Quando ho ascoltato Qui con me di Serena Brancale al Festival di Sanremo 2026 mi sono commossa. Non è una frase retorica… mi sono proprio commossa.
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Parto da un dato oggettivo: il posizionamento tra i primi cinque della sala stampa. Questo riconoscimento non è solo un numero. È un segnale. È il segnale che, al di là del consenso immediato del grande pubblico, la proposta è stata percepita come artisticamente solida e significativa.

Dal “Anema e Core” ad anima e identità
L’anno scorso Serena si era presentata con Anema e core. Personalmente, seguendola da molto prima che il grande pubblico la scoprisse, non l’avevo sentita completamente rappresentata in quel brano. Era un pezzo efficace, sì… ma non era la Serena che avevo imparato a conoscere negli anni.
Il mondo commerciale della musica richiede strategie. È possibile che quella fase sia stata anche questo: una scelta di posizionamento condivisa con il suo team. Il cambio look, l’immagine più definita, una direzione più immediata. Visibilità, successo, riconoscibilità.
Non so se fosse una fase pianificata per poi evolvere… ma oggi vedo una Serena più vicina alla sua identità profonda. E allo stesso tempo, inedita.
Perché la Serena di oggi non è un ritorno al passato. È un’evoluzione.
Ho trovato il testo VERO. La progressione emotiva, la scelta delle parole.non cercano l’ effetto. C’è un RACCONTO chiaro: la mancanza attraversata con dignità. Non forza le lacrime e l’assenza non viene teatralizzata: viene abitata.
“E se ti portassi via da quelle stelle
Per cancellare il tuo addio dalla mia pelle”
Questa frase è potentissima. Parla di qualcosa che è rimasto inciso addosso, nella pelle. Il desiderio di “portarla via da quelle stelle” è un tentativo disperato di invertire l’irreversibile. E lì ho sentito tutta la forza del brano.

Una vocalità tra evoluzione e vincolo estetico
Dal punto di vista tecnico, la cosa che mi ha colpita di più è l’evoluzione della sua vocalità rispetto all’estetica jazzistica con cui si è spesso identificata. Non parlerei di un distacco completo. Non è una rottura netta. È un’evoluzione.
Nel contesto barese da cui lei proviene, almeno per quella che è la mia esperienza di ascoltatrice, il jazz è stato spesso associato a una vocalità molto leggera, poco espansa, priva di una vera dinamica ampia. Una vocalità elegante, raffinata, ma trattenuta.
In Qui con me sento che Serena si è mossa oltre quella impostazione. Ha messo più corpo nella voce. Più sostanza. Più densità. Ma non abbastanza da liberarsi completamente di quell’impronta.
Nei momenti in cui l’arrangiamento e il testo chiedono un’esplosione piena, resta ancora una certa trattenuta. Forse è una scelta stilistica che sta cambiando, ma che non si è ancora trasformata del tutto.
Quando nel brano crescono le dinamiche musicali, quando l’arrangiamento si apre e il testo diventa più implorante e drammatico, la dinamica vocale non cresce in modo perfettamente proporzionale. Avrei desiderato in alcuni passaggi una maggiore espansione, una voce che si prendesse completamente quello spazio che il testo e l’armonia stavano aprendo.
Molto bella invece la conclusione. La nota finale tenuta è consistente, centrata, stabile. Forse avrei aggiunto un filo di corpo in più, ma non mi ha lasciato un senso di mancanza.
E proprio questa tensione tra corpo e trattenuta, tra espansione e controllo, è uno degli elementi più interessanti della sua performance e probabilmente è quello che ha generato la mia commozione.

La verità che resta
Io non mi commuovo per costruzione scenica. Mi commuovo quando percepisco coerenza tra voce, testo e identità.
Ieri ho percepito questo. Serena Brancale non ha solo cantato un brano. Ha esposto una parte di sé.
E questo, al di là di ogni classifica, resta.
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