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Sanremo è Sanremo: perché…

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Crediti Foto Spada - lapresse
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di Marco Fioravanti

Perché Sanremo è Sanremo, e comincia già il countdown per la sua sessantasettesima replica che popolerà il palco dell’Ariston, dal 7 all’11 febbraio 2017 e sarà condotta, per la terza volta consecutiva, da Carlo Conti. Polemiche sulle canzoni ammesse o non ammesse se ne fanno già tante ma, straordinariamente quasi di più, si dibatte con fervore, da sempre, sugli ospiti e sui loro compensi: la vertigine degli zeri.

Il totopresenze dei vip strapagati è ormai come la lotteria di Capodanno: c’è molta moltissima attesa.

Tanto per iniziare a scaldare i motori prima della partenza, ogni giorno arriva qualche anticipazione o qualche smentita, in merito all’uno o all’altro personaggio invitato. Le notizie più insopportabili sono quelle sugli ospiti non prettamente musicali, ovvero quelli che davvero con il nostro festival, nazional popolare, non c’entrano nulla, ma servono a fare cornice, a fare audience. Forse. Oppure servono, come alcune vallette televisive, solo per far parlare degli abiti indossati.

Il clichè dell’ospite tipo di Sanremo è servito.

Il comico.

Ci sono i soliti comici che devono presentare il film, il libro o la trasmissione televisiva e arrivano tronfi sul palco sacro della musica italiana, come pesi massimi sul ring, carichi di energia ma la maggior parte delle volte tornano a casa scontenti con la coda tra le gambe. Bocciati, senza pietà, colpiti dalle pagelle sanremesi: Aldo Giovanni e Giacomo, Crozza e Siani, tutti stroncati dalle critiche su quel palco, eppure tanto amati dal pubblico.

Gli unici che hanno invece sempre avuto la meglio, sulle critiche cavillose e puntuali dei Festival sono stati Marchesini, Lopez, Solenghi: le loro superbe performance non sono mai state suscettibili di critiche, in alcun ambito, in alcuna location. Loro erano il Trio.

Il Vip d’oltreoceano.

E poi ci sono loro: le star d’oltreoceano. Vengono a conquistarsi un’intervista sull’ambitissimo palco dell’Ariston, sotto i riflettori accesi dall’attenzione internazionale. Ci concedono la grazia di risposte calate dal cielo: come astronavi sulla Terra. È ancora vivido il ricordo di quell’ospitata che, nel lontano 2003, costò la bellezza di duecentocinquantamila euro: li intascò Sharon Stone. Ospitare Nicole Kidman non fu certo meno dispendioso.

Il divo straniero si presenta sul palco, per una breve intervista: pochi minuti pagati profumatamente. Ma davvero noi non se ne sentiamo il bisogno o meglio: non ne capiamo il motivo.
In Rai pensano forse che questi grandi artisti possano far aumentare l’audience?
Ma dove vivono?

Questi personaggi, ormai, non creano più audience dello stacco di coscia di una soubrette. Una volta individuato lo stilista che li veste, fatta la mappatura dei ritocchi estetici e le puntuali osservazioni sugli ingaggi, a noi telespettatori non resta che ascoltare le scontate e banali domande sul privato e sulla carriera. Tutte notizie che abbiamo già cercato in rete poco prima di accendere la televisione o su qualche settimanale: A Sanremo tizio racconterà la vera storia della fine della sua storia con Tizia, che storia!

Quest’anno però niente lamentazioni aprioristiche: Julia Roberts e George Clooney riusciranno a farci digerire con più interesse le loro ospitate sanremesi, allentando le nostre insofferenze partigiane.
C’è il rischio che Conti chieda a George la vera storia del maialino Max, che ci ha ufficialmente lasciati molti anni fa, per cause naturali, ancora tutte da scoprire, un dolore immenso per George, portò a lungo il lutto. Ci piacerebbe invece vederli, Clooney e Conti, sorseggiare insieme, trasandati e malconci, una tazza di Nespresso. Tanto Clooney non perde un grammo di fascino nemmeno incerottato e livido. 

Abbiamo scherzato, è ovvio, a noi piace vederli in televisione e sentirci per un giorno più vicini a loro, ma il fatto è che la loro ingombrante presenza è fuorviante per la natura della gara. Il focus di Sanremo è individuare, tra le canzoni presentate, quella più di gradimento al pubblico: stilare una classifica fino a decretare, all’ultima sera, la vincitrice.

Gli interventi di Vip stranieri, super blindati e super scortati, nulla servono al genuino amalgama nazional popolare che il Festival della Canzone Italiana dovrebbe ricreare per un senso di identità culturale.

Queste partecipazioni, extra contesto, creano una distorsione dell’attenzione. L’obiettivo si perde. La canzone italiana passa in secondo ordine, come fosse ospite e non più protagonista.

Sembra appunto che ci si debba inventare sovrastrutture del divertimento per attirare l’attenzione del pubblico: alla fine le canzoni risuonano come l’ultima nota di cui preoccuparsi, quasi si avesse timore che da sole non servano a fare un Festival. Ma perché?

Sembra ci sia la fastidiosa distonia tra essere e fare. Sembra una ricerca compulsiva e ossessionante di audience tra una performance e l’altra. Praticamente tra un ospite e l’altro ci si ricorda che ci sono dei cantanti da far cantare, “in fretta però ché c’è un altro ospite da far entrare” stretti nei tempi impietosi della televisione. Sembra appunto che ci si vergogni un po’ della manifestazione sulla canzone italiana, manco fosse la sagra del paese e la si debba necessariamente travestire da programma televisivo, contenitore di tutto e di più. Abbiamo dubbi da anni sulla genuinità delle preferenze ormai adottate nelle conduzioni.
Una cosa sola sappiamo impossibile: vedere impallidire Conti per qualche scelta palesemente infelice: una stonatura.


Tutti cantano #Sanremo2017! Dal 7 all’11 febbraio su Rai1 Radio2 RaiPlay

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