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Festival di Sanremo: I conti tornano

Riparte il Festival di Sanremo, da sempre vetrina del costume sociale italiano e grande termometro degli indirizzi di governo. Il 2016 è l'anno della sicurezza.

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di Tiziana Pavone

Festival di Sanremo blindato.

Si parte, si va in stampa. Per fare? Lo vedremo. Come canta Bob Dylan, puoi essere anche un re ma qualcuno devi sempre servire. Le giovani promesse di domani saranno uguali ai fiori scomparsi? A chi serve il Festival? Il format Sanremo è diventato un Talent? Ogni domanda è importante a Sanremo. Non faremo analisi sui maxi sistemi. Né sul Comune di Sanremo, che è un sistema piccolo sì. Ma che ama essere all’avanguardia, e sticavoli, anche quando il progetto pilota riguarda il licenziamento di parecchi suoi funzionari e impiegati comunali per mano di un giudice donna che non molla (ricordate il vigile in mutande?).

Sanremo è sempre speciale, in fatto di tendenze. Impara, Italia! Paese rassegnato, che entro dieci anni non esisterà più: così dalla rete, articoli inglesi ci fanno sapere che prevedono una catastrofe stellare per il nostro stivale. Beh sapete che c’è? C’è da credergli.  Avevano cominciato con la dismissione di fabbriche italiane. E andiamo in stampa che le Poste italiane, privatizzate, sono appena state comprate da colossi mondiali cinesi. Roba scontata. E che dire della Sardegna al Qatar? Ci restano in pancia prodotti agroeccellenti dei pesci piccoli ma andrebbero protetti chissà da chi, visto che la tendenza è quella di premiare il consumo di latte in polvere straniero!

L’Italia è in svendita da un po’ di anni. Tranne che il Festival di Sanremo. Lui serve ancora a noi. Noi serviamo a lui. E’ la nostra pillola dolcificante. Ottimo scalda sonno per un paio di generazioni cadute in letargo per lanciare l’era robotica e la privatizzazione. L’intero pianeta dovrà nutrirsi della stessa semenza. E della stessa demenza. Così è anche per il disco. Ma a noi che ce ne importa del disco scomparso, se abbiamo da cantare! Ben inteso: a me piace l’idea di avere un maggiordomo robotizzato. E non vedo l’ora che stabiliscano di chi sia il cielo sopra la mia casa, per poter volare felice con un drone.

Ma io non posso parlare di me. Io sono la stampa libera da crediti e accrediti. E allora posso anche ragionare. E dopo le Poste? Chissà che fine farà anche la Rai, con la sua bolletta elettrica. Per ora serve a evitare di evadere il fisco: quello dei poveri. I ricchi non vogliono assolutamente pagare le tasse. Però vogliono pagare il Festival. Purché siano messi in sicurezza.

L’abbonamento in galleria per cinque serate costa 672 euro; in platea 1290 euro. State certi che l’Isis non colpirà là dentro. Da quest’anno su ogni biglietto ci sarà nome cognome, luogo e data di nascita. E va ancora bene che non ci siano sensori che registrano l’aria pesante! In fondo questo è il primo passo verso la digitalizzazione dei dati comportamentali di ogni individuo. Tutto previsto, nulla di nuovo. Bello, il binomio Controllo-Sicurezza! E così al posto di dire: Vi stiamo mappando le vite, ci devono dire che mappano la sicurezza. È difficile credere che tutto sia schedato e filmato per la nostra sicurezza: di sicurezza in giro ce n’è sempre meno. Ti difendi da un ladro che ti entra in casa e arrestano te.

Tutele e diritti? Globalizzati, dobbiamo somigliare a zingari senza Costituzione. Dobbiamo azzerare le differenze. E dobbiamo credere che il pericolo stia in mezzo a noi. Viviamo di certo in un periodo di contraddizioni. Credeva davvero, Sanremo, di essere immune? Il Festival della Canzone Italiana ha perso l’italianità. Non resta il ricordo di una bella canzone.

Le multinazionali hanno messo mano sul Festival da anni. Ormai si parla di colossi, di musica digitale. Globale. Tornano le domande. Il Festival deve fare canzoni? O solo girarci intorno? Non si capisce più. Vallette, ospiti scampati alla gara, calcio, attori americani. Quante ne abbiamo viste in tutti questi anni, passare sul red carpet?

Questo Carnevale esclusivo con il suo pass nominativo non appartiene alla città. Non c’è un collegamento tra tessuto sociale e circo mediatico. Nessun vigile per esempio augura buona fortuna ai sanremaschi, che debbono subire il fermo di una città blindata e gigantesche multe a pioggia per una settimana (a Sanremo c’è una sola strada. Le altre sono diventate pedonali). Eppure tutti i sanremesi augurano buona fortuna al vigile. Ma non se ne accorge nessuno perchè non se ne parla in tivvù.

Invece tutti i colleghi augurano un in bocca al lupo al loro Carlo Conti. Ma a lui perché? Visto che l’organizzazione del Festival si muove un anno prima e nulla è lasciato al caso? È chiaro che tutto andrà come deve. Ci sono ulteriori nuclei speciali della Security a vegliare. Pronti a sparare. Ogni cittadino sarà perquisito se ha una borsa in zona rossa. Anche perché, lasciatemelo dire, se un cittadino riesce ad arrivare davanti al red carpet ancora in vita, sospetterei anche io qualcosa di losco.

