“Ora o mai più” ha riportato l’iconica diva-antidiva Donatella Rettore sotto i riflettori, ma ha anche acceso un faro implacabile su un linguaggio che sembra sfidare il politicamente corretto e le sensibilità del presente. Tra commenti discutibili e parole che cadono come massi, ci si chiede: Rettore è una ribelle incapace di adattarsi o una vittima inconsapevole del suo stesso personaggio?
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Donatella Rettore è il paradosso vivente di un’epoca che lotta contro il tempo: una figura simbolo della musica degli anni ’80 intrappolata nella tensione tra la spinta a restare al passo con un pop contemporaneo e la tendenza a indietreggiare con un lessico nostalgico, per usare un eufemismo gentile. La diva “anti-diva” – come suggerisce il titolo del suo ultimo album Antidiva Putiferio – continua a far parlare di sé non tanto per le sue canzoni, quanto per le dichiarazioni controverse che l’hanno vista protagonista durante la sua partecipazione alla terza edizione del programma televisivo Ora o mai più.
Il talent show del sabato sera di Rai 1, condotto da Marco Liorni e dedicato alle meteore della canzone italiana, la vede nel cast fisso in qualità di giudice e coach-supporter (assieme a Patty Pravo, Rita Pavone, Gigliola Cinquetti, Riccardo Fogli, Raf, Marco Masini e Alex Britti), in affiancamento alla concorrente Carlotta. Lo spettacolo musicale in sette puntate ha debuttato l’11 gennaio e si concluderà il 1 marzo 2025, con una pausa programmata per lasciare spazio alla finale del Festival di Sanremo.
Tra commenti taglienti, battute inopportune e un linguaggio che inciampa pesantemente nel presente, la Rettore si conferma una personalità complessa e contraddittoria: un’icona gay che sembra ignorare le sensibilità del mondo LGBTQ+ e un’artista incapace di dialogare con un’epoca che non tollera più certe ambiguità.
IL CASO SCANU: IL “MASCHIO VERO” CHE NON C’È
Tutto ha avuto inizio con una frase: “Sei un maschio, bello, elegante, attuale, senza essere dolciastro. Sei un uomo vero”, rivolta a Matteo Amantia durante la terza puntata, andata in onda il 25 gennaio. Tuttavia, quella frase, posta come un complimento, è rapidamente diventata un boomerang, rimbalzando come un’eco polemica su Valerio Scanu. Quest’ultimo rappresenterebbe una mascolinità meno convenzionale rispetto ai canoni tradizionali, ai quali la Rettore sembra voler fare riferimento.
L’affermazione è stata interpretata come una contrapposizione implicita tra la “mascolinità vera” di Amantia e quella di Scanu, che sarebbe invece messa in discussione. In un contesto sociale in cui gli stereotipi di genere vengono finalmente decostruiti, la frase della Rettore appare come un fendente che colpisce al cuore il concetto stesso di inclusività. La cantante ha poi mostrato segni di pentimento, forse dopo essere stata redarguita dal proprio management, tanto da cambiare rotta nei giudizi e voti a Scanu, passando dal minimo sindacale al massimo consentito.
CARONE NON CI STA: “BRUTTA” NON SI DICE
Nella stessa puntata, un’altra polemica ha visto protagonista Pierdavide Carone, la cui scelta di eseguire La Pioggia come omaggio a Gigliola Cinquetti è stata liquidata da Rettore con un giudizio lapidario: “Non mi piace, è brutta”. La dichiarazione ha suscitato la reazione della stessa Cinquetti, che ha sottolineato, con la solita eleganza che la contraddistingue, che la canzone può non piacere ma che è stato un successo internazionale, in particolare in Francia.
Di fronte alla critica ricevuta, il cantautore pugliese ha dimostrato grande professionalità e maturità, rispondendo nel confessionale con queste parole: “Non è bello dire a una collega ‘quella canzone è brutta’”. Una risposta composta che ha messo in risalto il contrasto tra il tono rispettoso di Carone e quello polemico e provocatorio della Rettore, che, così come la Cinquetti e gli altri colleghi Big, è nello show per promuovere essenzialmente se stessa e la sua storia.
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IL CONTRACCOLPO DEL “TROTTOLINO AMOROSO”
L’accaduto richiama alla mente un episodio simile della scorsa edizione di Ora o mai più, allora condotta da Amadeus, quando Donatella Rettore riservò un trattamento ancora più aggressivo ad Amedeo Minghi, anche lui campione di scivolate shock se pensiamo alle sue recenti dichiarazioni sull’Eurovision lgbt. Il nostro Elton John, durante l’ospitata per un duetto speciale, si trovò di fronte a un vero e proprio assalto verbale, colpevole di avere nel suo repertorio Vattene amore. Considerata da alcuni “eccessivamente zuccherosa”, questa canzone è in realtà una delle più popolari e sempreverdi della musica italiana.
