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FESTIVAL DI SANREMO 2022: TUTTO QUELLO CHE È SUCCESSO NELLA FINALE

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E’ andata in onda ieri sera la finale del 72mo Festival di Sanremo che ha visto vincitori il duo Mahmood e Blanco con la canzone “Brividi”.

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Due recenti esperienze, l’indegna esibizione dei politici in occasione della rielezione di Mattarella e il privilegio di aver potuto assistere in anteprima al film “Ennio” di Tornatore, dedicato a Morricone, offrono non solo l’occasione, ma il dovere di esprimersi sul carrozzone di ipocrisia e conformismo che in Italia è oramai calcificato e che trova in Sanremo un altro degno palcoscenico, supportato ovviamente da tutto il contorno.

L’ipocrisia è quella dei 55 applausi al riconfermato Presidente, da parte delle stesse persone che tra di loro non hanno trovato un degno successore o non hanno voluto trovarlo, dopodichè hoplà: cambio di palcoscenico e trasferimento in riviera. La farsa ha un copione diverso ma dinamiche simili: opinioni che si rincorrono coprendo di qua, attenuando di là, favorendo giù, spingendo su, tutto pur di dare il proprio contributo a stendere una pennellata di credibilità untuosa su una manifestazione che con la musica non ha quasi più niente a che spartire.

Tutto lecito certo, alla fin fine siamo il paese che resiste, che si fa rimbalzare le negatività, con cui finisce sempre a tarallucci, ma nel nostro caso specifico il calendario recita che dal 17 febbraio il film su Morricone verrà programmato nelle sale ed è questo il sassolino nell’ingranaggio.

Il film è bellissimo, emozionante, l’argomento è appassionante, tutto è permeato da una magia che consente di trascorrere in scioltezza una durata di quasi tre ore, ma soprattutto parla di un grande musicista e di buona musica, la sua e quella degli altri, della quale il Maestro aveva grande rispetto e che aveva studiato tanto. Tra due settimane l’esercito degli ex virologi, recentemente trasformati in sanremologi, si trasformerà in schieramento allineato e coperto di esperti di musica vera, dimenticando ipocritamente di aver dichiarato e scritto solo pochi giorni prima di essersi emozionati per una ciofeca, di aver individuato il nuovo (farlocco) autore di capolavori o il nuovo Eduardo De Crescenzo (dell’hard discount).

Tutto ciò si può sopportare dal semplice pubblico, che tra un po’ si trasformerà in esperto di calcio, ma non da chi ha a che fare con il nostro ambiente; nel caso contrario ci si pone in scia con quella che è la grave mancanza che ha consentito la vergognosa deriva della classe politica di cui sopra: l’assenza di intellettuali che coraggiosamente e rigidamente prendessero e mantenessero delle posizioni ferree di pubblico disprezzo nei riguardi delle zozzerie, da qualsiasi parte provenissero.

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Foto Matteo Rasero/LaPresse        

Allora Sanremo sia! Cominciamo con la solidarietà a Sabrina Ferilli, a cui la malasorte ha consegnato il fardello del confronto con Drusilla Foer: lei per capacità, simpatia e carriera non era certo la più meritevole di dover subire questa prova, infatti i numeri per cavarsela ci sono e si farà valere.

Non appare opportuno indugiare sui look di ognuno e sui siparietti di Orietta Berti e Fabio Rovazzi: la serata sarà lunga e il resoconto altrettanto. Bisogna però citare più o meno testualmente la domanda che porrà la Ferilli: “Perché devo parlare di qualche problema per giustificare il fatto di essere qui?” Le polemiche sulle presenze femminili sono state veramente troppe e sgradevoli.

Apre la rassegna il tenero Matteo Romano; il ragazzo non canta male e propone una canzoncina scritta con mestiere, “Virale”, almeno questo.

Successivamente irrompe Giusy Ferreri, bel vestito, le cui dinamiche di carriera ricordano il destino dei gommoni posti in garage, che ad un certo punto dell’anno si spolverano dal borotalco e si gonfiano in vista della stagione estiva. In caso di vittoria dovrebbe dividere il premio con la corista che la segue praticamente in tutto il pezzo, nel lodevole tentativo di attenuare l’effetto citofono.

