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sabato, Luglio 31, 2021

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Alberto Salerno sarà premiato al Festival “Premio Bindi” – INTERVISTA

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Intervista esclusiva allo storico autore Alberto Salerno alla vigilia della sua premiazione alla nuova edizione del Premio Bindi.
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Il 9, 10 e 11 luglio, a Santa Margherita Ligure, si terrà la diciassettesima edizione del “Premio Bindi”, prestigioso festival della musica d’autore che assegna l’ambita targa a cantautori o gruppi musicali che scrivono brani propri.

Nato nel 2005 da un’idea di Enrica Corsi, il “Premio Bindi” è diventato uno dei festival italiani più importanti nel panorama della canzone d’autore emergente.

Oltre al concorso vero e proprio la manifestazione ospita, da sempre, incontri con autorevoli rappresentanti della canzone d’autore.

In questo ambito, il 9 luglio, ci sarà spazio per Alberto Salerno, paroliere e produttore discografico italiano la cui lista di successi, ad ogni latitudine della canzone italiana, appare sconfinata.

La sua presenza in tal contesto nobile – per titolo e contenuti -, appare quindi come una sorta di premio alla carriera, rimandato per l’emergenza sanitaria, ma ora il cerchio si chiude, con piena soddisfazione di Salerno, perché al legame artistico che spesso nasce tra chi parla la stessa lingua – con la stima reciproca come elemento basico – si unisce l’affetto e la sollecitazione della memoria che riporta a sentimenti e ad attimi indelebili.

Ne ho parlato con lui…

alberto salerno

Alberto, mi pare che questa tua partecipazione al “Premio Bindi 2021” sfugga agli obblighi e alle passerelle spesso dovute e sia al contrario un atto gratificante che unisce il compianto Umberto alla tua famiglia…

Il fil rouge che unisce Bindi a me passa attraverso la storia di mio padre Nicola che, come sai, con lo pseudonimo di “Nisa”, lasciò il segno nel mondo della composizione della musica leggera italiana del dopoguerra.

Esiste un aneddoto preciso di cui mi parlava quando io ero piccolo e fa riferimento ad un festival di Sanremo del 1960 in cui, assieme a Bindi, fu autore della canzone “È vero” interpretata da Mina.

Il testo era abbastanza “nuovo”, perché oltre all’argomento “amore”, il più in voga da sempre, la lirica era pregna di spiritualità sottointesa: “E’ vero amore, esistono gli angeli, io credo ai miracoli, ognuno mi stende la mano, ognuno mi offre una rosa, le strade, la folla, ogni cosa…”.

Il brano colpì una congregazione religiosa che, successivamente, riuscì a coinvolgerlo permettendogli di fare un’intensa esperienza di cinque giorni in cui lui, uomo pragmatico, riuscì a cogliere aspetti metafisici che lo toccarono profondamente.

Come vedi, da una canzone nata con un preciso obiettivo artistico, nacque una storia toccante e formativa, impensata nel momento della creazione.

È questa la prima memoria che mi lega a Bindi e mi riporta alla vita di mio padre. 

In effetti tu appartieni alla generazione successiva però, a distanza di anni, quindi con il giusto distacco, che giudizio ti senti di dare di Umberto Bindi come artista?

Un grandissimo! Non sono tantissime le canzoni universalmente riconosciute, ma la sua dimensione autorale è enorme.

La musica e il mare, la solitudine come scelta e Genova. Erano questi i temi delle prime canzoni di Umberto Bindi. Versi scarni, scritti in gran parte con l’amico Giorgio Calabrese, canzoni fuori moda e poetiche.

Pensiamo a “La musica è finita”, “Il mio mondo”, “Il nostro concerto”.

Immagina un testo come quello di “Arrivederci” (Arrivederci, dammi la mano e sorridi, senza piangere…), realizzato in tempi lontanissimi, nel 1959, con Calabrese!

