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Ma quale Natale?

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di Mela Giannini

Natale della “nascita”, del redentore, dei Magi, della cometa, dei pastori e degli agnelli, del bue e l’asinello, della paglia e della grotta… il Natale del Gesù Bambino.

Così fu scritto.

E questa “scenetta”, nel nostro immaginario, ha preso forma da quando ci hanno raccontato, come se non bastasse, anche delle renne e del signore grasso di rosso vestito, un arzillo anziano con barba e capelli bianchi che, non si sa come, scende dai camini, e che, a dispetto della crisi, dispensa doni a destra e a manca… ma solo ai bravi bambini. Per i “cattivi” c’è solo del carbone.

Che poi, a dir il vero, si è scoperto che quel carbone non è la risulta di tutti gli andirivieni, su e giù per camini sudici del povero “BABBO”, ma una dolce e commestibile leccornia. Sarà che, in fondo, di bimbi cattivi cattivi non ce ne sono… almeno fino a quando questi non diventano “grandi”, magari come il signore delle renne, che di questi tempi e da queste parti, a nord del mondo, non è cosa rara mettere all’ingrasso arterie e coronarie, dando fiato alle trombe all’avanzata dei chili e di tutti gli “obesi guai”.

In tutta la mia vita, nelle varie fasi di crescita, dall’infanzia all’adolescenza, dalla prima gioventù fino all’età adulta – quella, per intenderci, in cui la disillusione cancella in noi, nel nostro immaginario, ogni piccola traccia della vita alla Willy Wonka -, ho sempre vissuto il Natale come un giorno di ordinaria festività, in cui si deve addobbare un finto albero di pino con palline colorate e luci ad intermittenza, passando, attraverso gli anni, dall’entusiasmo infantile verso questa “tradizione” al “non ho un cazz* di voglia” di tirar fuori tutto ‘sto casino di palle, stelle filanti e albero di pino finto compreso, perdendo due ore a fare lo stesso albero di Natale dell’anno prima. E se alla tradizione poi si accoda anche un presepe… beh, personalmente mi prende una sorta di orticaria che chiamo, senza tanti giri di parole, “gran rottura di ball*”.

E poi ci sono le vie delle città tutte adornate con ornamenti rossi, dorati, argentati, con giochi di luce che all’improvviso, come per incanto, trasformano edifici che fino a ieri erano tristi e grigi, in gioiose e festose facciate di palazzi che sprizzano spirito Natalizio come fosse la Las Vegas di Babbo Natale.

Per quelle stesse strade la gente sembra impazzita. La vedi correre a destra e a manca come se non avesse una meta, come se non ci fosse un domani. Persone sull’orlo di vere e proprie crisi isteriche pre-Natalizie, che affollano negozi per comprare “obbligati” regali, come se per “sopravvivere” alle festività si debba pagare dazio.

Seguono a ruota le grandi abbuffate – attorno a tavoli stracolmi di roba commestibile e non – con tutta la famiglia riunita (se si è fortunati e se non ci sono divisioni in seno alla famiglia stessa… e in questi casi nemmeno mille Natali possono qualcosa) che si ingozza d’ogni sorta di cibarie, come se per tutto l’anno avessero sofferto la fame.

Insomma, un periodo dell’anno “speciale”, in cui quello che vorrebbero davvero significare queste giornate non emerge realmente dalle nostre coscienze, tanto siamo distratti da tutto il “contorno”.

Voi vi starete chiedendo di quali “significati” stia parlando!?

Sicuramente l’anno scorso avrei retoricamente parlato di pace, di solidarietà, insomma di tutte quelle cose, di tutte quelle parole di cui, spesse volte, pensiamo conoscerne la “valenza”, e che il solo pronunciarle ci dà l’illusione d’essere differenti dagli altri. Ma la realtà è che siamo uguali alla maggior della gente, simili a tutti quelli che vivono, per la maggior parte del tempo, con gli occhi chiusi, le orecchie otturate e la bocca sigillata… per non parlare delle mani, braccia e gambe – cuore compreso – strettamente legate a noi e a quei posti in cui a Willy Wonka diamo il nome di “favola”, mentre allo stesso tempo ci prodighiamo nel ricreare una nostra “personale favola”, perchè in una “favola” ci piacerebbe (e ci piace) vivere, con luci, alberi finti, presepi inanimati, pacchi di regali, cibo fino a scoppiare… e il tutto il più lontano possibile da pensieri, problemi e dolori.

