Jacob Collier, 30 anni appena compiuti e sembra di avere davanti un mix di vari DNA.
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Un po’ di Freddy Mercury, un po’ della scimmia senziente Cesare del film Planet of Apes in grado di inventare le polifonie più incredibili al mondo, una serie di radici che dalle foreste del Sudamerica gli salgono attraverso le gambe e lo invitano a saltare fin dall’inizio di ogni suo spettacolo, qualche ingrediente di Black Music e di Steve Wonder, la vocalità donatagli da qualche cantante lirico e di musical da permettergli di avere dei bassi da Basso Baritono e degli acuti da Pop Star Britannica. Nello Shaker possiamo inserire anche tutta la teoria e la pratica che necessita studiare di ogni strumento musicale a corda, elettronico e di percussione…ecco direi che adesso si può Shakerare, premiamo il tasto ON del nostro frullatore genetico e facciamo lavorare quella che non si chiama intelligenza artificiale ma intelligenza divina. Ed ecco voi uscir fuori quell’Alieno che si chiamerà Jacob Collier.
Ieri sera all’Alcatraz di Milano abbiamo assistito a una performance che non ha precedenti se non quelli sempre riportati da lui durante le ultime due occasioni in italia degli scorsi anni. Ma nonostante ciò questa data era l’unica del suo tour Mondiale, purtroppo in Italia siamo nettamente indietro come considerazione legata agli artisti di questa levatura d’eccellenza. Mi successe la stessa cosa con l’artista SYML al Magnolia di Milano di due anni fa, un concerto straordinario dell’artista di Seattle dove in Italia nessuno o quasi lo conosceva e ci propinano servizi televisivi e articoli di giornale legati sempre ai nostri cantanti dozzinali quando ieri sera le emozioni erano a fior di pelle e nel mentre che sto scrivendo questo pezzo da pubblicare mi accorgo che sul web…tutto tace, una vera tristezza. Ma ora concentriamoci sulla sua grandezza.
Dal suo debutto con “In My Room” ha pubblicato l’ultimo disco della quadrilogia Djesse col sul Volume 4.
Jacob Collier, è un polistrumentista londinese scoperto dall’occhio sapiente del compianto appena scomparso Re Quincy Jones. Un’opera monumentale che lo inserisce a pieno titolo nell’Olimpo dei 3 più grandi musicisti del nostro secolo con diversi premi e riconoscimenti internazionali con 5 Grammy Awards. Grandi collaborazioni in quest’ultimo capitolo della sua personalissima saga — Tori Kelly, Shawn Mendes e anche il suo amico Chris Martin dove lo stesso Jacob ha suonato e cantato per “Music of the Spheres” e “Moon Music” dei Coldplay.
Jacob passa dalla sperimentazione alla trascendenza dei generi musicali con una maturità compositiva senza precedenti. La capacità di Collier di attraversare le etichette, i confini tra i generi, per poter creare qualcosa di unico e che sappia sintetizzare il suo mondo emotivo è ben nota. Ma con quest’ultimo album il musicista londinese ha saputo portare questa idea alle estreme conseguenze, ne ha espanso i confini fino alla creazione di vere e proprie scatole musicali, nelle quali confluisce il suono nelle sue più diverse manifestazioni.
Unisce la registrazione di voci, rumori, suoni scaturiti dall’incontro con persone e cose che costellano la vita di Jacob Collier, dal rumore di fondo generato dal pubblico ai suoi concerti, alle voci di amici e musicisti che si avvicendano nel brano e creano una vera e propria costellazione sonora.
Accanto ai brani caratterizzati dal forte sperimentalismo si trovano anche pezzi dalla forma tradizionale, nei quali la ricercatezza e la complessità delle armonie rivelano la volontà di una ricerca intimista e spirituale, affonda le radici nel gospel, nel jazz e nel blues, per approdare a un prodotto che ha molto e nulla a che vedere con il suo modello di riferimento. Ecco dunque che la cover di “Bridge over troubled water” di Paul Simon e Art Garfunkel o il brano conclusivo “World O World” assumono un respiro universale, diventano un veicolo per il raggiungimento di qualcosa che sta più in alto, che è musica e si serve della musica per manifestarsi.
Infine, Jacob Collier in Djesse Vol. 4 non manca di inserire brani dal carattere più leggero, che indulgono alla musica pop delle radio e che forse aspirano alla ricezione di un pubblico più vasto. Leggerezza, però, non è mai sinonimo di banalità in Collier. La capacità di rendere fruibili e intuibili dei concetti musicali complessi, magari interpolandoli con elementi di più facile ascolto, conferisce alla musica un certo equilibrio, che forse è la cifra che distingue un prodotto artistico da uno puramente commerciale come i nostri italiani.
Si resta sbalorditi di fronte alla continua esplosione di talento di Jacob che emana già da subito, appena mette i piedi sul palco sembra già un grand finale quando invece siamo solo all’inizio con la sua “100,000 Voices” fa subito scattare il pubblico verso la gioia assoluta e i suoi storici musicisti li presenta fin da subito. Un trio di donne. La voce ultraterrena di Alita Moses, il talento di Emily Elbert (anche chitarrista) e di Erin Bentlage (anche tastierista). Per passare poi alla duttilità del bassista Robin Mullarkey e del batterista Christian Euman che si alternano a dare botta e risposta musicale a Jacob ogni qual volta che imbraccia uno strumento e si accinge a suonarlo come se l’avesse inventato e costruito lui stesso.
Il pubblico resta in silenzio durante l’esecuzione del singolo “Little Blue” solo voce e chitarra, un brano che solo lui vale un capolavoro in Djasse 4. Emerge poi il neo soul, il funk, il jazz, e persino la musica polifonica, grazie a un harmonizer che Collier stesso ha progettato insieme a Ben Bloomberg e che gli permette di manipolare la propria voce tramite una tastiera stile ROLI che moltiplica letteralmente la sua voce. Sembra di avventurarsi in tante dimensioni al di fuori della realtà, dove tutto segue le regole del suo demiurgo in perpetuo movimento. Se lo perdi di vista per qualche secondo è saltato già da un lato all’altro del palco, o magari ha suonato altri tre degli innumerevoli strumenti che affollano il palco, corredato da vasi di piante e persino una panchina (è lì che, dopo un’improvviso colpo di sonno, si mette a suonare la funky “Time Alone With You” come fosse un piccolo Jamiroquai).
Ma il momento più suggestivo per ogni spettatore, neofita o veterano, è proprio quello in cui l’artista smette di suonare strumenti e comincia a suonare il pubblico. O meglio, a dirigerlo in modo del tutto intuitivo e spontaneo, trasformandolo con pochi gesti in uno straordinario coro polifonico diretto da uno sciamano. Col suo orecchio assoluto, il virtuoso degli accordi in posizione stretta riesce a condurre le diverse sezioni di spettatori in modo che seguano diverse progressioni di note in totale armonia, modulando persino l’intensità. All’improvviso sembra di far parte di qualche cerimonia sacra: le stesse persone normali che prima del concerto producevano un chiacchiericcio normalissimo, tutte insieme, creano armonie angeliche che si riverberano nell’anima.
Da cantante e musicista posso dirvi che potrebbe anche esserci un “Pitch” mosso dal mixer di palco per intonare i semitoni del pubblico, ma se anche ci fosse questo piccolo aiuto per intonarli la trovo una genialata pazzesca che porta solo verso una direzione: Emozionarsi.

Prossime Date del Tour Mondiale
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