per esempio, “Vorrei incontrarti fra 100 anni”, che è il mio apice pop, è un piccolo gioiello commerciale ma è anche una bellissima canzone. Non è semplice ma io direi che il primo di tutti questi signori della radio che seguirà il piacere nell’ascoltare  e di non aver paura di passare musica che richiede un po di ascolto, farà del bene anche a tutte le altre: il pubblico non è cretino. 

I ragazzi, per esempio, sono molto più intelligenti di noi: e noi abbiamo la presunzione di pensare di sapere cosa vogliono ascoltare? Poveri illusi. L’arte scaturisce da un vissuto di una persona che si mette a scrivere un testo e una musica, perché soffre per amore perché gli è nato un figlio, perché ha visto un cielo meraviglioso: emozioni che poi possono diventare meravigliosamente universali. E che  poi diventano canzoni.  

Ma si parte da lì, non al contrario. Sempre e solo dalle emozioni e dalla coerenza di cui sopra. 

Altra cosa: trovo scandaloso che le radio siano diventate produttrici musicali creando un conflitto di interesse palese a cui la discografia dovrebbe ribellarsi invece di prestare il fianco. Ma il  discorso è troppo lungo. 

Hai affermato che, nei momenti di sbandamento etico e sociale, l’unica àncora di salvezza sono le nostre radici. La musica popolare ti dà sostegno e sicurezza? E’ questo il senso del tuo album “Appunti musicali dal mondo”?

E’ una frase di Pessoa, poeta che io adoro. Tu pensa ad un albero, alle sue radici. O alla costruzione di una casa, alle sue fondamenta. L’arte, la tua arte, quella del tuo paese, della tua gente sono l’albero, il palazzo. I miei nonni erano contadini e mi hanno trasmesso questo amore per la terra. Per il ciclo naturale delle cose. Per un artista è fondamentale sapere cosa sei, cosa sei stato e qual è la tua cultura per poter anche approcciare ad altre radici. E per un’artista è fondamentale approcciare ad un processo creativo proprio come un ciclo della natura. Un processo creativo legato ad un concepimento, a qualcosa che nasce, cresce da i suoi frutti e poi finisce per dar vita ad un altro processo creativo. 

Questo hanno fatto tutti i nostri padri artistici. Oggi invece si è più inclini all’OGM. Più verso il prodotto che il progetto. 

Ecco, io sono figlia di progetti. Mi piace crearli, e metterci anche molto tempo a farli. 

E in un momento di sbandamento totale, dove stavo quasi per abbandonare il mio mestiere, sono andata alla mia radice, per ricercare, per conoscere, musiche del 600 e del 700, non solo della mio paese. E’ sacrosanto ciò che diceva Pessoa. Conoscevo e mescolavo, senza paura perchè protetta dal mio essere italiana. Protetta dal mio “albero”. E il fatto di essere italiana è una risorsa enorme che forse solo noi non riusciamo a rendercene conto. Quando vado fuori non mi trattano come un’italiana all’estero ma come un’artista che ha alle spalle una storia incredibile. ITALIANA . Amano sentire la nostra musica, la nostra lingua che è piena di vocali ed è un canto nel canto. E non pensare sia andata a cantare le canzoni tradizionali. No. Ho portato Fossati, Piovani e molti autori contemporanei. Ecco, ciò che non amano all’estero di noi, invece è ascoltare la nostra musica imbastardita dalla parte anglofona o americana: a loro fa lo stesso effetto, mi dicevano degli amici francesi, di quando ascolti un cinese canta il rock. Ho riso molto. 

E’ vero che nel 2019 “Appunti musicali dal mondo” diventerà un documentario per Rai Cinema?

Sì, è vero. A fine maggio andrò in Brasile ad incontrare artisti importanti con cui lavorerò e con cui parlerò: mi farò raccontare il loro Paese. Sono sia artisti residenti lì sia trasferiti e provenienti da altri Paesi. Poi andrò a Lisbona: i portoghesi hanno vissuto una crisi pazzesca e si sono dovuti rimboccare le maniche. Grazie alla loro coerenza stanno riscrivendo alcune pagine della musica mondiale: i fratelli Sobral, per esempio, due piccoli geni che contaminano il jazz con la musica portoghese, oppure Carminho, una sorta di Amalia Rodrigues dei nostri giorni. 

E’ bello essere se stessi: io sono fiera di essere italiana, il Paese più bello del mondo. Ormai sono 15 anni che ricerco e mi diverto: è diventata una specie di droga. Quando sono andata ad Algeri per girare un documentario, un paio di anni fa, nonostante il brutto momento storico e la tragedia del Bardo alle spalle, ho percepito un fermento artistico incredibile: ho conosciuto blogger, registi che raccontano la condizione della donna, ho visto file di persone andare al cinema, tutte cose che da noi non esistono quasi più. 

