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“Anarchy in the U.K.” dei Sex Pistols compie 40 anni

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di Francesca De Luisi

In questi giorni (esattamente il 26 novembre) nel 1976 usciva in Inghilterra, “Anarchy in the U.K.” il singolo d’esordio dei Sex Pistols, canzone destinata a diventare l’inno del movimento punk e a far saltare le regole della discografia musicale.

In realtà, però, la prima volta che i Sex Pistols suonarono “Anarchy in the U.K.” dal vivo fu nell’estate del 1976 a Manchester. Per mesi i loro concerti avevano causato devastazioni e risse con il pubblico, tanto che molti locali, a Londra e non solo, li avevano banditi.

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Poi la band di Johnny Rotten, grazie ad un contratto con la EMI ottenuto dal produttore Malcome, aveva trovato la via per arrivare al grande pubblico dopo, appunto, un anno di semi clandestinità in cui ormai il movimento punk inglese continuava a crescere e diffondersi in tutta la Gran Bretagna, fra case occupate a Notting Hill Gate, ragazzi vestiti di sacchi della spazzatura e spilloni conficcati nelle guance, ecc ecc.

“Anarchy in the U.K” non solo lo hanno definito un codice, ma ha sicuramente segnato un’epoca. Era considerato l’urlo di rabbia di quell’Inghilterra, che di lì a poco avrebbe fatto i conti con il primo mandato di Margaret Thatcher, l’incarnazione musicale di quell’humus fatto di rabbia, frustrazione e disagio (economico e sociale) sul quale sarebbe fiorito il più rilevante punk della costa atlantica orientale.

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I Pistols parlavano con rabbia e disprezzo a una generazione senza soldi, senza prospettive e senza più ideali. Già nel primo verso della canzone “I am an antichrist/I am an anarchist” erano stati infranti due tabù e i Pistols avevano esasperato la loro fama di band socialmente pericolosa.

L’hippismo era solo un fastidioso ricordo, il glam ormai sorpassato e il futuro solo un grande buco nero. Rotten attaccava tutto e tutti, compresa la regina Elisabetta, senza timore di profanazione. “Non so quello che voglio, ma so come ottenerlo, voglio distruggerti, perché sono un anarchico e non uno schiavo“, urlava nella canzone. Il suo modo di scandire le parole era allucinato e spaventoso, pieno di odio. Nonostante tutto la Emi, che cercava di cavalcare l’onda del punk, pubblicò il singolo e le vendite furono confortanti.

 Crediti: Phil Symes Cowan/Symes e FilmFour Distributors

Crediti: Phil Symes
Cowan/Symes e FilmFour Distributors

Accade il caos quando però i Pistols furono maldestramente spediti come ospiti nel programma di Bill Grundy, il “Today Show” sulla seguitissima tv regionale Thames Television (perchè dovevano coprire un buco lasciato dai Queen). Grundy, con atteggiamento sprezzante e provocatorio, chiese alla band di dire qualcosa di oltraggioso: e loro, ma in particolare il chitarrista Steve Jones, lo fecero tra rutti, insulti, parolacce, allo stesso Grundy che definirono “vecchio porco” e  “vecchio sporcaccione“.

In un colpo solo i Pistols distrussero la carriera di un noto conduttore televisivo e portarono il loro status di pericolo pubblico ai massimi livelli.

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I Sex Pistols, si affermarono come i cattivi maestri del punk inglese. Molti media bandirono il brano e la Emi decise di allontanare la band. Ma il virus era ormai nell’aria, la bomba era esplosa! La censura trasformò i Pistols in un fenomeno incontrollabile, attraente, spaventoso. Gli occhi sgranati di Rotten erano l’immagine di una rabbia ingovernabile e diffusa. Come scrisse Savage, il suono della band era fatto di “bicchieri infranti e lamette arrugginite”.

Solo che alla fine si è rivelata come “La Grande Truffa del Rock’n’roll“, cosi chiamata in seguito dal regista Julian Temple nel suo film documentario sui Pistols, dove appunto spiegava come il gruppo più rappresentativo del punk, dalla contestazione si trasformò in un “macinato” della stessa industria discografica, della moda e del marketing.

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Prima di diventare elementi dell’ingranaggio però, Rotten, Steve Jones, Paul Cook e Glen Matlock – che venne presto rimpiazzato da un fan particolarmente scalmanato del gruppo, Sid Vicious, famoso per la sua abilità nello scatenare risse ai concerti, nonché inventore del pogo, il ballo tutto spintoni, calci e gomitate dei punk – si sono presi le loro belle soddisfazioni, incendiando la scena britannica e guadagnandosi la fama di band più oltraggiosa della storia grazie a pezzi come “God Save The Queen”, in cui dileggiavano pesantemente la regina Elisabetta: “Un regime fascista ha fatto di te una cretina”.

Diverse band si sono cimentate in riletture di “Anarchy in U.k.“, in posti ed epoche diverse. E se ne sono accorti praticamente tutti quelli che ascoltano musica, a giudicare dalle playlist che girano sul Web, che le truffe finiscono, le epoche e i primi ministri passano… e qualche volta occorre pure rendergli l’onore delle armi.

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