Oggi nella rubrica “Scritto da Voi” – in cui inseriamo i migliori scritti in giro nel web – abbiamo scelto un toccante post su facebook di Sara Freddini, del sito Lezpop, in cui si parla dei campi di sterminio di Auschwitz.
Per il weekend di Pasqua la mia ragazza mi ha proposto una piccola gita di 3 giorni in Polonia, per fare un saluto a sua sorella che vive e lavora a Cracovia.
Ho accettato di buon grado, poi, l’invito a visitare i campi di Auschwitz Birkenau, senza pensarci due volte.
Senza remore, messa di fronte all’idea di andare a visitare, toccare con mano la storia e del tutto impreparata alle emozioni che quei luoghi avrebbero fatto scaturire.
Alla vista della scritta «Arbeit macht frei», che tante volte avevo visto sui giornali e sui libri, ho sentito un gelo pervadermi le ossa.
Foto Gallery – Campi di Auschwitz Birkenau. Crediti Foto di Sara Freddini
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Ho sentito lo stesso gelo mentre guardavo con i miei occhi il muro delle esecuzioni, tra il blocco 10, dove venivano effettuati esperimenti sulla sterilizzazione femminile con iniezioni di nitrato d’argento, e il blocco 11, il “blocco della morte”, dove detenevano i prigionieri prima delle esecuzioni.
Lo stesso gelo, mentre toccavo le travi di ferro, dove venivano effettuate le impiccagioni, e le travi di legno dei dormitori, dove dormivano ammassati, in quello specifico edificio che ho visitato, donne e bambini.
E più delle camere a gas, dei forni crematori, delle montagne di scarpe, occhiali e valigie ho sentito freddo guardando le foto, a migliaia, sulle pareti.
Foto di persone, donne e uomini, rasati.
Tutti uguali.
Deumanizzati e trasformati in numeri tatuati sulla pelle con l’inchiostro Pelikan.
Il freddo che ho sentito non era il freddo che può sentirsi in una giornata di inizio primavera in quel della Polonia.
Ho raggelato, forse inconsciamente, al pensiero di essere omosessuale.
E se fosse stato il 1942 e non il 2016 forse sarei stata uno di quei numeri, con un triangolo nero cucito su una divisa a righe bianche e blu.
«Coloro che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo»
diceva George Santayana.
Andateci, in questi luoghi. Andateci.
Perché i libri e i racconti non bastano.
Perché quando finisce la visita e si poggia il culo sul pullman viene da chiedersi se tutti quegli estremisti di quel pensiero nostalgico, tutti quei banditori che urlano loro verità sulla razza, la religione e l’orientamento sessuale, si siano mai presi la briga di visitare questi luoghi della memoria.
Perché, personalmente, non credo.
Andateci.
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