E finalmente Paolo Conte entra in scena, unico tra i presenti sul palco a non indossare l’immancabile smoking. Il passo leggermente rigido, incerto, Paolo Conte si posiziona davanti al microfono, in piedi.
Abituato a farmi ubriacare gli occhi da lui che ogni tanto spunta sornione ed elegante dal pianoforte a coda come di consueto, la cosa mi fa un certo effetto.
L’orchestra, stupenda, stupendamente parte. E con lei arrivano le prime note della melodia, le prime parole. La voce ha acquistato uno strato di ruggine in più e qualche decibel in meno. Intatta rimane la magia che quest’uomo è in grado di creare fin dalle prime battute.
Dentro c’è tutto il possibile e anche l’impossibile. La nostalgia, l’ironia, l’amarezza, il mondo. I gesti con i quali si accompagna sono legnosi quasi da marionetta spesso impacciati eppure dentro ci leggo una dolcezza infinita. Mi assalgono sentimenti contrastanti. Tenerezza mista a rammarico per la consapevolezza del tempo che corre via come il vento delle sue pampas, come il suo aguaplano. E ancora un amore imbarazzante per questo artista.

Il pubblico applaude ad ogni canzone (nel frattempo è tornato al pianoforte) con uno scroscio di urla ed applausi da stadio. Che se certamente andranno a lusingare la sua vanità di uomo mi viene da pensare che disturberanno un po’ la sua sensibilità d’artista, perché è come se andassero a distruggere inconsapevolmente questa cattedrale di magia che sta prendendo forma sul palco. Ci vorrebbero applausi muti, una sorta di energia silenziosa che parte dalla platea e va ad incontrarsi e confondersi fino ad diventare un’unica cosa con l’energia che dal palco piove sugli spettatori.
Paolo Conte si avvia a concludere. Sento tutta la sua stanchezza di uomo anziano e tutta la giovinezza e il vigore della sua arte. Ci vorrebbe che il tempo si fermasse. Nient’altro. Anzi, forse a questo punto ci vorrebbe un kleenex. Per questi cazz* di occhi che continuano a inumidirsi.

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