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Compendio sulla desessualizzazione vista dalla prospettiva di una donna

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di Elena Nesti

Alcuni giorni fa, su questo sito-magazine, Michele Monina ha dato qualche spunto di riflessione riguardo al fenomeno della recente desessualizzazione o asessualizzazione delle cantanti italiane (potete leggere i due articoli di Monina qui: 1mo Articolo e 2ndo Articolo).

Anch’io, donna, appassionata e studiosa di musica e del genere umano, ho colto tale tendenza al tabù e mi pongo una serie di domande che vorrei condividere con voi.

Il fatto di avere un sesso, delle tette, dei desideri, può essere affrontato musicalmente e visivamente in una varietà di sfumature dall’esplicito al velato.

Ora, siamo seriamente davanti ad un’attuale tendenza generale all’omissione: non sono contemplati né il velato né l’esplicito.

La cartografia implicita che sottosta a queste osservazioni non è mossa da un qualche istinto voyeuristico o femminista o una particolare volontà di ascoltare voci pop ansimanti, ma diventa rilevante solo ed esclusivamente dal momento in cui ci fa identificare un problema nella visione che la donna italiana ha di se stessa e in generale sullo stato della cultura in Italia: la spia del tabù, quindi della mancanza di libertà, si è accesa.

Tanti sono i modi per raccontare la propria sessualità. Alcuni artisti raccontano i propri tormenti, altri il proprio godimento, alcuni seducono attraverso la musica, altri ancora desiderano. Il modo di approcciarsi alla sessualità, un elemento che va a cifrare la poetica degli artisti e non meno dei cantautori ante-litteram, quegli antenati del pop che infarcivano i canti pop-olari di basso, di carnalità, di richiami al corpo: no, il sesso nelle canzoni non lo abbiamo importato dalle pop-star americane a partire da Madonna (e finché è venuto e viene dall’America, tutto bene).

Il corpo è sparito e, tranne rari casi, è peso morto sulla scena. Donne che non sembrano padrone della propria corporeità e della propria rappresentazione, Donne sull’orlo di una crisi…della rappresentazione. Rabbrividisco sentendo opinioni tipo “è il suono che emettono che ci interessa”, come se la voce non fosse corpo, come se la musica non fosse prodotta da movimenti o gesti musicali. Risiamo al solito retaggio cattolico per cui il corpo è il luogo del volgare e dell’impuro, la mente è quello delle idee nobili.

Romina Falconi – Circe
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Ma l’ipotesi che avanzo per interpretare questo fenomeno di scomparsa del sesso dai progetti artistici femminili è più circostanziale: la colpa, sempre della solita, ormai millenaria crisi della discografia, che puntando su pochi progetti, non si può prendere il rischio che questi non piacciano a tutti. Il sesso divide, non unisce: al marito della casalinga non vanno bene quelle posizioni (mi scuserete il doppio senso, visto che proprio in questa sede stiamo cercando di scuotere i mœurs) in cui si ritrova la ventenne, e così via.

E’ così che ci ritroviamo con proposte informi, immagini sterilizzate che non creino divisioni tra il pubblico, che piacciano agli adolescenti come ai genitori, insieme davanti alla televisione che vede la maggior parte di queste proposte come protagonisti dei talent, insieme ai concerti negli stadi che vanno riempiti con le famiglie (a volte non funziona nemmeno, vedi alla voce Emma).

Sembra che discografici e artisti si interroghino piuttosto su cos’è la norma e come si possa fare per conformarsi il più possibile con essa. Ecco che emergono cantanti senza personalità, o con una personalità volutamente indefinita, che assicuri il più largo pubblico.

Cantanti che più che su un palco per dire qualcosa, sembrano messi lì a muovere compassione, vedi una Francesca Michielin tra le tante. Per dirla con Bolelli, siamo di fronte alla “supremazia della colpa, del peccato originale, delle virtù modeste, del giudizio morale e di tutta quella roba che deprime e depotenzia gli esseri umani […] al risentimento moralista contro chi ha una relazione forte, fiera e inventiva con la creazione e con la vita”.

