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LA GUERRA DEI ROCKETS – Intervista

E' ufficiale: i Rockets in causa per il nome. Intervista esclusiva al leader Quagliotti.

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di Tiziana Pavone

Chiedi chi erano i Rockets. Gli Elio e Le Storie Tese lo sapevano bene, quanto quella specie di alieni musicali fossero entrati a fine anni ’70 nell’immaginario collettivo. Tanto che decisero di emularli sul palco del Festival di Sanremo, partecipando nel 1996 con gli stessi travestimenti scenici che rese il volto di Christian Le Bartz e dei suoi, inconfondibile.

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Noi di una certa età con loro ci siamo cresciuti. Abbiamo visto gli effetti dei primi raggi laser, usati ai concerti insieme ai trucchi scenici. Dall’estero arrivavano gli imput difficili da imitare senza cadere nel ridicolo. In Italia ci sono riusciti solo i Cugini di Campagna e Renato Zero, a salire sul palco. Anche se in modo più ruspante e con qualche pomodoro stampato in faccia.
I Rockets arrivavano dalla vicina Francia ed erano regali. Ricordo di come scolpirono la sala del capiente Teatro Ariston, proiettandoci con eleganza dentro a mondi paralleli. A suon di magiche luci squadrate, quantità esorbitanti di fumi in odor di nebbia, una ritmica prorompente, voci metalliche, e movimenti minimalisti, rigidi, riconducibili alla meccanica robotica. Poi li rividi allo stadio di Sanremo. Parevano materializzarsi da entità ipnotiche per spararci addosso l’alieno che è in noi. Restare avvolti nei colori era stupefacente. Era il tempo di Galactica e la band italo francese era la novità molto in voga. Ancora non si parlava di ogm, robot casalinghi, di droni o di città sorvegliate. Ma proliferavano le radio libere, sognando California e importando gli istrionici Kiss. Con qualche chansonnier francese e molti gruppi britannici che ben conosciamo.

Proponendosi in modo psichedelico i Rockets  mistificavano il misterioso mondo inesplorabile degli UFO. Lontano anni luce dalle sperimentazioni filosofiche, che i londinesi Pink Floyd, nati dieci anni prima, in pieno clima underground proponevano all’UFO Club. I quali più che sui laser, questi ultimi, si erano concentrati sui fuochi d’artificio. E macchinosi espedienti, alternativi agli strumenti, per riprodurre suoni dai tempi lunghi in quadrifonia: cose inesistenti sul mercato musicale tradizionale di allora. Li abbiamo amati entrambi, con tutte le loro luminarie psichedeliche. Gli uni di nicchia, belli da scoprire. Amavamo passarci sottobanco le informazioni sulle loro canzoni, al pari dello scambio di figurine. E gli altri popolari, più radiofonici e spensierati. Che toccavamo con mano per ballarci intorno. Erano le due facce della medaglia sociale. I critici per definire l’avvento dei sintetizzatori si inventarono un genere, lo space rock. E dentro ci finirono tutti e due i gruppi. Tempi così irripetibili che c’erano i dischi d’oro, quando si vendevano canzoni a milioni…

Un bel contributo, per capire il clima di quel periodo in relazione a quello attuale, è racchiuso al cinema: in un film divertente dell’anno scorso che si chiama “OndeRoad”, di Massimo Ivan Falsetta. Tra i leggendari dj protagonisti, un Awanagana agguerrito, con Federico l’Olandese Volante vendica tutti noi nostalgici, compiendo un gesto tanto liberatorio quanto sognato: blocca tutte le radio attuali per trasmettere la musica che ha fatto la storia del pop, ossia quella degli anni a cavallo tra i ’70 e gli ’80. Potevano mancare in questo film i Rockets che dopo 40 anni si ritrovano a interpretare sé stessi? Certo che no. Oltre a fare gli attori, i Rockets di oggi, per il film hanno scritto la colonna sonora di Quagliotti.

Ecco chi erano i Rockets!

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Cosa resta del passato?

