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Una volta c’era il live

di Stefano Zonca

Forse siamo cresciuti con troppi sogni e tante illusioni, ma questa è un altra storia.

Nel 2003, con i miei 22 anni, ho potuto vivere l’ultima onda della musica live in Italia. Non parlo dei grandi Festival ma di tutti quei locali che facevano musica live e che davano spazio alla musica suonata dal vivo. Che sia cover o pezzi inediti poco importava (non entrerò nel merito della diatriba “cover si – cover no”, non mi frega nulla n.d.a.), bastava che ci fosse una band sul palco e il week end diventava un’avventura per le strade d’Italia, che senza navigatore diventava un film da raccontare o semplicemente da ricordare.

Ma c’era qualcosa che la MUSICA faceva. Creava amicizie, amori, litigate pure. Era qualcosa che permetteva la comunicazione tra gli individui e soprattutto faceva emergere veramente chi aveva qualcosa da dire dal punto di vista musicale. Inoltre invogliava le persone ad imbracciare uno strumento e provarci, sentire la fatica nel fare sacrifici per comprarsi uno strumento e cercare di dare il massimo, per amore di una canzone o di una melodia.

All’epoca si aveva l’idea vera che la musica potesse diventare un lavoro d’intrattenimento serio, oppure una sorta di linguaggio per comunicare le proprie emozioni.
Badate, c’erano già i dj e le discoteche, ma il LIVE aveva il suo mondo, i suoi locali e le sue storie.

Ora non voglio soffermarmi sul fatto che la colpa, effettivamente, è un po’ di tutti, anche degli stessi musicisti che a volte sono troppo egoisti e “affamati”, e mi ci metto nel calderone ( siamo uomini in fondo, con pregi e difetti), ma il LIVE era la gavetta, una selezione naturale dove chi amava veramente la musica, e chi aveva veramente talento aveva possibilità di emergere. Inoltre c’era una cosa che il LIVE riusciva a far emergere : l’UMILTA’ e il rispetto del talento e delle persone.

Ora, io non ce l’ho con i TALENT perché credo che chi ha un minimo d’intelligenza capisce che quelli sono SHOW TELEVISIVI e PROMOZIONALI per GIUDICI e CONTENITORI PUBBLICITARI, ma secondo me questa nuova forma di comunicazione ha fatto passare il messaggio che se si vuole avere successo basta partecipare ad un TALENT e andare in TV, e poi tutto arriva. Non c’è più quella giungla fatta di locali, a volte male attrezzati e mal forniti, che formavano chi voleva intraprendere l’attività musicale.
Non voglio generalizzare, anche perchè tra tutti quelli che partecipano ad un talent ci sono musicisti che hanno fatto anche gavetta e che sono lì come ultima spiaggia. Però, per le giovani generazioni questo “vecchio privilegio”, la gavetta live intendo, non c’è più.

Oggi un giovane, che non ha mai cantato live e che al massimo ha fatto mille concorsi karaoke (NON E’ LIVE QUELLO) e che riesce ad arrivare al talent, a disposizione ha tutte le attrezzature e una struttura che permette alla sua performance di essere spettacolare, con luci, schermi, scenografie, coreografie e quant’altro. Purtroppo in questi frangenti, però, manca soprattutto quel rapporto che, ai tempi dei live, s’instaurava con il pubblico, cosa che in un concerto dal vivo serviva a formare l’artista, sia professionalmente che caratterialmente. Senza tener conto poi del fatto che il pubblico dei LIVE era il vero giudice che determinava l’esito della serata, perché il pubblico dei LIVE non aveva bisogno di tele voti, ma sentiva il cuore di ciò che ascoltava.
Oggi tutto questo non c’è più.

OGGI , Per suonare dal vivo si fa molta fatica, ma soprattutto non ci sono più quelle realtà che permettevano ad un artista di vivere la musica…con le sue storie, le sue leggende e quello che ne conseguiva.

Ok, sono diventato di nuovo nostalgico, ma CAZZ* magari tornasse quell’onda che ho potuto cavalcare.

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