Il nuovo brano di Arisa, Magica favola, presentato a Sanremo 2026, non è una canzone da ascoltare distrattamente. È un attraversamento. È una donna che si guarda indietro senza vergogna e senza difese.
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Parte dall’infanzia, da quando “insieme alle bambole giocavo con l’amore”. E già lì capisci che l’amore, per lei, non è mai stato un dettaglio. È sempre stato il centro. Poi arrivano i quattordici anni, il primo bacio, il fiore nelle mani. E subito dopo la verità più dura: la passione che si confonde col dolore. Non è una frase romantica. È un’ammissione. È quel momento in cui cresci e capisci che amare non è solo luce.
Ma il punto in cui mi si stringe davvero qualcosa dentro è quando dice che, se finisse il mondo, chiamerebbe suo padre per dirgli che le manca. È una frase che ti riporta all’essenziale. Quando tutto crolla, non chiami l’amante, non chiami il pubblico che ti applaude. Chiami casa. Chiami chi ti ha fatto sentire protetta.
E poi ancora più forte, ancora più disarmante: “mi piacerebbe ritornare tra le braccia di mia madre”.
Questa non è nostalgia infantile. È il desiderio di essere accolta senza dover dimostrare niente. Senza voce perfetta. Senza essere “quella bella voce” che tutti ti riconoscono a trent’anni. A quarant’anni vuoi solo pace. E questa frase è la più adulta di tutte.
Il ritornello con “c’era una volta l’oceano, io navigavo con te” sembra una favola, ma non lo è. È il ricordo di quando amare non faceva paura nemmeno di sé stessi. Quando non esisteva il bianco o il nero, ma un arcobaleno. E la chiusura è potentissima: l’arcobaleno non è più fuori, non è più nell’altro. “C’è l’arcobaleno qui dentro di me.”
Ed è qui che la canzone cambia direzione. Non sta chiedendo di essere salvata. Sta scegliendo di ritrovarsi.
La parte che più mi rappresenta è quando dice che la bambina ritorna innocente mentre il passato diventa presente. Perché dentro ogni donna che ha amato troppo, che ha confuso passione e dolore, che ha cercato di essere all’altezza delle aspettative, c’è ancora quella bambina che vuole solo credere che la vita possa essere, anche solo per oggi, una piccola magica favola.
Non è una canzone sull’illusione. È una canzone sulla riconciliazione. Con le proprie età, con le proprie ferite, con i propri genitori, con l’amore che è stato e con quello che forse verrà.
E forse la cosa più bella è questa: nonostante tutto, sceglie ancora di chiudere gli occhi e restare sotto quell’arcobaleno. Non perché non abbia sofferto. Ma perché ha deciso che dentro di sé c’è ancora colore.
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