“I Rockets non si sono mai sciolti” – ci racconta il leader storico Fabrice Quagliotti. “Il gruppo ha subito metamorfosi, come è normale che sia nelle lunghe carriere. Io entrai per ultimo nella formazione storica, come tastierista. Era il 1977. Poi qualcuno si stancò e non volle più continuare. Così per mano del produttore dell’epoca si rinnovò la prima formazione. Il cantante rimase fino al 1983. Nel 1984 comprai il marchio. Sono il reduce di quella leggendaria band, che nel 2006 ha subito gli ultimi cambiamenti ed è diventata quella attuale. Oltre al sottoscritto alle tastiere, ci sono l’ex bassista dei Visitors, Rosaire Riccobono mio amico d’infanzia, e il chitarrista Gianluca Martino. Loro due sono entrati nel 2004. Eugenio Mori, che ha suonato con PFM, Antonacci, gli 883 e molti altri, è il nostro batterista dal 2005. E infine John Biancale, frontman dal 2006. Siamo due italiani due francesi e un canadese.

Suoniamo per la maggiore in Francia, in Russia e in Italia. La nostra prossima partecipazione live è il 6 agosto al Lido di Jesolo (Ve), nella serata intitolata “La Macchina del Tempo.”

Questa è la vera formazione Rockets che potrete toccare con mano. Eppure oggi pare minata l’identità del gruppo, che è contesa. A seguito della pubblicazione di un articolo sul settimanale Visto, uscito a fine giugno con una intervista all’ex vocalist Luca Bestetti, abbiamo appreso che la band si è sdoppiata sotto l’ombrello di un solo nome.

Non sono certo i primi, i Rockets, a contendersi il nome del gruppo. Capitò ai New Trolls, come a tanti altri. Ma se per il pubblico Di Palo non è diverso da Vittorio De Scalzi, qualche confusione ci potrebbe anche stare, nel decidere quale pezzo di storia andare a sentire, davanti a due spettacoli  che fossero fusi nello stesso nome. Quando il gruppo si divide e i suoi artisti continuano l’attività, è come se fossero tutti separati in casa: si presenta il problema di chi debba abitare la casa costruita in comune. Spesso sono le cause in tribunale a stabilirlo. L’unica volta che il verdetto diede ragione a tutti, fu per i Gipsy Kings. Ma di solito si mietono vincitori e vinti e il vinto deve cambiarsi nome. Bene hanno fatto i Pooh a sottoscrivere patti chiari. Sono riusciti a non lasciarsi. A sperimentarsi singolarmente. A conservare integri nome e band. A concludere la loro carriera con una emozionante reunion, proprio quest’anno. Reunion che includeva l’antico fuoriuscito Riccardo Fogli, e il batterista Stefano D’Orazio (uscito in anni recentissimi dopo una lunghissima permanenza). Guardando all’estero, le cose appaiono più semplici. I Beatles si sciolsero e ognuno con la propria cifra diventò famoso col suo nome, perseguendo però lo stile in comune. I Queen dopo la triste scomparsa del leader, il grande Freddie Mercury, hanno coltivato progetti investendo anche in separate produzioni. I Pink Floyd continuarono la lunga carriera anche dopo l’abbandono del visionario chitarrista Syd Barrett, e più tardi del bassista Roger Waters. Barrett mai dimenticato, fu rievocato dai Pink Floyd nell’album “Wish You Were Here”. Ognuno dei fondatori divenne famoso legato indissolubilmente al nome della band. Nei loro live, per via dei numerosi effetti sonori da riprodurre come sui dischi, i Pink Floyd ingaggiarono diversi musicisti. Tanti da indurre qualcuno tra il pubblico più affezionato ad arricciare il naso (ricordo bene in fila ai concerti battute alla romana, tra il serio e il faceto, del tipo: “Ma questi non sono mica i veri Pink Floyd!”). I movimenti avvenuti all’interno degli ultimi live degli anni ’90 non hanno certo reso famosi tutti i partecipanti che si sono succeduti al banchetto. Nessuno ha mai scalfito la reputazione di un marchio e dei suoi fondatori, adorati in religioso silenzio dai fans. Nome che ovunque proposto, neanche a dirlo, garantiva alle casse il sold out, al di là della formazione live del momento.