La canzone peraltro non presenta altre peculiarità per cui ha le carte in regola per fruttare ciò per cui è stata prodotta: sfangare qualche rata e daje di plugin e mouse ma mai di buoni ascolti, strumento, matita e pentagramma.

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Segue Rkomi con “Insuperabile” ovvero: quando la ricerca ossessiva del riffettino risolutivo si avvita in una spirale perversa. C’è una frangia della produzione musicale italiana che trascorre i mesi in questo modo, in attesa di Sanremo o dell’estate, e poi finisce strangolata nelle spire, tipo Mowgli del “Libro della giungla” con il serpente Kaa. Il rettile peraltro cantava molto meglio di qualcuno presente quest’anno all’Ariston.

Entra in scena Sabrina e non delude certo le aspettative: padronanza del palco, maturità, mestiere; con Amadeus che ormai pare caricato a molla la coppia pare funzionare efficacemente.

Iva Zanicchi è il solito caterpillar, simpatica e padrona della scena ma stranamente non molto a proprio agio con la precisione delle note, per cui è tentata di proporre un’intonazione alternativa al sistema temperato, peraltro trovandosi in nutrita compagnia.
Il suo brano “Voglio amarti” è un po’ antico ma ben scritto e sfodera un bell’arrangiamento diretto da Danilo Minotti, che sta sul podio perché è un bravo musicista, come Pennino, Chiaravalle ed altri, non per una maldigerita questione di quote azzurre o rosa.

La successiva proposta è Aka 7even, il quale non canta peggio della media e la canzone non è peggio della media, ma è la media il problema. La sua proposta paga ciò che su quel palco omologa tutto: la smania della radiofonicità ignorante, ovvero la necessaria assenza totale di qualsiasi caratteristica musicale di pregio o di spicco.

Massimo Ranieri merita stima e affetto, pur non essendo ai suoi livelli migliori; il brano ha un buon testo ed una musica sensata, è forse nel complesso il più equilibrato del festival ma qualcosa nell’operazione non riesce perfettamente.
A proposito di chi riguardo a questa canzone si è stracciato le vesti, è d’uopo il suggerimento di acquisire più cognizione di causa e successivamente di ascoltare e trascrivere, almeno nelle armonie, proposte comunque sanremesi come “Almeno tu nell’universo” o la recentissima “Ho amato tutto”, o direttamente (una a caso perchè risentita giusto poc’anzi in taxi, ma fortunatamente nel panorama mondiale ce ne sono decine) “How do you keep the music playing” nelle varie versioni  di Ingram e Patty Austin, Barbra Streisand, Sinatra o Tony Bennett.

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Esistono dei corsi specifici che si chiamano “Tecnica dell’ascolto”, perché esattamente come per disquisire di virus e di pandemie è necessario aver studiato, per farlo di musica funziona allo stesso modo; è vero che avendo a che fare con la salute ci si rimette la pelle, ma anche in questo caso si contribuisce a un danno, ovvero si alimenta una disonesta confusione tra fuffa, marchettaccia, banalità, qualcosina, buono, ottimo e arte, di cui la musica leggera italiana soffre enormemente da troppo tempo.

Subentra sul palco Noemi, che propone un brano un po’ ansioso, “Ti amo non lo so dire”. Lei è brava, interpretazione e timbrica sono sempre personali, ma forse sarebbe meglio riavvicinarsi al mondo musicale di “L’amore si odia”, che le appare più congeniale.

Segue Fabrizio Moro con “Sei tu”, che propone tonica, dominante, relativa minore e sottodominante, la qualcosa può anche sottintendere un capolavoro ma non in questo caso.

“Come si balla” è la proposta di Dargen D’Amico, che suscita un dubbio: posto che a suo tempo i Righeira erano considerati divertenti ma monnezza musicale, nel frattempo i parametri sono crollati? In ogni caso la loro scia è sempre molto ambita e, come dice Zalone, un’ospitata da Fazio potrebbe pure uscire.

