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Dal peso massimo Piero Pelù, che porta sul palco la sua mitragliata di interventi antifascisti, al peso piuma Delia, che si autostronca sul nascere con la revisione impropria di “Bella ciao”: il Concertone di Roma 2026 torna a fare il botto, grazie anche a un cast con una prevalenza di artiste donne rispetto agli uomini che ha ribaltato la regola patriarcale tanto cara ai direttori artistici di Sanremo.
E se il Primo Maggio di Bologna continua a crescere, è l’Uno Maggio di Taranto che fa la differenza, rifiutando la leggerezza auspicata da Arisa, sempre presente e a suo agio su TeleMeloni. I palchi di Roma, Taranto e Bologna si uniscono ora in un unico piano d’ascolto, oltre il perimetro televisivo, da nord a sud, nella playlist Spotify creata da Hit Non Hit e intitolata 1MAGGIO26.
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Un’Italia in stato di grazia, dall’alto di TeleMeloni: tutto cresce, tutto migliora, tutto “mai come prima”. Ogni giorno è un annuncio di svolta epocale, ogni problema è trasformato in previsione ottimistica e le famiglie del bosco e i casi Garlasco sono una distrazione di massa. E comunque: il governo sta lavorando. Sempre. Anche nella giornata del Primo Maggio in cui si cambia piano.
Siamo al piano terra di un’Italia che si riappropria del racconto, prigioniera dei casi Minetti, Venezi e Pitonessa, Giuli, Sangiuliano e Piantedosi, Delmastro, Bartolozzi, Nordio e Bau Bau, e vittima del caro vita: a salire è la benzina, il diesel, il costo delle bollette, l’inflazione che si presenta alla cassa; ma i salari più che “giusti” sono solo per la casta.
Il lavoro, quando c’è, è precario. Non come eccezione, ma come condizione ormai stabile, raccontata spesso come flessibilità, adattamento, modernità. Lessico elastico per una realtà meno elastica.
E così il Paese sopravvive sotto la narrazione. Ed è proprio in questo scarto — tra la narrazione dall’alto e la vita dal basso — che il Primo Maggio continua a fare ciò che raramente si concede altrove: spegnere il montaggio e mettere tutto in diretta, senza filtri e senza copione, in un’unica messa cantata dello stato di resistenza che ha già fatto saltare la favola con il no al referendum in difesa della nostra Costituzione antifascista.
1 Maggio, in Italia, non è solo una data: è un dispositivo collettivo che ogni anno alza il volume del Paese. Una giornata in cui la musica prova a fare quello che la politica al comando evita: tenere insieme ciò che resta scoperto, come un vestito cucito addosso a una sola persona.
È da qui che si infila il filo rosso che unisce tre città e tre modi diversi di raccontare lo stesso giorno: Roma, Taranto, Bologna. Tre sensibilità, tre cast televisivi e musicali che si sommano dentro lo stesso racconto. Un’Italia che da nord, centro e sud si ritrova a cantare sotto lo stesso palco e sotto la stessa bandiera.
Roma è il centro che amplifica tutto, il grande contenitore dove il Concertone diventa tradizione televisiva, rito collettivo e palco nazionale insieme. Un cast che si scompone e si ricompone ogni anno, ma con la stessa ambizione: dare voce a un Paese che si riconosce nello stesso microfono.
Taranto è il controcampo necessario. Il concerto “libero e pensante”, dove la musica non è solo festa ma anche attrito, memoria, presa di posizione. Qui il palco non è mai neutro: è un luogo che pesa, che insiste, tra lavoro, ambiente e realtà che non si lascia alleggerire.
Bologna è un’altra traiettoria: meno istituzionale, più urbana, un Primo Maggio che tiene insieme musica e tessuto culturale senza bisogno di monumentalizzarsi.
Tre città, tre palchi, tre modi di stare nello stesso giorno: uno nazionale, uno politico, uno culturale. Tutti dentro lo stesso 1° Maggio, che non li somma soltanto, ma li accorda.
CONCERTONE 2026: I MESSAGGI DEGLI ARTISTI
Il Concertone promosso da CGIL, CISL e UIL in Piazza San Giovanni in Laterano continua a muoversi su una linea sempre più pop e inclusiva, allargando il perimetro senza recidere la radice sindacale e civile.