Il nome di mercato è importante, lo abbiamo capito. A volte scompare. A volte sopravvive ai suoi fondatori. A volte fa vivere le famiglie allargate.

Nel caso della contesa del nome dei Rockets, i presupposti sono diversi. Intanto a loro è capitata una biografia simile a quella dei Matia Bazar, gruppo che dalla fondazione dopo l’uscita del frontman Antonella Ruggiero, non ha avuto pace. Fatta eccezione per il batterista che è sempre rimasto, ha cambiato formazione più volte nel corso della sua storia, e persino alternato i suoi vocalist  (l’ultima, Silvia Mezzanotte per la seconda volta fuoriuscita lo scorso febbraio, lasciando qualche acredine ai reduci del gruppo dalla sua pagina facebook). A questo punto ci si potrebbe chiedere: chi è Matia Bazar? Chi se ne va? O chi resta? Spiace fare questo paragone che casca a pennello sui Rockets ma nella causa Quagliotti/Bestetti è come se la Mezzanotte depositasse il nome dei Matia e cantasse al posto dei Matia Bazar. Una roba che nemmeno Carlo Marrale, tra i fondatori, si sognerebbe di fare.

Quagliotti dalle nostre pagine per la prima volta risponde pubblicamente all’ex vocalist dei Rockets, il quale sotto intervista del collega Alessandro Cassaghi sostiene di aver organizzato la reunion, di aver depositato il marchio “Rockets” ma di utilizzare per il suo nuovo disco il nome “Rockets LBM Project”.

Che succede?

Sul settimanale Visto ci sono dichiarazioni di Bestetti completamente false. A ben leggere pare che l’ex vocalist sia alla ricerca di una identità. Ammetto che le dichiarazioni lette sull’articolo intitolato “Tremate, i Rockets sono tornati” mi hanno mandato su tutte le furie – racconta  il leader storico dei Rockets, reale detentore dei diritti sul nome del gruppo – tanto da farmi intraprendere una causa.

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Non è la prima volta che lui ci prova. Voleva usare il nome anche anni fa. Sa bene che non può farlo. Avevo lasciato passare la cosa. Ma quello che dice nell’intervista non è più accettabile! Io ho preso parte alla formazione storica della band, dal ’77. Ho portato avanti il progetto Rockets quando gli altri hanno abbandonato. Non ho mai smesso di fare serate e dischi dopo aver acquisito il marchio, anche se ho vissuto un periodo in cui non facevo serate. Come vocalist lui mi piacque, gli proposi io di cantare nel gruppo, e dopo qualche incontro era già dei nostri. Accadde molto tardi negli anni. Precisamente nel 2003 e poi è stato sostituito. La cosa che mi dà più fastidio è che lui continua a millantare di aver fatto parte dei nostri successi come On The Road Again, Galactica ecc. Lui non faceva parte del gruppo in quegli anni.

Bestetti nella nostra discografia, su venti dischi realizzati dal ’76 al 2014 è presente in un solo album, il sedicesimo intitolato Don’t Stop. Ora lui dice che il marchio è suo e ne fa un uso smodato, senza più nessun tipo di freni. Sapendo bene che esistono i Rockets di cui lui ha fatto parte. Comunque in questi giorni abbiamo incaricato il nostro legale che ha già provveduto a smentire la notizia e a richiedere le dovute rettifiche.”

Come vi eravate conosciuti?