A proposito di Zalone, la sua performance al pianoforte di qualche sera fa propone il dubbio che il controverso artista pugliese sia un musicista di caratura enormemente superiore a tutti i cantanti in gara. Nessun dubbio in realtà: è così.

Momento Ferilli, che usa l’esperienza di una carriera di attrice oramai più che trentennale e scenicamente se lo gioca bene.

Rimane il solito scollamento tra lo spettacolo generalista e la rassegna di canzoni, in convivenza forzata. A giustificazione di questo vengono citate continuamente le “esigenze televisive” delle quali fanno evidentemente parte le co-conduttrici, i vetusti stacchetti, le giacchette del bravo presentatore e via elencando; la realtà è che tutto quanto fa parte della “tradizione” non può conciliarsi con la sfilza di “novità” musicali (anzi novità “musicali”) volute dalla direzione artistica. Oltretutto si tratta quasi sempre di proposte che non hanno nessuna dimestichezza con la tv, i teatri e i live veri, ma solo con i talent ed i video sul web, con tutte le mossette ed i lookettini d’obbligo, e succede quindi che quando appaiono i marpioni di grande esperienza come  appunto la Ferilli, Ranieri o Morandi sembri semplicemente di assistere a due spettacoli diversi, alternati schizofrenicamente.

In compenso anche in questa serata finale il pubblico in sala appare abbastanza vitale e partecipe, diversamente da quello storico delle scorse edizioni, la cui irritante abulia rendeva il tutto veramente surreale.

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“O forse sei tu” è la canzone proposta dalla grande Elisa: ha una strofa interessante, l’unica interessante del Festival insieme a quella di Mahmoud, ma che si spiaggia in un ritornello molto “maistream” (a essere buoni): è la maledizione del “brano per Sanremo”, non se ne esce. Anche “Di sole e d’azzurro”, “E poi”, “Strano il mio destino”, “Come saprei”, “Cambiare” (massacrata venerdì sera da uno sciagurato arrangiamento), “Sei tu” sono stati “brani per Sanremo”, e allora? Come una volta ebbe a scrivere un esimio musicologo, “i compositori (lui si riferiva al jazz italiano ma tant’è) farebbero meglio ad analizzare con criterio i brani altrui, di acclarato spessore musicale, in maniera tale da evitare di scoprire l’acqua calda”.

La canzone di Irama “Ovunque sarai” sembrerebbe scritta da musicisti, sfoggia addirittura un ritornello in maggiore che ruota su un IV grado minore (!), secondo alcuni però è fortemente rassomigliante ad un’altra cosa.

Lui non canta male. Dopo la parentesi “World Nutella Day” e le Farfalle Azzurre, grandissime, arriva Michele Bravi, riguardo al quale viene da pensare ad un’altra occasione sprecata. Il brano proposto è abbastanza esile e in quanto all’immagine “Scialpi può chiedere un risarcimento” (cit. Tiziana Troja).

La Rappresentante di Lista propone una sfilza di nomi a firmare il nulla in confezione funky, “Ciao ciao”, con un divertente giro di basso. Lei non è male, canta e si organizza scenicamente ma un po’ rozza. La Rettore dei tempi d’oro al confronto è Prince.

Con “Ogni volta è così” è il turno di Emma Marrone, la quale conferma l’impressione di qualcosa di irrisolto che fa archiviare ogni sua uscita nello scomparto delle occasioni perse. Ormai ha dieci anni di carriera ed è riuscita a rimanere a galla, onore al merito; non è una maestra di raffinatezza e ancora meno di canto ma almeno non si spaccia per tale, ha personalità e tigna e se due lustri fa il suo livello appariva abbastanza discutibile per non dire rozzetto, nei tempi attuali ha guadagnato quota, avendo altri provveduto a toccare il fondo e scavarlo proficuamente. Potrebbe essere ora di lavorare per una vera evoluzione, artistica, ben strutturata.