La conduzione 2026 è affidata ad Arisa, BigMama e Pierpaolo Spollon, con il supporto radio di Manila Nazzaro e Julian Borghesan. La diretta parte dal pomeriggio (dalle 15:15) e attraversa l’intera giornata fino a notte inoltrata tra Rai 3, RaiPlay e Rai Radio 2.
Dentro un equilibrio sempre più televisivo si inserisce una delle prime frizioni negative di questa edizione, che ha come protagonista Arisa. Già la sua scelta appare un azzardo di troppo: una simpatizzante della Meloni alla conduzione finisce per snaturare l’evento, la goccia che fa inevitabilmente traboccare il vaso. Durante la conferenza stampa, Rosalba Pippa rivendica la necessità di “portare leggerezza”, evitando “pipponi allucinanti” che potrebbero allontanare il pubblico giovane e che — in realtà — finiscono solo per disturbare il Governo Meloni alle prese con la progressiva perdita di consenso e di tenuta di copione. Una dichiarazione fin troppo leggera che le viene giustamente risbattuta in faccia, con l’intervento — tra gli altri — di Pierpaolo Capovilla che sintetizza con un secco: “Analfabeti funzionali”.
Se il Concertone diventa solo intrattenimento leggero, diventa il Battiti Live di Rai 3, perfetto per una conduttrice come Mara Venier; il che, visto l’andazzo, non è da escludere. Non una polemica isolata, ma un segnale di sbilanciamento strutturale.
Non è un caso che Taranto abbia ereditato in modo diretto la valenza originaria del Primo Maggio: non c’è spazio per la leggerezza, ma solo per la pesantezza del pensiero e dei contenuti artistici, riportando la musica a una funzione pienamente politica e civile.
A spingere sulla matrice storica del Concertone è invece il peso massimo Piero Pelù, che in un’intervista al Corriere della Sera coglie il punto: “Noi artisti contano zero, ma abbiamo ancora una voce e il coraggio di schierarci, un coraggio che ultimamente sta mancando a una grossa fetta di artisti”.
Sul palco del Primo Maggio Pelù — che per i 40 anni di “17 Re” ricompone i Litfiba e riporta alla luce la title track allora esclusa, oggi potentemente attualizzata — traduce questa impostazione in una mitragliata di interventi politici: dalla memoria delle vittime del lavoro e delle catastrofi industriali, fino alla denuncia delle guerre e dei genocidi contemporanei, con un passaggio netto su Palestina e diritto internazionale:
“A Chernobyl 40 anni fa esplose il reattore nucleare numero 4 della centrale atomica… 1057 soccorritori… almeno 47 morti per cancro alla tiroide… ancora oggi non si conosce il numero esatto delle vittime…
Benito Mussolini… provocò una guerra da 80 milioni di morti… fu scoperto dai partigiani e fucilato… è un morto sul lavoro ma è un morto sanguinario e traditore…
Nelle Americhe il genocidio dei pellerossa nativi, in Armenia il genocidio degli armeni, nei campi di sterminio il genocidio degli ebrei, dei rom, dei gay e degli oppositori… in Palestina il genocidio del popolo palestinese sotto i nostri occhi in tempo reale…
Fanculo i colonialismi. Palestina libera!”
Più morbidi ma sempre fuori dal recinto delle marchette promozionali diversi colleghi cantanti, a partire da Serena Brancale con la sua splendida versione di “Hasta siempre” dedicata a Che Guevara, omaggio politico esplicito: “Scegliamo sempre la pace, scegliamo l’amore. La resistenza per me diventa respiro. Hasta siempre”. Levante, con la scritta Mattarella che rielabora il logo rock dei Metallica: “Ricordiamoci perché siamo qui. Siamo qui per un lavoro dignitoso. Servono persone oneste, persone che sappiano riconoscere l’importanza della base della piramide”.
Sayf, sulle note jazz di “Randa Baraonda”, strappa un mappamondo dalle mani di quattro potenti con la faccia di maiali e inveisce: “Questi litigano, rubano, ammazzano la gente… sti maiali”, poi lo lancia verso il pubblico: “È vostro! Il mondo è nostro!”.
Emma Nolde, invece, adotta un registro più riflessivo, quasi programmatico: “La scienza continua a migliorare la bomba atomica, con la capacità di distruggere l’atmosfera… ci hanno detto che immaginare è infantile e sperare passivo, io credo invece che siano i verbi più importanti per costruire un presente diverso… se cantiamo insieme, anche senza grandi mezzi, una cosa è sicura: ci sentiranno”.
