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venerdì, Ottobre 22, 2021

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Quel che resta del Sanremo 2021, grande distrattore di massa

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Sanremo 2021 è finito da due mesi e l’eco diffuso delle polemiche si è miseramente spiaggiata, come un canottino da due soldi sulla battigia.
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Hanno vinto i Maneskin con un brano che ha diviso violentemente gli opinionisti, sia quelli titolati che gli improvvisati, con questo oggetto del contendere: non lo spessore artistico della canzone e del gruppo, bensì se il pezzo sia frutto di un plagio e se ad ogni buon conto ci si trovi in presenza di un vero pezzo rock o no.

Tutto ciò farebbe già ridere così, o più probabilmente indurre alla depressione, ma in realtà fornisce involontariamente un’ampia spiegazione “di rimbalzo” a fenomeni apparentemente incomprensibili verificatisi in contemporanea al Festival, tipo Zingaretti dalla D’Urso, la cagnara riguardo il prof. universitario e la Meloni, la presentazione del libro di Casalino e così amabilmente divagando, eventi mediatici di cui a distanza di due mesi non vi è più neanche l’alone.

Lo scontro di opinione è cosa buona e giusta, veniamo da decenni di frustrazione in cui il nostro talento di politici, musicisti, allenatori di calcio, virologi (!!!) soffocava nei bar o nei pianerottoli, mentre adesso l’abbondanza di mezzi di comunicazione fornisce tante alternative per scagliarsi contro qualcuno, magari lo stesso Amadeus, la direttrice d’orchestra che vuole essere chiamata direttore, Achille Lauro, Matilda De Angelis e magari anche Selvaggia Lucarelli e chiunque altro in qualche modo si sia trovato, nolente ma molto più spesso volente, in traiettoria rivierasca.

Abbiamo ansia di comunicare, siamo italiani ciarlieri, alla fin fine tutte le diatribe si risolvono quasi sempre a tarallucci e la nostra “genialità” e arte di arrangiarci riescono a mettere una pezza a tutto, forse ancora una volta si tratta di questo.

No.

Non è esattamente così e proprio in queste criminali semplificazioni si annida la polpetta avvelenata che lungi dall’ucciderci sul colpo, ci intossica lentamente consentendoci però questa vita da polli d’allevamento, pronti alle “comode rate”, alle inutili continue elezioni politiche, alla genuflessione davanti alla grande distribuzione: chi si ricorda “la casa degli italiani”?

Siamo stati sensibilissimi quarant’anni fa alla parolaccina di Zavattini come ieri alla tettina di Annalisa Scarrone, ma siamo anestetizzati davanti ad una bolletta della luce che a fronte di un consumo effettivo di 30 euro te ne fa pagare 100, perché l’informazione continua a pilotare l’attenzione soprattutto sull’inutile e l’effimero.

Qualcuno, tempo fa, ebbe ad affermare che il problema dell’italiano sia che “tiene famiglia” ed un po’ è così: non è facile riuscire a dichiarare pubblicamente e con forza che certe cose viste e sentite in quel di Sanremo siano un insulto principalmente all’intelligenza, e successivamente alla musica (nonchè allo spettacolo in generale, allo studio, alla cultura, alla professionalità ed all’onestà intellettuale). Ed infatti si è sentito poco.

Adesso, a bocce ferme, appare in tutta evidenza un ulteriore segnale del vuoto pneumatico che ci ha afflitto per un ridente mesetto, distraendoci momentaneamente da problemi di spessore un po’ più significativo come ad esempio la stravagante gestione della pandemia e la conseguente agonia di alcuni settori come il teatro e la musica dal vivo, per per non parlare poi della ristorazione, delle palestre e del settore alberghiero: di tutto lo scalmazzo intorno al più importante evento musicale televisivo dell’anno 2021 non c’è più traccia.

Perché non constatare però che invece, degli eventi consumatisi in televisione e in radio in periodi più lontani si ha tuttora un ricordo vivido?

Per l’appunto la parolaccia di Zavattini, le facezie di “Alto Gradimento” e “L’altra domenica”, il bacio di Benigni e Olimpia Carlisi, le partecipazioni di Vasco, Zucchero, dei Pooh con Dee Dee Bridgewater sono parte integrante della storia dello spettacolo; ciò che si è visto negli ultimi  lustri si è meritoriamente dimenticato in fretta perché era il nulla, però colpevolmente gonfiato ad arte.

In compenso, a cadenza annuale, si assiste a sfilacciati tentativi di imitare qualche storica performance del passato, tipo Rino Gaetano o Anna Oxa del 1978, tentativi che godono di un effimero riscontro che dura lo spazio di una settimana o poco più: ci siamo scaldati per niente ancora una volta, e se vogliamo ascoltare il rock ci sono sempre i classici, i Deep Purple ad esempio.

Ai tempi di Pippo Baudo c’era un programma che si chiamava “Sanremo Top”, naturalmente da lui ideato, che confrontava i cantanti primi nella classifica sanremese con quelli che effettivamente, dopo un paio di mesi, risultavano vincitori nelle vendite e impazzavano ovunque; attualmente dopo due mesi si fa fatica a ricordare più di tre o quattro partecipanti.

Non è giusto monopolizzare tutta l’informazione generalista con la promozione di un carrozzone stantio, vuoto, asfittico e la cui esistenza in vita in queste condizioni di accanimento terapeutico conviene solo a pochissimi, oltre alla Rai naturalmente che, con gli introiti di Sanremo, almeno evita di dover vendere l’argenteria, finchè qualcuno ci casca.

La tettina di Patsy Kensit, pur datata 1986, è ancora espressiva, arzilla e vivida nel ricordo degli spettatori e surclassa quella già citata di Annalisa, peraltro forse meritoria anch’essa ma sfortunata, oramai caduta nell’oblio.

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