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domenica, Novembre 28, 2021

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Quello che rimane dopo quasi due anni di pandemia da Covid

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Cosa mi resterà? Ecco.

Voi vi ricordate?

Seguo i dati sul Covid dal febbraio 2020, circa venti mesi, tutti i giorni. Ho compilato tabelle infinite, creato centinaia di grafici utilizzando quasi tutti i dati ufficiali a disposizione, pubblicato centinaia di post con l’aggiornamento quotidiano. Alcuni amici social (che non conosco di persona) mi hanno scritto per ringraziarmi e per dirmi che si sono convinti a vaccinarsi grazie alle mie analisi. Fosse stato anche solo uno sarebbe valsa la pena di un lavoro enorme.

Ho iniziato a farlo perché mia madre aveva paura della pandemia, per spiegarle meglio quello che accadeva e che dagli annunci in TV della Protezione Civile si capiva poco.

Ricordo quelle sere intorno alle 18.00-18.30 davanti al televisore, in attesa che si sapesse il numero di nuovi infetti, delle terapie intensive, dei morti.

Quei momenti non li dimenticherò.

Poi arrivarono le immagini da Bergamo, dagli altri luoghi più martoriati al nord. Il sud era ancora relativamente tranquillo, ma la Lombardia era il centro mondiale della diffusione del virus insieme alla Cina. Milano, Bergamo, Brescia, Lodi i luoghi dei dannati d’Europa. Ogni giorno dati drammatici, i filmati dei mezzi dell’esercito che trasportavano i morti, le notizie degli ospedali al collasso e dei malati gravi da spostare urgentemente in strutture del centro o del sud per mancanza di posto.

Anche quei giorni non li dimenticherò.

Come non dimenticherò le immagini dei tendoni per l’accoglienza all’esterno degli ospedali per il terrore del contagio, i medici e gli infermieri allo stremo che lavoravano venti ore al giorno e spesso si infettavano e morivano per aiutare i malati. E le notizie tremende che arrivavano dai residence per anziani dove i vecchietti morivano senza nemmeno poter vedere i figli un’ultima volta. Immagini e notizie laceranti.

Noi fortunati restavamo tappati in casa e disinfettavamo le confezioni del cibo nell’unica occasione della settimana in cui uscivamo. Vi ricordate? Passavamo l’alcool sul cartone del latte, sullo scatolame, sulle maniglie. Ma poco però, solo qualche goccia, perché non avevamo più nemmeno i disinfettanti.

E poi quel senso strano di uscire con la sciarpa sul viso perché non c’erano le mascherine, sapendo che a Milano ognuno che incontravi poteva infettarti.

Ci rimaneva il telefono, il conforto di potersi confrontarsi con chi seguiva più da vicino i dati e tentava di delineare scenari. Io ero tra quelli. Mi chiamavano tutti, facevamo ipotesi, con le curve implacabili che salivano, con la gente terrorizzata perché un altro parente o un amico o un conoscente era morto, con l’invito alla calma e alla prudenza. E la telefonata quotidiana a mia madre, tutte le sere dopo il bollettino, con l’aggiornamento e con un messaggio sempre positivo.

Ognuna di quelle migliaia di telefonate finiva immancabilmente con la speranza che qualcuno trovasse al più presto un vaccino. “È l’unica cosa che ci può salvare” dicevamo. “Se qualcuno lo trova passerà alla storia” dicevamo.
Tutti. Ve lo ricordate?

Io sì.

Poi, subito dopo la paura di ammalarsi, il disastro economico con milioni di italiani rimasti senza reddito. I fortunati attingevano alle riserve, i meno fortunati si ritrovavano a vivere un incubo doppio, simile solo ai racconti dei tempi di guerra dei nostri nonni. I commercianti allo stremo, gli artigiani senza una lira, le piccole aziende che fallivano.

E i bambini a casa? Vi ricordate? Un’impresa immane tenerli chiusi dentro, tentare di impegnarli con la scuola a distanza, cercare di distrarli, magari pure in una casa piccola. Che danni enormi per la loro educazione e la loro crescita. Ma che si poteva fare in un periodo che è stato in tutto e per tutto tempo di guerra? Non avevamo scelta. Un disastro.

Io mi ricordo tutto. Perfettamente.

Pensavo che fosse impossibile che qualcuno dimenticasse quei mesi interminabili, ma mi sbagliavo.

In queste ultime settimane, dopo che i vaccini e le misure di sicurezza hanno assestato al dannatissimo virus un colpo micidiale, ho visto e sentito quello che non avrei mai immaginato e ho capito che l’esperienza per molti non serve, la memoria non esiste, il senso di collettività è nullo, la coscienza civile vale zero.

Conto solo io e ora. Il resto al diavolo.

L’elenco delle manifestazioni di insufficienza mentale e di disprezzo del bene comune di tanta gente è infinito. E non dimenticherò nemmeno questo.

C’è voluto poco.

Un momento prima avevamo perso qualsiasi diritto, chiusi in casa per il terrore di morire per il peggiore disastro dopo la Guerra Mondiale.

Il momento subito dopo in tanti hanno cominciato a strepitare in modo idiota di negazionismo, complotti, diritti violati, libertà individuale infranta, “pensiero critico”, costituzione, sieri sperimentali, anatemi verso i vaccinati, parallelismi con l’Olocausto e altre fesserie cosmiche assortite.

È stato un attimo. Incredibile.

Il resto è dimenticato. Tanto ormai è passato.

Conto solo io e ora. Il resto al diavolo. Gli altri al diavolo.

Dicevo che quello che ho visto e sentito in queste ultime settimane, proprio mentre il virus ci dimostra che la guerra non è finita, non lo dimenticherò.

Mi ha aiutato a capire meglio la natura umana. Anzi, la natura umana di alcuni.

E ogni volta che ci penserò in futuro credo che avrò la stessa sensazione di questi giorni: un profondo e incontrollabile disgusto.

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