Quest’anno il destino – che come spesso dico, “lui ha più fantasia di noi” – ha voluto riservarmi un Natale “diverso”, come mai nella mia vita.

Quest’anno nessun albero finto per me, niente palline colorate, luci ad intermittenza, statuette di presepi, pacchi di regali, mega tavole imbandite e tepore di una casa piena di fratelli, zii, cugini, nipoti.

Quest’anno nessuna “favola”… quest’anno solo la nuda e cruda realtà, quest’anno solo la vita in tutta la sua interezza, limiti compresi, lati oscuri compresi, dolori compresi. E si, perchè la vita, che non è una favola, è fatta anche di queste cose.

Quest’anno per me c’è un Natale vestito di tanta, tantissima e disperata speranza, e per la precisione di “bisogno di speranza”.

Quest’anno il Natale lo trascorrerò anche con L., che non trova pace in nessun modo e in nessuna posizione nel suo letto, perchè il suo sangue ormai è intossicato; un Natale con P. che ha il viso rivolto sempre in basso per via del vomito post chemio che non da tregua; un Natale con D. che ha le crisi epilettiche a causa di infime metastasi cerebrali; un Natale con S. che cammina lentamente per i corridoi sottobraccio a sua moglie come fosse un vero “walking dead”, magrissimo e ondeggiante come un filo d’erba al vento e gli occhi vacui e fissi verso un orizzonte visibile solo per “alcuni”; un Natale con B. che si lamenta dalla mattina alla sera per dei dolori che nemmeno la morfina riesce a calmare; un Natale con R. che è sola al mondo, con i suoi 83 anni, una malattia terminale e nessuno al suo capezzale; un Natale con N., quello con dei biondissimi capelli, che ha appena 8 anni e un viso pallidissimo che non passa inosservato, che chiede disperatamente di tornare a casa a dispetto di una leucemia che gli ha tolto le forze anche per chiamare la sua mamma.

E poi c’è il mio, il nostro, Natale, quello con mio padre, un uomo che è sempre stato forte, indipendente ed energico, e che ora è allettato da più di due settimane, con costanti dolori addominali e lombari, e sopratutto con uno sconforto e una umiliazione incommensurabile a causa del fatto di essere stato obbligato dagli eventi ad accettare di barattare la propria dignità con cateteri e pannoloni… lui così indifeso e fragile ora, sfigurato e dimagrito che quasi non lo si riconosce, costretto tra flebo, tubicini nel naso per l’ossigeno e varie sonde infilate in ogni dove … lui lì che giace in un letto nell’attesa infinita di conoscere il suo e il nostro destino.

Nel corridoio di questo “misericordioso” luogo, vi è un presepe con statuette di varie dimensioni, raccattate da ogni dove, e disposte senza nessun senso di prospettiva, e un albero di Natale che anche se grande pare invisibile.

Ma più di tutti c’è il tempo che sembra costretto in una ampolla, che sembra sospeso, che sembra non passare mai, che sembra infinito anche quando si corre contro il tempo stesso per arrivare prima della morte.

E poi ci sono loro, gli angeli di bianco vestiti, che corrono da una stanza all’altra, tra flebo da cambiare, vomiti da pulire, pannoloni da togliere, sondini gastrici o rettali da mettere, pressione e febbre da controllare … e via così tutto il giorno, tutti i giorni.

Ecco… oggi, se mi chiedessero del Natale e del suo “significato”, saprei benissimo cosa dire, anche se in realtà non riesco a trovare le parole per descrivere certe emozioni, talmente grandi che, a volte, il cuore sembra non aver la forza di reggere.
Emozioni forti come quelle provate, ad esempio, aiutando a far passeggiare lentissimamente il signore simile ad un filo d’erba al vento, dando una mano a sua moglie che a stento riusciva a sorreggerlo, cosa che mi ha fatto “sentire” e “provare” fortissimamente ed empaticamente tutta la desolazione di quella persona e tutta la pena di quella moglie… e il solo “grazie” detto, con un flebile filo di voce, da quell’uomo potrebbe bastare per “definire” il vero significato del Natale, almeno per me.

Pur nella sua tragedia, questo Natale forse è il più significativo e vero che abbia mai passato, un Natale che ha un senso, che non è fatto di inutili regali, ma di concrete mani da afferrare che ti gratificano più di un gioiello inestimabile.

E con questa gratificazione e con tutta la speranza che ho nel cuore, auguro un vero Buon Natale a tutti… ma tutti tutti davvero.
Direttore di FMD-faremusic.it
Mela Giannini

 

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