Ho fatto un concerto a Cartagine (“Jazz à Carthage” è il festival a cui Tosca si riferisce n.d.r.) dove mi sono trovata di fronte a duemila tunisini e mi mancava il fiato per l’emozione. Poi quando hanno cominciato a cantare in italiano non riuscivo a credere alle mie orecchie. Alla fine ho fatto loro un omaggio, eseguendo una loro canzone famosissima, una sorta di “Il cielo in una stanza” tunisina, si intitola Ahwak  e mi sono sentita tanto Caetano Veloso quando in Italia intonava “Luna rossa”, e tutti cantavano insieme a me: da brivido. 

Parliamo di donne, donne straordinarie che nella loro vita hanno fatto qualcosa di speciale: il 17 aprile debutterà, al Franco Parenti di Milano, lo spettacolo teatrale “Donne come noi”: vuoi darci qualche anticipazione?

Tutto parte da un libro edito da Donna Moderna: sono testimonianze di donne comuni che, grazie al loro cambiamento interno, hanno creato un cambiamento sociale. Ci sono tante figure raccontate in questo libro: la donna che ha creato la “Casa famiglia”, per esempio. Lei usciva di casa la mattina e vedeva persone che dormivano sulle panchine e non riusciva a capire il perché fossero tutte lì: si è informata e ha appreso che erano i parenti delle persone ricoverate nell’Ospedale oncologico vicino e non avevano i soldi per andare in strutture alberghiere. Dormivano in macchina o sulle panchine, si lavavano nelle fontanelle: a quel punto ha deciso, insieme ai suoi figli, di creare le Case Famiglia e di ospitare queste persone. 

Le donne diventano eccezionali quando mettono la loro vita a disposizione del sociale. Io sarò la padrona di casa di questo spettacolo e con me ci saranno delle ragazze incredibili, alcune provenienti dall’Officina Pasolini, sia cantanti che attrici, molto molto brave. In più c’è anche Giovanna Famulari che è la mia musicista da una vita, ormai sono dieci anni che lavoriamo insieme. 

Sarà un bell’esempio di teatro civile: tutti questi racconti verranno legati con la musica. Cercheremo di far conoscere donne che non fanno notizia per essersi gonfiate labbra o tette o per stare sui rotocalchi ma per fare cose straordinarie che pochi conoscono.

Tu hai un esempio di donna da seguire? Il tuo faro di riferimento, se c’è.

Di donne in gamba ce ne sono molte. Come dice Manuela Giordano, regista  dello spettacolo di cui parlavamo ora, io vorrei andare a cena con tutte le donne che fanno parte di questo libro, “Donne come noi”. 

Per esempio la giornalista di Ostia (Federica Angeli n.d.r.), che vive sotto scorta per aver denunciato il clan degli Spada, è una grande dimostrazione di coraggio femminile. Mentre tutti chiudevano la finestra quando sentivano le sparatorie, lei ha avuto il coraggio di non fare finta di nulla e di andare a denunciare. 

Hai collaborato con tanti artisti: Renato Zero, Riccardo Cocciante, Lucio Dalla, Chico Buarque, Ivano Fossati per citarne alcuni. Umanamente chi ti ha arricchito di più?

Tutti sono stati per me come dei traghettatori e ognuno mi ha lasciato qualcosa di importante. Renzo Arbore è stato l’imprinting più forte, mi ha insegnato la libertà e la curiosità. Avevo 20 anni e passavo le ore a guardarlo mentre lui faceva “Indietro tutta” e vedevo come si divertiva a fare questo mestiere. Io gli chiedevo: “Renzo, perché non rifai ‘Quelli della notte’ che ha avuto tanto successo? “. Lui mi rispondeva: “Perché le cose che sono andate  ‘tanto’ bene non si debbono rifare”. Questo è stato un grande insegnamento. 

Nicola Piovani mi ha iniziato alla ricerca. Quando l’ho conosciuto nel 2003 ho cominciato ad andare in controtendenza: lui se ne frega delle mode e fa quello che gli piace. 

Massimo Venturiello, il mio compagno: quello che più mi ha insegnato a fregarmene dei condizionamenti taciti legati a questo mestiere. Con lui ho rotto tutti gli schemi a cui facevo riferimento. 

Ivano Fossati è stato un maestro nel suo defilamento. Io sono molto vicina al suo pensiero di fare un passo indietro, non sgomitare solo per “esserci”. 

Gianni Amelio, l’ultima persona che ho conosciuto e che adoro. Ho fatto il reading e curato tutta la parte musicale del suo libro “Politeama”, con musica degli anni ’40 e ’50, un maestro di umiltà e coerenza. 

Ron è stato colui che mi ha dato la popolarità, lo considero come una persona di famiglia. Quando l’ho visto in televisione, nell’ultimo Sanremo, è stato come vedere un pezzo della mia anima. Vicina a lui. 

Carmen Consoli, che per me è come una sorella d’arte. Amo la sua coerenza, il suo essere così defilata ma così presente. E’ una donna eccezionale. 

Hai citato Nicola Piovani: è sua “L’invenzione di un poeta” che tu canti nella soundtrack di “A casa tutti bene” di Gabriele Muccino?