A proposito di Emma inoltre, la ridicola trovata di porre la Michielin a far finta di dirigere l’orchestra ovviamente punisce soprattutto la ragazzina, che ingenuamente si è prestata. Come sempre in questi casi e in questo ambiente, i geni che veramente avvallano le scemenze agiscono nell’ombra, incredibilmente la fanno franca e subito si dedicano a produrne altre, tanto poi la colpa è della crisi della musica.

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Ecco Mahmood e Blanco, finalmente qualcosa: la canzone “Brividi” ha un qualche spessore (ahia il vezzo di spezzare le parole!) anche se un po’ penalizzata dal release posticcio, forca caudina dei nostri tempi. In compenso loro fanno una bella figura e sono favoritissimi.

Sul palco è la volta di Highsnob & Hu. Che dire? Sono esponenti di una generazione che forse ha modelli “musicali” alquanto limitati, dato che i loro prodotti risultano tutti perfettamente conformi ad una stessa estetica molto piatta. Si fa una grande fatica a distinguerli singolarmente.

Inaspettato ed efficace l’intervento a due voci Mengoni-Filippo Scotti: una sintesi delle brutture oramai più che abituali, tra haters e leoni da tastiera. Viviamo veramente un periodo oscuro, in cui troppi esprimono quotidianamente solo violenza e prevaricazione.

ANSA/ETTORE FERRARI

Torniamo alla gara con “Farfalle”, proposta di Sangiovanni, il quale evidentemente non ritiene ancora maturi i tempi di sganciarsi dalle peculiarità proprie della sua origine artistica: birignao irritante, presenza scenica da ora di ricreazione alle scuole medie, interpretazione che sfodera addirittura prese di fiato a spezzare le parole del testo, brano meno che insulso. Merita pienamente che se ne senta ancora parlare, lo rivedremo spesso.

Gianni Morandi suscita un affetto veramente sincero e se lo merita, propone un brano ambientato negli anni ’60, “Apri tutte le porte”, che probabilmente funzionerà ma non è certo una pietra miliare della sua lunghissima carriera. Voce e presenza scenica veramente massicce, un treno, ma sono lontanissimi i livelli sia di “Vita” e “Bella signora” che di “Banane e lampone”.

Ricordo di Lucio Dalla con Felicità, quasi un monito alle nuove generazioni di autori. In questi giorni si è letto un po’ ovunque di “grandi canzoni” o addirittura di “capolavori”, tutto abbastanza stravagante. Questa ansia di commentare ed elargire opinioni ricorda tristemente la attuale continua diatriba tra il popolino smanioso, gli opinionisti d’accatto e gli esperti veri. Ci si indigna ad assistere ad una tale indecenza ma esattamente allo stesso modo ci si dovrebbe indignare per la musica orribile, per la cattiva politica, per la tv generalista, per il brutto cinema.

Non si deve parlare bene della musica brutta, oltretutto quando sappiamo tutti che gli scopi della sua produzione non hanno niente a che vedere con una ricerca del bello, ma si tratta solo di trovare il personaggio con cui le varie tipologie umane intellettualmente più indifese si possano identificare, e poi della continua ricerca spasmodica delle quattro note in croce da appioppargli sul groppone, in modo che possano essere sentite e facilmente memorizzate da più persone possibili. La spendibilità radiofonica è un parametro che è esattamente contrario alla qualità, come quasi sempre lo share, l’ottenere che nessuno cambi canale. Con lo spessore musicale tutto ciò non c’entra niente.

Con DitoNellaPiaga e Rettore la scia dei Righeira è finalmente percorsa con efficacia, ovvero si tratta di una canzonetta simpatica, “Chimica” che fa il suo e non ci pensa proprio a spacciarsi per emula né di Quincy Jones né di Claudio Mattone.

Dopo la Berti e i suoi look adesso in scena Yuman, che sembra la custodia di Amadeus; ha una timbrica interessante e la sua “Ora e qui” contiene un qualche contenuto, ma non osa.