Sulla stessa lunghezza d’onda Le Bambole di Pezza: “Insieme noi possiamo davvero cambiare le cose per un futuro migliore per tutti quanti”, e OKGiorgio: “Se tutti proviamo a dire qualcosa insieme, a volte si cambiano le cose manifestando, facendosi sentire”.
Senza peli sulla lingua anche i più giovanissimi: Dutch Nazari (“Le parole di condanna vanno bene, ma alle nostre parole devono seguire fatti concreti. Palestina libera”), Rob (“I giovani sono stanchi di fare lavori di merda, di fare stage non retribuiti”), Senza Cri (“Credo nelle persone, nel lavoro di tutti e in un futuro fatto di umanità e sicurezza, perché siamo fallibili, ma non saremo mai sostituibili”), Stella, cantante della band Santamarea e prima artista transgender sul palco: “Per tutte le anime storte… per troppo tempo abbiamo pensato di doverci nascondere… adesso è il momento di fiorire”.
Niccolò Fabi richiama invece alla responsabilità di chi usa le parole su un palco: “Le parole che usiamo possono essere detonatori di individualismo, approssimazione, violenza, così come amplificatori di sensibilità, di attenzione all’altro e di pace”.
Ad accodarsi al richiamo, con canzoni nuove, alcuni degli artisti presenti. Riccardo Cocciante porta sul palco “Un uomo in armi”, brano contro la guerra che mette al centro la coscienza individuale di chi combatte.
La Niña propone “Figlia d’a tempesta”, il suo inno contemporaneo femminista che rivendica identità e autodeterminazione, tra scrittura istintiva e radici popolari.
Ermal Meta sceglie “Stella stellina”, rilettura di una filastrocca che diventa brano sulla perdita dell’innocenza e sui bambini dentro le guerre, tra memoria e inquietudine del presente.
Nico Arezzo ha eseguito “Terapia d’urlo”, brano sulla condizione degli artisti emergenti, spesso chiamati a suonare senza retribuzione.
Silvia Salemi porta “End of Silence”, un brano che rompe il silenzio sulla malattia — in particolare oncologica — e che si lega al periodo di mutismo che l’ha colpita a seguito della morte della sorella Laura, scomparsa a soli cinque anni; sul palco richiama anche il tema del lavoro dignitoso con una dichiarazione netta: “Che ci sia sempre un lavoro, un lavoro dignitoso e un lavoro col sorriso”.
Dolcenera, con “My Love”, osserva la realtà come su un grande palcoscenico in cui la vita diventa spettacolo, mentre con “Ci vediamo a casa” riporta al centro il tema del diritto alla casa.
BigMama, con “Luca è gay”, ribalta il brano di Povia “Luca era gay”, trasformandolo in una risposta esplicita alle narrazioni correttive delle destre e in una dichiarazione pop di visibilità e autodeterminazione LGBTQ+.
A farla fuori dal vaso invece Delia, che si atteggia a cantautrice impegnata e poi scivola in un’operazione goffa e politicamente miope: canta “Bella ciao” in versione karaoke censurando la parola “partigiano” e sostituendola con “essere umano”, rivendicato come termine inclusivo. Una scelta che richiama precedenti discussi — come quello di Laura Pausini — ma che qui assume un peso diverso perché interviene su un brano simbolo della Resistenza, svuotandolo del suo significato storico e trasformandolo in un esercizio superficiale di neutralizzazione.
La reazione è immediata e trasversale: pubblico, giornalisti e addetti ai lavori contestano duramente l’esibizione, leggendo in quella modifica una banalizzazione — se non una vera e propria distorsione — di un patrimonio politico e culturale condiviso. Delia, però, lascia scivolare la polemica senza autocritica né scuse, dall’alto della sua ignoranza e presunzione.
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IL CAST SBILANCIATO SULLE DONNE FA BOOM
Il colpaccio è il cast che il giovane direttore artistico Massimo Bonelli ha messo a segno. La composizione rompe la grammatica dei patriarchi della canzone italiana alla Carlo Conti: più donne che uomini alla riscossa, in una line-up che, al netto degli scivoloni, ridisegna davvero gli equilibri del palco.
