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“Franco Battiato, il lungo viaggio” (per modo di dire) – Recensione Film

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Dopo il successo al cinema, con una grande partecipazione di pubblico, “Franco Battiato. Il lungo viaggio” – il film che racconta la vita e le passioni di uno dei più grandi artisti della musica italiana – è arrivato in prima serata su Rai 1
.

Il film diretto da Renato De Maria dura 115 minuti, durata classica da lungometraggio come il titolo. In realtà il film, considerando le molte vite di Franco Battiato, avrebbe dovuto essere molto più lungo. Può sembrare una battuta, ma non lo è.

Il film in effetti si concentra su due soli aspetti temporali della carriera artistica di Battiato: l’arrivo a Milano nel 1971, nel periodo freak della sperimentazione elettronica e il passaggio alla canzone d’autore pop. Dentro a questo schema narrativo si muovono vari personaggi, alcuni abbozzati (male) altri più approfonditi (come la madre di Battiato e Jury Camisasca).

Vengono omessi quindi interi periodi: la canzone tra lo scanzonato e la musica leggera del vero esordio e l’ultima fase, quella artisticamente più significativa. Viene anche omesso il suo impegno politico, la breve militanza di assessore alla Cultura a Catania, la sua canzone più politica di sempre come “Povera Patria” e certe sue esternazioni che hanno fatto scalpore come “Quelle troie che stanno in Parlamento…sarebbe meglio che aprissero un casino”. Frase molto forte e provocatoria difficile da dimenticare, conoscendo anche l’impegno politico di Franco.
Ma certo, non si può raccontare tutto in una fiction, soprattutto in una vita così intensa come quella di Battiato, dotato di una personalità complessa e affascinante, come poche.

franco battiato

Il film è sicuramente ben diretto e l’interpretazione di Dario Alta è assolutamente di altissimo livello. A tratti persino imbarazzante, in quanto a fisicità e “clonazione” vocale.  E fin qui tutto bene.

Vengo alle note dolenti. I personaggi legati alla sua storia cioè Franco Mamone (suo discografico), Gianni Sassi (suo art director) e Angelo Carrara (suo manager) sono trattati come macchiette uscite da film tipo “Il milanese imbruttito”, un po’ cialtroni e cafoni, “ganassa” per dirla in milanese. Imbarazzante l’interpretazione di Gianni Sassi, che era un genio, non un cialtrone approfittatore in cerca di un pollo da spennare. Il sottoscritto li ha conosciuti tutti a quel tempo e ci ha pure lavorato (ho rischiato di farlo anche con Franco) e vi assicuro che erano tutti persone di valore, di talento e che amavano la musica come pochi.

Avercene oggi di geni come Gianni Sassi, che dopo aver dissipato tutti i suoi averi per la musica, è morto povero fino al punto che fu organizzata una colletta per il suo funerale. Anche Franco Mamone, in quel periodo era uno che ci rimetteva più soldi che guadagni, dato che con l’etichetta Bla Bla non tirava su una lira e coi concerti era sempre sotto tiro dai freak che sfondavano da una parte, e dagli autonomi che facevano un gran casino. Gli stessi che “processarono” Francesco De Gregori sul palco al Palalido di Milano. Trattare Gianni Sassi in quel modo è sinceramente spregevole e assai poco professionale.

Certo è vero che la vicenda della pubblicità dei divani Busnelli fece incazzare Franco, al punto da fargli dire. “Gianni Sassi è un genio, ma sa anche essere un bel figlio di puttana”.

franco battiato

Ma Gianni era uno che portò John Cage in Italia, che realizzò l’immagine dei dischi di Battiato da Fetus a Clic, che produsse a Bologna il primo evento di performance ecologica, “Pollution” con la stessa partecipazione di Battiato. Liquidare Sassi solo per lo “scherzetto” di Busnelli, nel quale tra l’altro da Busnelli non ricevette una lira ma solo l’annullamento del contratto pubblicitario, dato che la campagna fu bocciata, è davvero una brutta caduta di livello.

Detto questo, va onestamente ammesso che tra le biopic uscite in Italia, questa è una delle migliori. Abbiamo assistito a dei veri e propri massacri, come la fiction su De Andrè, dove Faber aveva persino l’accento romano, manco avesse visto Genova solo in cartolina, fiction che fece persino imbestialire Cristiano De Andrè, che si dissociò pubblicamente, non da meno le biopic  su Modugno, Rino Gaetano e la Mia Martini di Barbareschi, che “Il lungo viaggio” a confronto, risulta un piccolo capolavoro.
Non lo è, ma va visto e apprezzato per quanto riguarda l’interpretazione (ottima) e la buona regia la cui pecca è stata quella di trattare la Sicilia come cartolina e il rifacimento dei videoclip dei successi di Battiato, nella parte centrale.

franco battiato

Per quanto riguarda gli sceneggiatori invece, pollice verso. Ma sappiamo bene che quasi sempre, probabilmente per risparmiare sul budget, non si scritturano mai chi quei tempi e quelle vicende li ha vissute per davvero e non per “sentito dire”. Re Nudo ad esempio non viene neanche nominato di striscio, nonostante la partecipazione di Battiato a tutti i festival renudisti, nel quale si offrì persino di concedere la sua attrezzatura e strumentazione gratuitamente.

Ora aspettiamo che il fenomeno biopic si plachi, o che si ridimensioni anche in casa Rai, altrimenti tra un po’ ci toccherà vedere un Lucio Dalla che imita Popeye per un’ora e mezza o Ornella Vanoni interpretata da Noemi, solo perché ha i capelli rossi. Meglio il silenzio o il ricordo collettivo di ognuno di noi, anche perché come diceva Dario Fo, gli artisti amano essere ricordati e omaggiati da vivi.

franco battiato

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