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“La ragazza del futuro” di Cesare Cremonini non si sposta da un rassicurante “mainstream” – RECENSIONE

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La ragazza del futuro” è il settimo album per Cesare Cremonini, anticipato a dicembre scorso dal singolo “Colibrì” e dal brano eponimo al recente Sanremo.

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Quattordici brani ma in realtà dieci canzoni, di cui quattro precedute da brevi intermezzi strumentali che ne svelano alcuni contenuti musicali. Sfugge il senso di questa operazione, tanto più che queste introduzioni sono firmate da un autore che non è quello delle canzoni le cui armonie e melodie sono anticipate da questi momenti.

Il brano che dà il titolo al CD, “La ragazza del futuro” è di realizzazione molto luminosa e positiva ma di non spiccato contenuto musicale. Segue “Colibrì”, melodia molto spaziosa, suoni molto curati ma ancora niente di particolarmente interessante, come anche la successiva “Moonwalk”. La timbrica e l’interpretazione di Cesare sono sempre molto personali e piacevoli ma finora la sensazione è che non ci si sia voluti spostare da un rassicurante “mainstream”, sia musicalmente che produttivamente.

Segue “La fine del mondo”, che finalmente propone almeno nel ritornello delle armonizzazioni un po’ più ricercate, lasciando un certo sapore retrò.

Atmosfera ancora diversa in “Chimica”, molti colori, che però non si sviluppa in niente di notevole.

Una scuola di pensiero composta anche da musicisti molto prestigiosi sostiene che le cause per plagio siano oramai inutili, essendo le combinazioni di note praticamente esaurite e diventando quindi inevitabile ricalcare almeno parzialmente una composizione già esistente. Questo è fortemente opinabile, ma in ogni caso il rischio aumenta quando si insiste sempre sulle stesse concatenazioni preferite di accordi, creando una sorta di auto-vincolo. Nel caso del nostro Cesare è evidente una simpatia per alcuni collegamenti armonici, su cui si sviluppano delle melodie molto ariose; avendo preferito una produzione che suona bene secondo gli attuali canoni, ma sicuramente priva di episodi musicalmente di rilievo, c’è una diffusa sensazione di gradevole, morbida e positiva ripetizione.

Il CD prosegue con “La camicia”, carino, ma soprattutto con “Stand up comedy”, interessante sia armonicamente che melodicamente. La successiva “Jeky”, appare addirittura come un prodotto un po’ beatlesiano, sicuramente diverso dai brani precedenti, ricco di spunti anche se forse non tutti coerenti tra loro. Si tratta probabilmente del brano più interessante. Anche “Psyco” ha il suo perché, presenta idee, colori ed energia; chiude la bella “Chiamala felicità”, ballata riflessiva ed intimista.

Forse, soprattutto nella parte iniziale c’è stato una sorta di sapore Coldplay a permeare questo lavoro, con anche le relative negatività, che però via via si sono attenuate.

La curiosità porta a documentarsi sulle altre titolate opinioni al riguardo di questo CD ed il risultato è stupefacente: ancora una volta come oramai da un paio di lustri si susseguono solo disquisizioni sui contenuti e sui significati letterali, peraltro in questo caso sempre pregevoli. Gli aspetti musicali sono trattati come un incidente di percorso, anzi non sono proprio trattati.

Così facendo forse si pensa di fare il bene della promozione dei lavori, magari è così, ma non si fa il bene dell’artista.

In assenza di qualsiasi appunto specificamente musicale, ovviamente fondato e benevolo, si crea terreno fertile per improvvise esplosioni di negatività che risultano del tutto inaspettate, come al recente Sanremo, laddove qualcuno ha in qualche modo indicato il nostro Cesare come erede di Dalla, sollevando reazioni sdegnate.

Il malcostume tutto italiano di semplificare, di cercare continuamente le prosecuzioni, gli eredi, nello spettacolo ma anche nell’arte e addirittura nella cronaca giudiziaria (c’è stata la P2, ecco la P3 e la P4…) fa sempre parte di quella sciagurata smania di semplificare sempre e comunque il cammino del pubblico meno strutturato culturalmente, nell’ansia di indirizzarlo proficuamente verso l’unica funzione che gli è riservata, quella di seguire pedissequamente una scia che lo porti poi finalmente a far parte di uno share o ad acquistare qualcosa senza particolari patemi.

Cremonini non è l’erede di Dalla ma non per proprio demerito, semplicemente perché nessuno lo sarà mai di nessuno; ogni artista ha una sua peculiarità composta da tanti aspetti, la cui combinazione è irripetibile: si tratta dell’X Factor.

Rimane però che gli altri autori e non solo Dalla andrebbero analizzati e studiati con cognizione di causa, sempre che si sia interessati a progredire nella materia; nel caso in cui che la scelta produttiva di questo album sia invece voluta e ponderata va bene ugualmente e speriamo che il mercato risponda. Il ragazzo comunque merita.

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