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E FATEVE CAPI’ – L’IMPORTANZA DI FAR CAPIRE IL TESTO DI UNA CANZONE

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di Nino Tristano Pirito

Quello che mi ha sempre infastidito (anzi, fatto incazzare) nella musica – lirica, leggera, pop, rock – è la quasi totale incapacità dei cantanti di far comprendere bene le parole che cantano.

Ci sono eccezioni, certo. Pavarotti e Bocelli, ad esempio, sono capaci (era capace nel caso di Luciano) di farsi capire. Il che non è solo un valore aggiunto, è una capacità connessa al talento. Infatti, entrambi non hanno avuto mai bisogno di adeguare l’emissione alla facilitazione per l’intonazione della nota. Anche se è differente, e non poco, emettere una “a” o una “u”.

La seconda, ad esempio, è più adatta, come la “o” ai toni bassi. Mentre la prima, aprendo gola con corde vocali incorporate, si presta agli acuti, per i quali anche la “e” non è male, anzi. La “i”, invece, secondo me, si adatta maggiormente ai falsetti, soprattutto nei salti di ottava, “secchi” o progressivi (più facili e utilizzati i secondi).

Ma è nella cosiddetta musica leggera (o pop) italiana che il problema si fa grave. Ditemi come è possibile valutare o apprezzare con scrupolosità un brano senza comprenderne il testo?! Ho detto e scritto mille volte che l’impatto primario è la parte melodico-armonica. Quella che colpisce, subito, orecchio e cuore. Ma se sei in grado di afferrare immediatamente anche il testo, la comprensione è completa, quindi più attendibile per farti pensare (o dire) “azz, questa mi piace“, oppure “azz, questa no“.

Parlo da ascoltatore. Ma anche un po’ da critico. E le riflessioni appena fatte non significano apprezzare solo l’orecchiabilità. Faccio l’esempio di “Amen” di Francesco Gabbani, canzone vincitrice nella categoria Sanremo Giovani di quest’anno.

Al festival l’avevo notata e apprezzata. Ma, riascoltandola successivamente – pur “perdendone” il significato nella strofe – finalmente ho capito il ritornello. E, oggi, posso dire con convinzione che il brano è davvero splendido, mentre “prima” lo ritenevo … solo… buono.

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