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sabato, Maggio 8, 2021

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Maratona Maradona

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Oggi pomeriggio stavo lavorando a un video quando il montatore si è alzato visibilmente commosso. Nel video non c’era nulla di commovente neanche a immaginarlo, così mi sono accorto che era successo qualcosa di importante. Uno sguardo su facebook e vedo decine di post con la notizia secca: “Maradona è morto”. I commenti arrivano dopo.

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Per qualche minuto facebook si trasforma nella prima pagina di un giornale, anzi di mille giornali però tutti con lo stesso identico titolo. Poi scoppia la gara della foto da postare, scaricate da Google immagini. Non c’è più nulla da scrivere o da commentare.

“Maradona è più forte e… facebook”.

Per la prima volta in Italia il social diventa monotematico. Vado sulla pagina di Vesuvio Live, una tv locale e in diretta assisto a un assembramento incredibile nei quartieri spagnoli. Centinaia di persone si riversano in strada sotto un gigantesco murales del pibe de oro, chi con una candela in mano, chi no. Sono tutti ammassati gomito a gomito per celebrare un mito. Il pericolo da contagio può aspettare e mettersi in seconda fila, perché oggi e domani per tutti i napoletani del mondo è lutto nazionale. Il sindaco De Magistris lo annuncia e propone di titolare lo stadio a Diego. Un santo come san Paolo può mettersi in coda anche lui, del resto il Papa ha già annunciato una preghiera per il pibe de oro.

La maratona Maradona si espande a tutti i tg. In particolare SkyTg24 con le sue edizioni ripetute e ravvicinate, riesce a intervistare l’ex presidente del Napoli Corrado Ferlaino e Julio Velasco, argentino ex Ct della nazionale di pallavolo. Ne viene fuori un omaggio da eroe nazionale, anzi da eroe di tutti i popoli del sud, come dice Velasco. Il commentatore del tg conferma, “eroe e simbolo del riscatto di tutto il mezzogiorno”.

Tutti questi episodi ci confermano che viviamo da tempo nell’era dell’onnipotenza e della mitomania che fa si che il giocatore di calcio più importante nella storia di questo sport si trasformi in una sorta di divinità popolare.

Ora i meriti di questo fenomeno calcistico e del suo straordinario e unico talento sono noti anche a chi non ama il calcio, per cui non può esserci fischio di inizio a nessun equivoco. Ho visto Maradona palleggiare persino con le arance e le palline da ping pong e fare gol da centrocampo come nessun altro al mondo.

Resta il fatto però che a Napoli c’è stato per soli sette anni, facendo vincere alla squadra due scudetti e rilanciando l’immagine della città nel mondo, oltretutto affranta dopo il terremoto del 1980 che causò nell’Irpinia e nella Campania centrale 280mila sfollati, 8848 feriti e 2914 deceduti. Così, in soli sette anni, Maradona involontariamente “ha oscurato” altri miti e simboli napoletani come Edoardo De Filippo, Totò, Sophia Loren, Massimo Troisi e Pino Daniele, tutti figli legittimi del cosiddetto “oro di Napoli”. Non ricordo alla loro scomparsa una partecipazione popolare di stampo quasi religioso come invece sta avvenendo ora per Maradona. E questo fa riflettere.

Dunque, dietro e dentro al mito Maradona c’è qualcosa in più che però non è così scontato da analizzare. Diego era figlio di un operaio, di una famiglia tipicamente proletaria, tuttavia quando arrivò a Napoli era già una star internazionale, non è certo sceso dal treno con la valigia di cartone come un emigrante del sud. Era conteso da tutti i club calcistici più ricchi al mondo, ma lui scelse Napoli perché sapeva benissimo che la città l’avrebbe accolto come un re, e così fu.

Logico, comprensibile e normale che ora nel giorno della sua scomparsa, Napoli lo omaggi con straordinaria devozione. Il suo mito resta indenne persino nelle sue oscure vicende extra calcistiche non propriamente da atleta: la cocaina, la frequentazione con esponenti della camorra, la vita notturna, i mancati allenamenti, le sue analisi sospette all’antidoping, l’evasione al fisco per decine di miliardi di lire, otto figli più tre avuti da due donne diverse a Cuba per un totale di undici, proprio come i giocatori di una squadra, le sue bizzarrie e i suoi eccessi da rock star. Una su tutte, la sua segreteria telefonica dove nel messaggio registrato diceva di essere Osama Bin Laden. E infine l’abbraccio a Cuba e a Fidel Castro (morto proprio nello stesso giorno e mese), dove si curò per tre mesi per disintossicarsi dalla droga.

Una vita spericolata da autentica rock star. Napoli e Buenos Aires si uniscono così per celebrare l’eroe dei due mondi del calcio, e lo fanno invadendo le strade e le piazze in piena pandemia da covid 19.

La fenomenologia di Maradona durerà a lungo, sarà una Maratona- Maradona infinita che sconfiggerà la narrazione della retorica di uso breve, tipica di questa epoca frettolosa, distratta ma inguaribilmente mitomane. Nel film di Kusturica, che stasera mandano in onda contemporaneamente tre reti televisive, Maradona dice : “Io ho sbagliato e ho pagato, ma il pallone non si macchia”.

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