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martedì, Gennaio 18, 2022

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GET BACK, IL REALITY DEI BEATLES

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La monumentale operazione Get Back dei Beatles lanciata da Disney Plus ha commosso la generazione over 60. Ho letto decine di commenti entusiastici sui social.

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Ovvio, fa sempre un gran piacere vedere i Beatles suonare e provare in sala di registrazione, ma più di sei ore sono davvero troppe anche per i mitici Fab Four. Vedere Get Back oggi fa l’effetto di un reality. Il racconto non c’è, neanche nel montaggio. E’ un susseguirsi di prove tra cover e brani dei Beatles tra momenti di attesa, scherzi, entertainment e live inediti assembrati a caso, suddivisi solo per giorni calendarizzati in grafica.

Confesso di non essere riuscito a vederlo tutto, tranne alcune parti, soprattutto la terza con lo storico happening live sul tetto, peraltro già abbondantemente noto e visto. Onore a chi ha divorato Get Back frame per frame, io al momento non ci sono ancora riuscito. Il massimo di minutaggio l’ho toccato con la versione totale di Woodstock e Apocalipse Now Redux. Andare oltre significa avere la pazienza e il tempo di un ergastolano o partecipare a una sorta di Guinness dei primati.

Ora, per non essere assalito dai fan irriducibili dei Beatles (lo sono anche io, dato che li ho persino visti uscire dall’Hotel Duomo quando suonarono al Vigorelli di Milano e ho collezionato non solo la loro intera discografia ma anche qualche centinaio di cover internazionali persino strumentali, tranne l’orrendo “Mina canta i Beatles”), vorrei invitarvi  a una serena riflessione filosofica sul mito, cioè sulla narrazione investita di sacralità.

Le divinità sono un mito perché nessuno le ha mai viste ma solo immaginate, per questo gli uomini nel corso della storia le hanno rappresentate in tutte le salse: dipinti, sculture, apparizioni, visioni, etc. I Beatles non sono divinità, ma in fondo per stessa ammissione di John Lennon, in un certo periodo storico “sono stati più famosi di Gesù”.

Get Back invece riporta i Beatles tra i comuni mortali, in un certo senso li spoglia dal mito divinatorio raccontandoli come una classica pop band. Nel film seriale si circondano di mogli, fidanzate, figli e addetti ai lavori nei loro studios. Chiusi perennemente nel loro mondo come in una sorta di bunker estraneo al mondo esterno. Solo in rari momenti ci sono citazioni sugli straordinari eventi dell’epoca, come ad esempio il mito dell’India o gli incendi dei dischi negli Usa dopo la nota dichiarazione ironico-blasfema di Lennon.

Per il resto spadroneggia Paul Mc Cartney che nel ‘69 era molto su di giri rispetto ai suoi compagni. Ringo ad esempio appare spesso stanco e silenzioso, a volte persino addormentato. Sono rarissime le sue proverbiali “gag” una su tutte è il momento in cui il road manager gli consegna un mazzo di fiori. Lui apre il biglietto e scopre che il mittente è un Hare Krisna. Imperturbabile riconsegna il mazzo di fiori al road e si stravacca sulla sedia. Sublime.

Altra scena imperdibile è la presenza di Peter Sellers insieme ai Beatles, ma i momenti più divertenti sono quando i Beatles suonano cover rock di altri. In quei momenti si apprezza il senso del gioco, il disincanto, la loro eterna fanciullezza. Yoko Ono sta sempre accanto a Lennon, impassibile, non ride mai, come un’ombra misteriosa.

Di ora in ora però, tutto l’immaginario che intere generazioni hanno conservato sui Beatles tra miti e leggende, si affievolisce fino quasi a sparire. Mi domando sinceramente, c’era bisogno di questo Ben Hur Beatlesiano dopo Beatles Antology e il film Let it Be? La sensazione di Get Back è quella di spolpare il mito dei Beatles fino a ridurlo a un reality a puntate già visto in cui si trasmettono anche i fuori onda.
Sbaglierò ma così pare.

Il mito si conserva e accresce di valore, quando si protegge il mistero di fatti, storie e avvenimenti che dovrebbero rimanere sconosciuti. Se invece tutto si mostra, persino il banale del quotidiano, il mito perde inevitabilmente il suo fascino. Mi chiedo cosa accadrà in futuro quando lasceranno questa valle di lacrime artisti sacri come Bob Dylan e i Rolling Stones.

I media li spolperanno per continuare a fare ascolti e sponsorizzazioni. Mi auguro di non vedere quindici minuti di filmati in cui Bob Dylan accorda la chitarra o Mick Jagger che si allena in palestra prima di un tour. Il documentario è una cosa, il reality un’altra. Detto questo buona visione a tutti ma con una robusta tazza di caffè bollente in mano.

beatles

 

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