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martedì, Agosto 11, 2020

Storie di Musica: gli anni d’oro

Abbiamo vissuto tempi meravigliosi nella musica, ma allora non ci sembravano così  meravigliosi. Li abbiamo vissuti attraversandoli con i capelli al vento

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IN RICORDO DI AL JARREAU

Voto Autore

di Roberto Manfredi  

Nell’estate del 1995 fui contattato da una Società romana che intendeva organizzare in Vaticano “Il Concerto per la Pace” in occasione del 50esimo anniversario della tragedia di Hiroshima e Nagasaki .

Dopo un breve colloquio fui nominato direttore artistico del concerto che sarebbe stato trasmesso in prima serata su Rai Due. Fu scelta la Sala Nervi in Vaticano, luogo austero ma di grande fascino estetico.

C’erano molte procedure abbastanza complicate da risolvere. Innanzitutto il cast artistico e il repertorio. I testi delle canzoni dovevano essere tradotti e approvati da un responsabile della Santa Sede. Ovviamente tutto doveva avere un carattere internazionale perché l’evento sarebbe stato trasmesso da vari broadcast nel mondo.

Il budget a disposizione era sottostimato rispetto alle aspettative (leggi: nozze coi fichi secchi), per cui l’operazione presentava molti rischi.

Presentai una lista di canzoni e di interpreti di grande suggestione: Randy Crawford, Caroline Lavelle, Dee Dee Bridgewater e Al Jarreau, più un artista italiano particolarmente interessato a partecipare all’evento per le sue finalità culturali, non certo per banali scopi promozionali.

Al Jarreau

Quando facevo il nome di Al Jarreau che aveva assicurato con entusiasmo la sua partecipazione, mi accorgevo che i cantanti italiani, in un modo o nell’altro, trovavano scuse per rinunciare. Il confronto con Al Jarreau li spaventava. Alla fine parteciparono Katia Ricciarelli e Luca Barbarossa, che accettarono senza riserve. Non gli sembrava vero di dividere il palco con Al Jarreau.

Scelsi la sua versione di “My favorite things” che con mia grande sorpresa, Al volle interpretare in duetto con Dee Dee Bridgewater.

Al termine del concerto tutti avrebbero eseguito Let it Be, accompagnati da duecento coristi giapponesi e dall’Orchestra di Santa Cecilia. Scelsi Lucio Fabbri come direttore d’orchestra, il quale ebbe la straordinaria idea di coinvolgere come pianista il grande Mike Harris.

Se non fosse stato per il rapporto con il suo management, Al Jarreau, avrebbe partecipato anche gratuitamente, perché era molto credente e desiderava fortemente incontrare Papa Wojtyla, cosa che riuscì a fare il giorno dopo, perché il Papa, già malato di Parkinson e operato con un intervento di artroprotesi all’anca, non era in condizione di assistere al concerto presso la Sala Nervi.

Di Al ricordo soprattutto il suo straordinario sorriso, davvero contagioso. Aveva un formidabile senso dell’umorismo, scherzava con tutti, ma quando si trattava di provare era rigorosissimo. Quel 6 agosto del 1995, dopo due ore di prove pomeridiane con Dee Dee Bridgewater, tornò in albergo e chiese al direttore dell’hotel di riservagli il pianoforte a coda, perché voleva provare fino a tarda notte.

Non fece una piega invece per le parti che Lucio Fabbri ed io gli assegnammo per Let it Be. Dimostrò grande passione, umiltà e professionalità da vendere.

Al Jarreau
Dee Dee Bridgewater e Al Jarreau

La sera della diretta, la produttrice dell’evento, fece notare ad Al, ma soprattutto a Dee Dee, che in sala erano presenti molti cardinali, per cui la loro esibizione doveva tenerne conto. In pratica si raccomandava ai due di essere molto pachi nell’espressione e nelle movenze. Figuriamoci… quei due divampavano dal sacro fuoco dell’arte e del jazz, per cui quando cominciarono a improvvisare a metà brano, scambiandosi le parti soliste, sembrava che oltre a cantare, facessero sesso sfrenato. Fu un’esibizione formidabile. Il brano durò più di dieci minuti e ci mancò poco che qualche cardinale non si alzò in piedi a spellarsi le mani. Potenza della musica. Tutta la Sala Nervi fu scossa da fremiti jazz, un fatto assolutamente straordinario. Non ricordo niente di simile prima o dopo la loro eccitante performance. Di colpo, grazie a quei due, la Sala Nervi, luogo austero per definizione, stava trasformandosi in una sorta di Cotton Club.

Ora Al canta sicuramente in Paradiso, dato che ci credeva come pochi. Incontrerà molti suoi fans ma anche tanti suoi scarsi imitatori perché il suo stile era, ed è, un credo, una scuola, un esempio, un classico. Ma imitare il canto di Al Jarreau è come imitare il virtuosismo pianistico di Keith Jarrett, impossibile ! In tanti ci hanno provato, fallendo miseramente. Pallidi imitatori che snocciolavano quella sorta di birignao vocale che storpia le vocali e i dittonghi fino alla nausea.

Mi dispiace enormemente che se ne sia andato da questa valle di lacrime leggi nostro articolo precedente). Con lui se ne va anche un pezzo di storia musicale. Oggi nessuno canta più così. Oggi si strilla gonfiando il petto come un tacchino, mettendo in scena l’ostentazione accademica dell’inutile narcisismo artistico. Al Jarreau ti faceva commuovere con un sospiro, un sibilo, un sussurro. Un suo concerto era un viaggio, un’esplorazione tra suoni e timbriche infinite.

Ciao Al, canta ancora per gli Dei.

Al Jarreau
Al Jarreau – My Favorite Things & Just to be Loved – Nice Jazz Festival

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