Si parte dalle voci in ascesa del contest 1MNEXT, che fotografa le nuove traiettorie dell’indie italiano — con la vincitrice Bambina, la più meritevole Cristiana Verardo e Cainero — per entrare progressivamente in una scena ampia:
La Niña, Silvia Salemi, Dolcenera, Levante, Serena Brancale, Emma Nolde, Delia, Emma, Madame, Ditonellapiaga, Sissi, Roshelle, Casadilego, Francamente, Francesca Michielin, Angelica Bove, Maria Antonietta, insieme a Bambole di Pezza, Birthh, Rob, Lea Gavino, Senza Cri, Santamarea e le conduttrici Arisa e BigMama.
Accanto a loro, una linea trasversale con i maschetti a fare da collante:
oltre al ritorno simbolico dei Litfiba e a quello monumentale di Riccardo Cocciante, Niccolò Fabi, Ermal Meta, Nico Arezzo, Chiello, Dutch Nazari, Mobrici, Primogenito, Sayf, Geolier, Irama, Frah Quintale, Fulminacci, OkGiorgio, Pinguini Tattici Nucleari, Eddie Brock, Colombre, Rocco Hunt, Dardust con Davide Rossi, Paolo Belli, fino a collettivi e progetti ibridi come l’Orchestra Popolare La Notte della Taranta.
Una line-up con 28 artiste donne e 22 artisti uomini che ribalta le regole e segna il record storico di share con il 12,80% nella seconda parte del Concertone.
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LA PLAYLIST CHE UNISCE LE PIAZZE
1MAGGIO26 è la playlist che attraversa l’Italia come fosse un unico grande palco diffuso.
Concerto del Primo Maggio Roma
Uno Maggio Taranto Libero e Pensante
Primo Maggio Bologna
Tre città, tre cast, tre identità.
Nord, centro e sud sullo stesso palco.
Lavoro, diritti, protesta.
Un solo suono: la musica live italiana.
ROMA
Angelica Bove • Bambina • Bambole di Pezza • Birthh • Cainero • Casadilego • Chiello • Cristiana Verardo • Delia • Ditonellapiaga • Dolcenera • Dutch Nazari • Eddie Brock • Emma • Emma Nolde • Ermal Meta • Frah Quintale • Francamente • Francesca Michielin • Fulminacci • Geolier • Irama • La Niña • Levante • Litfiba • Maria Antonietta & Colombre • Ministri • Mobrici • Niccolò Fabi • Nico Arezzo • OkGiorgio • Paolo Belli • Pinguini Tattici Nucleari • Primogenito • Riccardo Cocciante • Rkomi • Rob • Rocco Hunt • Roshelle • Santamarea • Sayf • Senza Cri • Serena Brancale • Sissi
Conduttori: Arisa • BigMama • Pierpaolo Spollon • Manila Nazzaro • Julian Borghesan
Direzione artistica: Massimo Bonelli
TARANTO
Brunori Sas • Catu Diosis • Cigno • Canta Fino a Dieci • DJ Madkid & Moddi MC • Don Ciccio, Fido Guido & Mama Marjas • Gemitaiz • Giorgio Poi • Marco Castello • Margherita Vicario • Rekkiabilly • Rossana De Pace • SI!BOOM!VOILÁ • Subsonica
Ospiti parlanti:
Francesca Albanese • Omar Barghouti • Tomaso Montanari • Maria Teresa D’Aprile • Ornella Tripaldi • Valerio Cecinati • Amnesty International Italia • Emergency • No TAV • ReCommon • Rete No RWM Sardegna • Sadra Valizadeh • Parisa Nazari • Eliana Aponte • Paolo Tangari • Lince
Conduttori: Andrea Rivera • Martina Martorano • Maria Cristina Fraddosio • Serena Tarabini
Direzione artistica: Diodato • Roy Paci • Valentina Petrini • Michele Riondino
BOLOGNA
Alex Fernet • Camelot Band • Effedi • Giancane • Januaria • Lauryyn • Liccia • Magenta#9 • Martina Attili • Matteo Greco • Murubutu + Moon Jazz Band • Nada • Pierdavide Carone • Prog18 • Raffaele Renda • The Wine Barrels • Unplugged Musique
Conduttori: Flavia Ferraro • Claudio Succi
Direzione artistica: ARCI Bologna
Playlist su Spotify:
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