Un buon cantante e un grandissimo compositore, un uomo che ha avuto una vita travagliata e sfortunata, caduto in disgrazia, morto in povertà e con problemi di salute. 

Come ti spieghi un fatto del genere, cosa ha portato alla deriva l’uomo e l’artista? 

Bindi fu una delle prime figure di omosessuale dichiarato e ciò pesò sul suo percorso, tanto da costargli l’emarginazione dalla Rai e l’allontanamento, nel 1989, da Sanremo perché considerato personaggio troppo provocatorio e scomodo.

Erano tempi in cui certe diversità specifiche avevano enorme peso e l’uscire allo scoperto poteva avere conseguenze estremamente negative, portando come minimo alla ghettizzazione, che per un artista poteva significare minare o interrompere la propria attività, quella che alla fine dava e dà il sostentamento. 

Quindi un Umberto Bindi nato trent’anni dopo avrebbe avuto vita più facile? 

Certamente! Nonostante il problema delle diversità sia all’ordine del giorno, dibattuto con differenti punti di vista, le cose sono cambiate notevolmente, e un Umberto Bindi attivo negli anni 2000 avrebbe potuto liberamente “lavorare” senza una grossa incidenza della vita privata, quella che in quel periodo poteva causare ostacoli e ferite difficilmente rimarginabili. 

Parlare di Umberto Bindi riporta al concetto di “scuola genovese”, a cui potremmo facilmente aggiungere quella milanese e molte altre: tu credi che sia corretto parlare di arte e regionalità? 

Non c’è dubbio che esistono sensibilità che hanno in comune cultura specifica, amicizia e sensibilità, il che fa pensare che i gruppi che hai citato portassero in dote caratteristiche ben precise, ma possiamo aggiungere la “scuola bolognese”, quella “romana”, la “napoletana”. Esistevano generalmente dei punti di riferimento attorno ai quali si aggregavano e prolificavano gli elementi periferici, trasformandosi nel tempo anch’essi in pezzi forti.

Se pensiamo alla Milano che conosco bene mi vengono in mente Gaber e Jannacci, ma per ogni luogo citato e non, potremmo evidenziare creativi che hanno fatto la storia della musica.

Detto questo, mi pare abbia un senso esaltare le peculiarità di ogni singola entità, non per stilare graduatorie di merito, ma per sottolineare i diversi apporti artistici. 

Concludo con un’ultima curiosità: in cosa sei impegnato attualmente? 

Ufficialmente ho appeso… la penna al chiodo.

Pensa che a sedici anni, in qualità di autore di testi, ero presente con cinque brani nell’album di esordio de I Corvi intitolato “Un ragazzo di strada” (“Quando quell’uomo ritornerà”, “Datemi una lacrima per piangere”, “Luce”, “Si prega sempre quando è tardi” e “Resterai”.

Era il 1966, ciò significa che ho attraversato mezzo secolo di musica italiana in ruoli diversificati e praticamente di quel mondo ho conosciuto tutti. Cosa potrei chiedere di più!?

Le mie ultime esperienze mi hanno visto attivo nell’associazione “Muovi la Musica” e successivamente l’“Officina della Musica e delle Parole” (in entrambi i casi con l’obiettivo di dare luce ai talenti invisibili), ma attualmente mi diverto utilizzando youtube, proponendomi in video e commentando canzoni, soprattutto di altri, per il semplice gusto di andare in profondità e mettere a disposizione del mio pubblico di affezionati tutta la mia esperienza, ed avendo una grande memoria gli aneddoti e i ricordi sono davvero tanti.

Bene, non resta che aspettare il 9 luglio e, per chi sarà presente a Santa Margherita Ligure, ascoltare Alberto Salerno mentre omaggia Umberto Bindi, diventerà l’occasione di unire almeno tre generazioni che agganciano l’attualità, quella rappresentata dai nuovi talenti selezionati dal direttore artistico Zibba.

 

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