In quel caso, l’appellativo usato dalla Rettore non fu “brutta”, ma “menata galattica”, e si sommò a due giudizi altrettanto sprezzanti, espressi da due Big che, come la Rettore, erano chiamati a valutare solo le performance delle meteore di turno, e non quelle del super ospite: Ornella Vanoni – a cui il Maestro Minghi preferì una giovanissima Mietta per incidere Vattene amore – la definì “una canzone per bambini”, mentre Red Canzian – che insieme a tutti i Pooh nel Sanremo del 1990 riuscì a battere il brano solo al Teatro Ariston (si narra in accordo con la produzione), ma non nelle classifiche reali di vendita – la bollò come “fragile”.
In realtà, tutt’altro: sia in termini di successo, visto che il divario nelle vendite con Uomini soli continua ad aumentare ancora oggi, sia per qualità, grazie a un testo firmato da un gigante come Pasquale Panella, che ha scolpito in quel brano metafore come diamanti, versi di pura poesia e rimandi mozartiani che hanno coniato il vezzeggiativo “trottolino amoroso”. Inutile dire che la pugnalata tornò indietro con un bel contraccolpo, sostenuto dal pubblico in studio e sui social, oltre che dalla critica musicale.
E nell’ultima puntata andata in onda, nonostante Minghi fosse stato nuovamente invitato per cantare il suo capolavoro dei capolavori, 1950, insieme agli sfidanti Pierdavide Carone e Matteo Amantia, Marco Masini è tornato sull’argomento, affermando: “‘Vattene amore ‘è una canzone meravigliosa“. E Rettore? Muta.
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SCIVOLONE CON LA N-WORD: LA ERRORE NON PERDONA
Come se non bastasse, la puntata del 1 febbraio è stata segnata da una frase che ha fatto rabbrividire il pubblico. Rivolgendosi a Loredana Errore, Donatella Rettore ha detto, per elogiare il timbro vocale della cantante: “Sembravi una negr*”. La risposta di Loredana Errore è stata ferma: “Sicuramente una voce black, non negr*. Negr* non è una bella parola” .
Questa scena ha aperto un ulteriore capitolo nel dibattito sul linguaggio pubblico. Mentre il conduttore Marco Liorni tentava di smorzare la tensione con un “le è scappato”, Rettore ha cercato di far intendere di non essersi accorta: “Ho detto una voce nera. Non Aretha Franklin, però per me è un 9”. Solo in un secondo momento, forse spinta dagli autori, ha chiesto scusa: “Ho messo una ‘g’ in più, mi scuso, non volevo. Io amo tutte le persone di colore, di tutti i colori, anzi più diverse sono e meglio è”.
Oltre alla N-word, la giudice ha anche espresso un’altra osservazione: “Vai dal logopedista? Ti stanno aiutando in questo senso? Ti aiutano ad impostare la voce?”
Anche in questo caso, la risposta di Loredana Errore è stata impeccabile: “Inviterei a rimanere in un range di giudizio che non vada a intaccare la sfera sanitaria. Dire che debba andare dal logopedista o dallo psichiatra lo lascerei ad altri. Non penso che la signora Rettore sia un medico”.
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L’ICONA CHE CONTRADDICE SE STESSA
Le contraddizioni di Donatella Rettore sono evidenti. Considerata un’icona gay per la sua estetica ribelle e la sua libertà espressiva, oggi si trova a essere criticata dalla comunità LGBTQ+ per l’uso di termini offensivi e per le sue posizioni apparentemente ambigue.
L’intervista di Francesca Fagnani a Belve, programma della seconda serata di Rai2, antecedente alla gaffe a Ora o mai più (risalente all’8 aprile 2022), è stata particolarmente rivelatrice. In quell’occasione, Rettore ha dichiarato: “Rivendico la possibilità di usare ‘fr*cio’ e ‘negr*’. Non mi sembrano insulti se uno è colorato.” Una frase che lascia poco spazio a interpretazioni e che sembra confermare una visione ormai anacronistica della libertà di parola.
Durante quell’intervista, emerse il suo pensiero indecente: portata dalla Fagnani a commentare la sua dichiarazione “Piaccio ai gay uomini, mentre altre cantanti, come Patty Pravo, sono icone delle checche vintage”, ha ribadito: “Esistono i gay e le checche. E le checche fanno pettegolezzi e non voglio vederli nemmeno sotto la porta di casa. “Per me, “froci*” non è una parola brutta. Neanche “negr*” mi sembra un insulto. Tutto sta nelle intenzioni. Cambiare parole? Mi sembra un po’ democristiano”, ha aggiunto. E poi, per rivendicare la sua connotazione rock, ha citato Vasco Rossi che in Colpa d’Alfredo cantava “È andata a casa con il negr* la troia”.