“Nel 2000 un mio amico, il produttore Bazzi, mi avvertì di un fan che voleva conoscermi. Mi disse: quando siamo a Milano ti chiamo! Ci incontrammo e dopo l’autografo il fan mi chiese: perché non facciamo un disco insieme? Io faccio tutto per passione. Oggi come oggi sennò non andresti avanti. La musica ti tiene giovane. E a volte uno ti è simpatico e capita così che si fanno cose insieme. Lui fece un brano con la sua voce suonata con la melodia della tastiera e il risultato finale venne bene. Ci siamo visti un po’ di volte e abbiamo deciso di fare un album. Prodotto dal dj Joe T Vannelli, e me. Lui in quel disco ha solo cantato, non ci mise soldi. Nel 2003 fu il cantante del gruppo. Poi facemmo le serate. Con lui c’era anche una certa amicizia, gli volevo bene. Ma al di là di questo, alla fine, ripeto, lo presi per un disco, l’ho ringraziato e poi… basta”

Poi basta? Cosa accadde?

“Durante una serata a Mosca lui si ubriacò e non ne uscimmo con una bella figura. Finché suoni la voce con la tastiera ok, ma cantare è un’altra cosa. Decisi di cambiare e folgorato dalle sue performance presi John Biancale, il nostro attuale cantante. La cosa finì lì. Sette anni fa circa ricevetti una lettera dal suo avvocato. Mi scrive: “Ho saputo che lei fa dischi e cofanetti col nome dei Rockets”. Risposi che i Rockets …ero io! Esiste una continuità documentabile nel tempo. Quando nel 2014 uscì il nostro album Kaos con la Warner si fece avanti ancora. Ma con poco successo perché il goffo tentativo di fermare il nostro album è stato subito annientato dal nostro legale.”

Perché questa volta è diverso?

“Questa volta la cosa che mi fa arrabbiare davvero troppo, è il fatto che lui sostenga di aver rifondato la band storica per fare un album nuovo, quando di storico non c’è nessuno. Non è più questione di nome ma di rubare la mia identità storica. Se tu mi dici che i Rockets LBM P. escono con un disco mi sta anche bene. Tanti auguri! Ma non puoi darti una storia che non hai e dire che dopo il successo di On the Road Again esci con un disco: quello che stai facendo è una truffa! E anche un insulto alla nostra carriera. Mi sento derubato. Adesso fa credere alla gente che lui è quello che ha fatto Galactica. Fa vedere la foto che ritrae un concerto con me, con i Rockets, che non suonano di certo con lui. Io sto coi Rockets dal ’77. Finché tu parli di quello che hai fatto con me mi sta bene ma del periodo che va dal ’77 al 2000 non hai diritto di parlarne. Una cosa del genere la accetterei solo dai miei compagni di viaggio storici. Noi non abbiamo mai smesso di fare dischi e concerti. La band nel tempo si è sempre evoluta, con nuovi elementi, abbandonando anche nel 1984 il trucco argentato, il rasato, ma non ha mai appeso le scarpe al chiodo. Ha avuto una continuità. I nostri dischi son fatti bene, un signore che arriva dal nulla non posso accettare che dica “esco con un disco dei Rockets”. Tutto questo lede la mia immagine. E’ come se qualcuno avesse detto: ok, domani decade il marchio dei Rolling Stone. Mi precipito e lo vado a registrare. Ma mica per questo tu diventi i Rolling Stone! Lui avrà anche registrato il nome ma non lo può usare! Nel 2003 dopo sei mesi ebbe il coraggio di confessarmi: “L’ho registrato perché il marchio stava per decadere. Ma non ti preoccupare il marchio è tuo”. Lui sapeva benissimo di non poterlo usare. E io lasciai correre perché tendo a fidarmi delle persone. Io mi fido e lui agisce in malafede”.

Perché lo fa?

“Credo per una notorietà che non avrà mai.”

Come finirà? Io è da quando ho messo giù il telefono che me lo chiedo: come può essere ritenuto nuovo il marchio dei Rockets nel 2003 quando i Rockets esistono dal 1974? E come mai la Warner stampa dischi dei Rockets se loro si sarebbero estinti? Intanto la decisione è presa. A portare avanti la causa di Quagliotti e dei Rockets sarà l’avvocato Giorgio Tramacere. Tremate.

I Rockets sono atterrati!

 

I Rockets nel Kaos Tour iniziato nel 2015

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Ultimo clip Part Queen

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Live in Russia

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