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MODESTA PROPOSTA NORMATIVA

di Renato de Rosa

Prima del 18 marzo 1975 si diventava maggiorenni a 21 anni.
Quel giorno, a seguito di una lunga battaglia civile, venne approvata la legge che stabiliva che in Italia anche i diciottenni possedevano abbastanza sale in zucca per decidere in autonomia a proposito delle cose che li riguardavano.

Il primo maggio dello stesso anno, grazie a questa legge, divenni maggiorenne anch’io. Ci sentivamo maturi a quell’epoca. Soprattutto la nostra generazione si sentiva diversa da quelle precedenti: tra noi e i nostri genitori c’era un abisso culturale. I matusa, li chiamavamo.

Loro leggevano libri diversi da quelli che leggevamo noi, guardavano film diversi e soprattutto ascoltavano musica diversa. Il beat, il pop, il rock avevano cambiato il mondo.

Crescevamo in fretta all’epoca, o almeno così ci sembrava: avevamo una gran voglia di andarcene da casa, di essere indipendenti, di camminare per le strade del mondo e anche, utopisticamente, di cambiarlo.

I nostri genitori non ci capivano: assistevano stupiti a questo strano fenomeno e ci guardavano ora con ammirazione, ora con disprezzo, ora con paura. Alcuni di noi non hanno mai trovato il dialogo con i loro vecchi, altri ci hanno messo decenni.

La storia del costume non è una evoluzione costante, lineare, credetemi, ma è fatta di scalini, di salti improvvisi e la generazione ci capitò proprio nel mezzo di uno di questi sconvolgimenti. Non fu merito nostro, fu solo il caso a decidere per noi.

Questi mutamenti non vanno sempre in avanti. A volte la storia torna indietro.

I diciottenni di oggi sono profondamente diversi da come eravamo noi. La maggior parte di loro sta bene in famiglia, non ha nessuna voglia di cambiare la società o di lasciare la casa. Non hanno gli interessi culturali che avevamo noi. Probabilmente sbagliano di meno, ma per immobilismo, non per saggezza. E, diciamolo, ascoltano spesso pessima musica.

Se è vero che le norme di legge devono adeguarsi ai tempi, io umilmente propongo di riportare la maggiore età a ventun’anni e non pensarci più. Almeno per un po’.

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