Non meno controversa è stata un’intervista più recente, rilasciata il 10 gennaio scorso a Gay.it, in occasione del lancio del suo ultimo album Antidiva Putiferio, in cui ha dichiarato: “I ragazzini non credo si tolgano la vita solo per una parola. Il punto è che non c’è più la possibilità di avere un dialogo senza che ci sia uno scontro. Non credo che ci si ammazzi per una parola, ma per una situazione problematica che si crea intorno a noi”. Una riflessione che, se da un lato tocca il tema della complessità del disagio giovanile, dall’altro minimizza il peso che il linguaggio può avere nelle dinamiche di esclusione e violenza.
Continuando con la sua distinzione tra “gay” e “checche”, ha affermato che queste ultime “nuocciono alla causa”: “Io vedo che ci sono dei gay che si realizzano senza dover creare per forza una lobby. Faccio un distinguo chiarissimo tra loro e quelle persone che ‘Lasciami stare perché sono gay, quindi mi avete già emarginato’. Non è vero… I gay sono i gay, poi ci sono le checche, quelli che strillano, che gridano. Questi nuocciono alla causa. In questo momento bisogna essere seri e far comprendere la nostra causa a un popolo bigotto e superficiale come quello italiano, dimostrando di valere, di non essere solo quelli che si strappano i capelli. Se dobbiamo fare un momento di comicità, ok, ma che non sia la regola, perché così è avvilente.”
E sui Pride, che l’hanno avuta come madrina storica, ha detto: “Io sono stata una delle prime a cantare ai Pride, saranno 30 anni che li faccio! Al Pride ci vanno le famiglie. Come dicevano gli antichi: ‘Andiamo dai froci, che dai froci ci si diverte,’ e sarà sempre così”.
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IL PESO DELLE PAROLE
La questione, però, non è puramente linguistica. Da un punto di vista sociologico, le dichiarazioni di Rettore evidenziano un problema profondo: l’incapacità di adattare il proprio linguaggio a un mondo in cui le parole dovrebbero essere – e devono essere – strumenti di inclusione, non di divisione. L’uso di termini come “negr*”, “froci*” o “checc*” non è mai neutrale.
Queste parole non sono mai innocue. Non lo sono mai state. Portano con sé il peso della discriminazione, della segregazione, della marginalizzazione. Eppure, c’è ancora chi, come Rettore, si rifugia nella retorica della “spontaneità” per giustificare quella che è, in realtà, una scelta consapevole: quella di non aggiornare il proprio vocabolario alle esigenze del presente.
Si tratta di un linguaggio che si inserisce in una visione del mondo cristallizzata, dove la libertà di espressione viene confusa con il diritto di offendere. Ma Rettore non è solo una provocatrice: è una figura che sembra prigioniera del proprio tempo, incapace di evolvere senza tradire quella teatralità che l’ha resa celebre.
Con le sue frasi al limite, le sue contraddizioni e il suo narcisismo verbale, Rettore sembra abbracciare un linguaggio che rispecchia la retorica di una destra governativa, pronta a sfidare il politicamente corretto e a riportarci indietro. È il simbolo di un’Italia che confonde la discriminazione con i valori e l’irriverenza con il coraggio. Come non citare Lilli Gruber, simbolo del giornalismo intelligente e appassionato, che si erge a difesa contro i riverberi fascisti e che, a DiMartedì, ha dichiarato: “Se sento Vannacci, sono felice che ci sia il politicamente corretto. Se significa sdoganare il diritto all’oblio, mi tengo il politicamente corretto”.
Ogni parola porta con sé un bagaglio culturale e storico che non può essere ignorato. Eppure, Rettore sembra rifiutare questa consapevolezza, arroccandosi in un individualismo linguistico che le impedisce di cogliere il cambiamento che la circonda. Il risultato è una figura paradossalmente sempre più distante da quel ruolo di icona ribelle e inclusiva che aveva rappresentato in passato.
A questo punto, la domanda che sorge spontanea è: quanto c’è di calcolato e provocatorio nel personaggio Rettore, che punta a far parlare di sé a ogni costo? E quanto, invece, è semplicemente il risultato di un’incultura e di un’insensibilità di fondo, ormai in contrasto con i tempi che viviamo?
L’unica certezza è che tutti possono sbagliare e tutti possono ricredersi. Ma come canta Bob Dylan, “Quante volte un uomo può voltare la testa, fingendo di non vedere?”. Il vero spirito rock è quello di chi “guarda in faccia la realtà”, come direbbe Vasco Rossi, senza paura di mettersi in discussione. Rimanere prigionieri di se stessi, invece, è rinunciare a quella libertà che nasce solo dall’evoluzione.
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