Siamo partiti da un tabù e siamo arrivati al fallimento dell’educazione e della cultura, nello sviluppare delle personalità, nel far sì che ognuno si realizzi in quanto persona. Una tragedia. Compreso il moralismo. I social network ora come ora non ne sono forse il crogiuolo? Tutti pronti o a offendere o a dare lezioncine. Meglio, se non si sanno difendere le proprie scelte artistiche o peggio ancora quelle dei propri discografici, non prendere posizione, non dire niente di contestabile. Ma niente niente, neanche con le proprie canzoni.

Sergio Rubino – Il Postino (amami uomo)
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Difatti autori di interpreti donne, autrici e cantautrici non ci parlano di sesso, un elemento che dall’adolescenza in poi fa parte delle nostre vite. Sarà un caso, dopotutto sono tanti gli argomenti di cui parlare: il cielo, i colori, l’amore – astratto, l’amore – astratto e infine l’amore – astratto. Seriamente, chi pensa che gli artisti non si sentano di affrontare l’argomento sessualità, che non abbiano un’opinione a riguardo per mancanza di linfa culturale, che nella confusione generale dei punti di riferimento, preferiscono evitare l’argomento prima di ritrovarsi a scandali che non sanno gestire?

L’ambizione può anche essere quella di parlare a più gente possibile, ma ciò non può essere il punto di partenza che mette un freno a quanto si ha da dire.

E se si sapesse ormai tutto riguardo la sessualità ?

Non c’è più niente per cui fare scandalo ? E se si parlasse di sessualità perché invece si ha davvero qualcosa da dire ?

Nei talent ci propinano ancora America e Pensiero Stupendo, e gli adolescenti che le scoprono le ascoltano ancora.

Non è successo niente nel frattempo, nessun cambiamento nella maniera di vivere la propria sessualità, nel modo di approcciarsi al sesso, da 40 anni a questa parte, niente di cui si possa parlare? Autori, siete i nostri portavoce, chi deve parlare per noi?

Io vi scuso solo se mi dite che state vivendo un trauma. Un trauma che si chiama esasperazione da 20 anni di berlusconismo, di tette, culi, veline, silicone in TV come in Parlamento. L’omissione della sessualità, come una volontà di prendere le distanze dal mondo della televisione (che paradossalmente oggi più che mai coincidono), affermando cosi la vostra appartenenza al mondo musicale. È vero che cercare in tutti i modi di affermare che “io sono musicista” conviene, soprattutto quando il fattore musicale è carente.

La crisi discografica non tiratela in ballo per dire che non ci sono soldi per promuovere progetti alla Lady Gaga o alla Beyoncé, non stiamo parlando di costruire scenari mastodontici per spettacolarizzare l’elemento sessuale, stiamo parlando di includere la sensualità e la sensualità nella propria immagine e nella propria poetica d’artista.

Aleggia in tutte queste ipotesi il terrore che si dica che la donna in questione sia un “prodotto”. A parte che in ogni caso con il pop siamo comunque nel regime del marketing, un “prodotto” lo si diventa anche cantando la copia di dieci altri brani o stando sul palco di Sanremo confezionata da uovo di Pasqua. Si può anche essere il prodotto consapevole di se stessi, senza che qualcuno mercifichi sulla tua pelle, vedi Lady Gaga.

Potrebbe trattarsi di sfiducia nelle qualità musicali – a volte anche a ragione veduta –  che in presenza di tette, sarebbero facilmente offuscate. Ma lo ripetiamo, mostrare le tette non è l’unica via. Terrore di non saper controllare il fattore mediatico, invece di farlo volgere a proprio favore, proprio grazie alle tette. Sfiducia nel pubblico, nella sua capacità di apprezzare un brano non andando al di là delle tette (le femministe non si risentino per la metonimìa, è per praticità). In tutti questi casi, le tette si delineano più che altro come qualcosa da perdonare. Scusate se esistiamo – è un po’ questo il problema.

Irene Grandi – Per fare l’amore
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