Sì, il testo è di Aisha Cerami, ma la musica è sua. Una canzone decisamente in controtendenza: melodica, molto delicata, sembra quasi una ballata brasiliana piena di saudade. La amo molto. 

Tu hai fondato L’Officina Pasolini a Roma, che offre corsi di formazione per giovani talenti in campo artistico. Ce ne vuoi parlare?

Officina Pasolini rappresenta un caso di buona politica in Italia  della Regione Lazio. Un Laboratorio gratuito di alta formazione per giovani artisti di tutta Italia e anche stranieri. 

Una sorta di moderna bottega rinascimentale dove artisti affermati passano le competenze a giovani artisti. Io dirigo la sezione della canzone e coordino tutte le attività dell’Hub culturale. Come me ci sono Niccolò Fabi, Joe Barbieri, Giovanni Truppi, Piero Fabrizi, Pilar, Pietro Cantarelli, Alberto Quartana e molti altri. 

Potrei definirlo come il mio personale contributo al sociale, in questo momento in cui i ragazzi credono che, per fare questo mestiere (teatro, canzone, etc.) ci si debba approcciare per forza a delle regole commerciali ben definite, dimenticando tutto quello che è un processo creativo importante e che si deve avere una stazzatura artistica solida che si costruisce solo lavorando. Come diceva Claudio Mattone quando ho iniziato a lavorare io: solo il talento non è sufficiente, non basta una bella voce o essere un bel ragazzo, ma avere personalità e idee ben chiare. Questa è la prerogativa di Officina Pasolini: non siamo un’agenzia, una casa discografica o un booking, ma artisti che rendono liberi e consapevoli altri artisti. 

Data la tua esperienza, ti hanno mai chiamato come giudice ad un talent?

Sono stata una specie di giudice all’inizio di Amici. Sto parlando del 2002/2003, perché nel 2001 feci una specie di Master, all’interno del programma. Io, però, non posso stare in quelle regole: si dà troppo risalto al vestito, alle luci, alla coreografia piuttosto che a chi hai davanti. E a quello che ha da dire. Io voglio ascoltare degli artisti non delle persone che cantano brani che nella realtà non canterebbero mai, non mi interessa vedere uno che canta qualcosa solo per riempire un contenitore televisivo. Mi piacerebbe che il talent fosse una finestra sullo spaccato artistico dei giovani artisti italiani. 

Ci sono artisti attuali che ascolti, che ti piacciono?

Sì, ce ne sono tantissimi! Motta, per esempio, un randagio che viene dalla strada, dalla gavetta e che è fantastico. Amo Giovanni Truppi, per me un Gaber 3.0. Levante una vera tigre. C’è Bianco, c’è Mèsa, giovane cantautrice, c’è Carlo Valente, Naelia, Marat,  c’è Mirkoeilcane che ascolto già da 4 o 5 anni. Io li conosco tutti. Mi fa rabbia il fatto che purtroppo devono passare in televisione altrimenti sono invisibili al grande pubblico. 

Chi è Reginella?

(ride) E’ la mia cagnetta adorata! Un labrador che ho preso dopo aver avuto per 14 anni il mio Mario, un meraviglioso golden retriever romanista: se dicevi “Forza Lazio!” ti sbranava! Ho vissuto in simbiosi con lui: la potenza dell’amore di un animale è pazzesca. Qualcuno diceva: “Non sai cosa vuol dire essere amato se non possiedi un cane” ed è proprio così. 

Alla sua morte se ne è andato un pezzo del mio cuore. Poi, stavo facendo uno spettacolo della Caselli, “La dolce vita”, con Alice, Morgan, Raphael Gualazzi e altri, e una sera a cena il Direttore d’Orchestra Steven Mercurio, vedendomi triste per questo motivo, mi regalò la poesia del Cane che diceva per  sommi capi “Non piangere per me altrimenti mi fai pensare che io non sia stato un buon cane, non fare che non ne prendi un altro sennò io non sono servito a niente”. E mi ha convinto, ho avuto voglia di nuovo di far entrare un animale nella mia vita.

Prima ho preso un gatto rosso, Pasqualino (non ne avevo mai avuti) e poi sono andata all’allevamento Acque Lucenti e l’ho vista. Amor a prima vista. Lei si chiama Desdemona Reginella delle Acque Lucenti, detta Ginella. 

Ho visto in più di una foto che hai sulla mano un bellissimo tatuaggio: è permanente? Ha un significato oltre ad essere bellissimo?

No, non è permanente. E’ un tatuaggio propiziatorio che si fa quando le donne del Marocco si sposano: auspica cose buone. Lo faccio d’estate soprattutto, quando tengo dei concerti particolari. E’ eseguito a mano da una tatuatrice indiana che vive a Roma, fatto con l’hennè. Non faccio mai niente che duri tutta la vita, non mi sono mai neanche sposata. Ti ricordi il film “Se scappi ti sposo”? Ecco, a me, al pensiero di qualcosa per “tutta la vita” manca l’aria. Figurati un tatuaggio permanente: poi se mi stufo, che faccio?

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