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martedì, Dicembre 1, 2020

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Musica indipendente della Generazione X anni ’70: era meglio allora?

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Musica indipendente oggi? Si fa presto a parlarne facendola passare per alternativa, o ancor più per un prodotto culturale.

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Oggi, con la maggior parte della “Generazione Z” (Generazione dei nati dopo il 2000), questi termini, secondo me, hanno perso totalmente il loro significato originario.

Nella prima e seconda metà degli anni settanta, “Generazione X”, esistevano dei Consorzi che raggruppavano vere etichette indipendenti, distribuite però dalle major di allora. Case come l’Ultima Spiaggia fondata da Nanni Ricordi o dalla Cramps fondata da Gianni Sassi. Le major di quella musica indipendente o alternativa non ci capivano un cazzo per cui finanziavano le etichette competenti per esplorare nuovi target e mercati. Se uno degli artisti funzionava, tendevano ad assorbirlo contrattualmente nel loro catalogo.

Le etichette allora godevano di assoluta libertà artistica ed editoriale, promuovevano i loro dischi sfruttando canali compatibili nelle radio, stampa e locali assolutamente affini. Da quella esperienza sono nati artisti come Ivan Cattaneo, Area, Eugenio Finardi, Franco Battiato, Claudio Lolli e tanti altri. Il termine “indipendente” allora presupponeva quindi una configurazione e una filosofia assolutamente integra e credibile.

Etichette indipendenti sono sopravvissute fino a circa gli anni novanta e un po’ oltre – con la Generazione Y o Millennials (i nati dal 1980-2000) -, dove gli spazi “alternativi” esistevano ancora, come ad esempio i circuiti dei Festival dell’Unità o le televisioni musicali tematiche come Videomusic e Match Music.

Dopo, solo diluvio e buio fitto.

Con l’avvento della rivoluzione digitale 2.0 tutto questo è scomparso. O meglio, le etichette esistono ancora in qualche modo, ma di “alternativo”, artisticamente parlando, non è rimasto nulla. Si parla un po’ a vanvera di musica e di artisti indipendenti, gonfiando il presunto “fenomeno” con termini alquanto risibili come “musica rivoluzionaria”, “nuovi mercati”, etc, etc. Come possono essere considerati indipendenti personaggi come Sfera ebbasta o Ghali o similari, soprattutto se guardiamo nella direzione della Trap-Hip Hop-Rap attuale italiana?

Tanto per fare tre esempi? Dove sta l’indipendenza, quando ci si presta a fare da testimonial di gioielli, telefonia mobile negli spot pubblicitari o a partecipare al Festival di Sanremo nei giochini delle giurie segrete dei televotanti? O peggio ancora ad esibirsi all’interno dei Centri Commerciali confusi tra mille loghi e brand di multinazionali?

L’unica pubblicità che fece Franco Battiato su idea del geniale e provocatore art director Gianni Sassi, fu quella per i Divani Busnelli, dove Franco Battiato, vestito da freak americano e truccato come un vampiro psichedelico, sedeva su un divano in pelle sotto lo slogan: “Che c’è da guardare, non avete mai visto un divano?”. Fu l’unica e la foto passò alla storia della comunicazione pubblicitaria almeno 15 anni prima delle campagne di Oliviero Toscani.

Oggi l’immagine utilizzata di questi artisti “indipendenti” non ha nulla di differente dalla tradizionale immagine pubblicitaria mass consumer. Il manifesto di Sfera ebbasta con tanto di pelliccia rosa, affisso nelle stazioni metropolitane delle maggiori città italiane, sembra la campagna pubblicitaria della vecchia Pellicceria Annabella. Rispetto al manifesto di Battiato-Busnelli è davvero convenzionale e persino tradizionale. Non parliamo poi degli spot di Levante e della bigiotteria discount. A confronto, la Sabrina Ferilli di Poltrone e Sofà sembra Patty Smith, dato che la Ferilli di fare l’alternativa o indipendente non ci pensa proprio per cui alla fine risulta più credibile della giovanissima “indipendente cantatutor”.

Ci si può definire indipendenti quindi? Se si, da cosa e da chi?  Fatecelo sapere perché non l’ho ancora capito. A me sembra tutto una melassa pop, il nuovo Mainstream, nel senso più tradizionale del termine.

Altro mito da sfatare poi, è il concetto che la musica “indipendente” sia, a prescindere, qualitativamente migliore di quella tradizionale. Certo, a volte lo è, ma certamente, soprattutto oggi, così non è in senso assoluto. Questa è una retorica imbalsamata e consunta. Chi può affermare con ragionevolezza che Sfera ebbasta sia più indipendente (o meglio “alternativo”) di Caparezza? O che Lo Stato Sociale sia migliore di Elio E Le Storie Tese? Per favore, non scherziamo.

Gli Skiantos per essere indipendenti prendevano ad esempio i Pooh come band da “odiare”, esattamente il loro opposto artistico. Lo slogan degli Skiantos era: “Gli Skiantos non sanno suonare”. Freak Antoni dichiarava di essere fiero di “ragliare nei dischi”. Più indipendenti e alternativi di così si muore.

Oggi una band “indipendente” oscilla tra una partecipazione al Concertone del Primo Maggio e un’esibizione alla Esselunga, passando per le telecamere di X Factor o di The Voice e affini. Cristina Scabbia passa dai Lacuna Coil alla lacuna in prima serata di The Voice, ad esempio. E scusate il giochino di parole. Qualcuno farà fatica a trovare le differenze tra lei e Dolcenera, perché nel pop tutto si omologa, si assemblea, come nelle tradizionali melasse, decotti e marmellate.

Quindi se proprio volete usare termini come “alternativa” o “indipendente”, fateci capire il senso, il significato, il valore, altrimenti per favore fatene a meno e mettetevi in fila alla cassa come tutti gli altri.
Grazie.

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