Segue Achille Lauro, che nelle passate serate ha tentato ancora una volta di sorprenderci passando disinvoltamente da una goffa allusione al battesimo ad una gestualità di stampo Tony Brando–Cristian De Sica di verdoniana memoria e ad una esibizione a torso nudo, al cui confronto Damiano dei Maneskin è un incrocio tra Paul Newman e Mick Jagger. Stasera è vestito in rosa, ma la sua “Domenica”, a parte un coro gospel sottoutilizzato, non porta però sorprese di tipo musicale, inevitabilmente.

Doveroso omaggio a Raffaella Carrà, con il quale si percepisce l’abisso che intercorre tra la televisione della professionalità e quella attuale degli infiniti talent: il danno arrecato appare oramai difficilmente rimediabile.

Supera in scioltezza i temibili gradini anche la spumeggiante Ana Mena, molto carina ma un po’ Ariana Grande del negozio dei cinesi, che propone con “Duecentomila ore” la banalità assoluta in confezione perfetta. “Finchè la barca va” al confronto pare un’opera dei King Crimson.

Il “bravo presentatore” nel frattempo continua eroicamente la sua marcia e si guadagna la lauta pagnotta; evidentemente, data la crisi, la già pressochè ininterrotta presenza in video non era sufficiente.

Le sue gesta sottolineano tristemente come in questo paese una deleteria figura sbeffeggiata da Arbore e Frassica trent’anni fa possa purtuttavia sopravvivere immarcescibile; laddove Fiorello è sempre il compagnone spavaldo, ben addestrato a tenere svegli ed attivi i sonnolenti panzoni ospiti dei villaggi turistici, Amadeus è il timido supplente catapultato in una classe molesta, che fa di tutto per lisciare le asperità e rendersi leggero ed impalpabile, diciamo inconsistente, finché non squilla la campanella.

Sicuramente c’è di molto peggio in giro, nel suo caso si tratta comunque di un professionista preciso e gradevole; il suo demerito rimane quello della qualità delle scelte artistiche, anche se è opinione diffusa che in realtà lui non ne sia il principale responsabile ma si debbano ad altri i ringraziamenti per la promozione di questa robaccia.

Costui è Tananai con “Sesso occasionale”; almeno ha una faccia simpatica ma pure una certa difficoltà a beccare le note, c’è un grande lavoro per il corista che lo sostiene.

In tv c’è un continuo fermento di talent show, metodi miracolosi, lezioni, tecnica, “mi arrivi”, “grande emozione”, tensione, pianti al microfono, vocal coach… Il nostro giovanetto deve essere rimasto in corridoio, perdendosi la distribuzione del verbo della musica che pare avvenire in quelle aule.

Siamo veramente alla fine ed ecco “Tuo padre, mia madre, Lucia” di Giovanni Truppi. Può essere che il nostro sia veramente “avanti”, sicuramente è molto particolare nella architettura della composizione ed anche non interamente condivisibile nei suoi criteri di reinterpretazione delle strutture. Pupillo di una consistente frangia della critica, ci saranno dei rispettabili motivi per questo ma che per ora con gli aspetti prettamente musicali hanno una parentela incerta.

Ci sono sicuramente dei motivi anche dietro la spinta che ripropone Le Vibrazioni su un palco di così grande visibilità, certo non il modesto brano che propongono, “Tantissimo”, con cui la gara si chiude.

Ancora Mengoni, riguardo al quale ogni tanto viene da pensare che meriterebbe più considerazione anche al di fuori dell’Italia: timbrica, interpretazione, intonazione e presenza scenica stanno ad un buon livello, chissà.

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Vincono Mahmood e Blanco ed è una vittoria meritata, come lo sono il secondo posto di Elisa, il terzo di Morandi ed il premio della critica per Ranieri-Ilaqua. Vince Amadeus, che ha portato a termine il compito assegnatogli e vince Sabrina, eroica anche nel combattere il sonno nei minuti finali, ma soprattutto vince l’orchestra, a mani basse: musicisti veri, preparati e professionali, diretti bene.

Se la musica è stata presente su quel palco, nonostante tutto, è merito loro.

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