Questa kermesse, cavalcando l’interpretazione del costume sociale ideale, curiosamente non ama ascoltare da basso. Ma farà provare la serenità dei vacanzieri agli esodati. Perché questa rassegna lo sa, che gli esodati esistono. Impone un cast, un format, un talent e pretende alto l’ascolto. Non per il bene dello spettatore, ma per avere qualcosa da offrire all’inserzionista.

Ha sempre l’asso nella manica, il Festival, per attrarre il tessuto sociale impoverito: il trucco della caccia aperta al vincitore. Il trucco della polemica. Il trucco dei voti sommati. A chiedere voti non è solo la politica delegittimata. È anche la canzone di vecchia protesta, di giovane denuncia, o di sentimento. Una canzone va a destra, l’altra a sinistra. Una è pazzoide. Il duetto invece ci mette di mezzo la coppia la legge la religione. Chissà quale sarà la canzone di Putin o quella di Obama. Ci scappa la risata. E il morto che non passa.

Giovani, big, ospiti sono quotati meno delle scale che devono ridiscendere belle modelle straniere travestite da conduttrici. Le quali sfilano per case di moda. Anche loro regalano polemica ammuffita: “Bella! Ma non sa fare niente” Bugia colossale: indossare vestiti di alta moda, per la cronaca, è un lavoro pagato molto bene. Tutto è promozione al top, e per pausa c’è una canzone. Ti lascio, canzone!

Il Festival sopravvive e ci guadagna soldi. Sopra sotto. E dentro. Ogni spazio ha un prezzo. Del resto anche sui giornali è così. Lo so, sembra strano, campare di finanziamenti pubblici, di pubblicità e anche di canone, ma chisto è o paese d’o sole, e noi paghiamo col biglietto di ingresso. Mi fanno ridere tutti quelli che dicono: se non vi piace spegnete la televisione. Tanto ormai avete già pagato. Sarà per questo che gli inglesi prevedono una fine?

Tutti devono servire qualcuno. Tra poco, alla fine, saprete persino a che serve il pubblico. Povero Festival della Canzone Italiana. La canzonetta debole e priva di poteri, come esca per pesci, si affida al personaggio. E il personaggio arriva. Ma non è giovane e nemmeno italiano. Si chiama Elton John e in prima fila sarà guardato dal marito, e visto che in Italia si deve votare per i diritti civili di coppie gay, allora è meglio cavalcare l’onda!? La comunità gay fa bene a farsi usare per la causa. Loro per le loro cause ci spendono. Noi per le nostre no. Mettetevi comodi: qui la guerra è solo tra ricchi e poveri. Il Festival che tutti guardano rappresenta per bene i tempi verticali, dell’individualismo in alto e del caos in basso. Non di canzoni melodiche è fatto. Il Festival è sociopolitico e di genere maschile. Si assicura altri consensi per giocare sulla barra verticale della carriera.

Chi serve chi? La politica non aspetta noi: ha già deciso per noi. E’ internazionale pure lei. Sta a cavallo. E seguirà le linee guida del mondo. Serve chi conta. L’economia sa contare ed è dinamica. L’economia è salva. Cambia solo utenza. Si sposta verso chi ha potere di acquisto. Non di certo verso chi l’ha perso!

Siamo certi che  i matrimoni omosessuali arriveranno anche qui, in terra di Santi Cornuti e Lacchè. E’ la giusta ricompensa per chi ha da dare soldi all’economia. Chi resta da convincere?  La mafia? Ma no! Resta da convincere la famosa opinione pubblica! Noi non contiamo, ma siamo tanti. Siamo l’opinione pubblica del bel Paese. Non è bello che poi qualcuno esca a sfasciare i musi delle coppie non tradizionali perchè non ha più soldi e figli. Questione di sicurezza.

Tutti devono servire qualcuno. Ed ecco a che serve il Festival. All’industria dei consensi.

Facciamoci piacere il cast  imposto. Il cast venduto. Il cast comprato. Il cast votato. Facciamolo almeno per fare numero. E anche voi, che non lavorate,  fatelo uno sforzo, da stanchi. Fate finta di esserci, da bravi. Fate finta di niente. Da anonimi. Cercate di farvi piacere i cantanti. Sennò loro a chi piacciono? E sennò come può la televisione vendere i suoi spazi agli sponsor, se la vetrina non è popolare? In fondo pagate anche voi un prezzo. Almeno cantate! E preparatevi a cantarne tante.

In bocca al lupo, italiani digitalizzati in fila per tre.

In bocca al lupo anche a quel vigile, che in mutande ci si è messo da solo. Insieme ad altri impiegati del Comune che non contano più.

In quanto a me, io canto e ascolterò le canzoni. Ma non vedo l’ora di comprare bitcoin e sposarmi con un robot “Garko”, bisex e autosufficiente, che possa spiarmi per chiedere i diritti dei single. Non ho mai capito perchè solo chi fa sesso debba avere diritti civili.
Da Sanremo – Città della Musica e dei Conti che tornano – è tutto.

 

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