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Voto Autore

Thelonious Monk è stato uno dei più grandi pianisti jazz di tutti i tempi, e recentemente è stato pubblicato il live inedito del 1968 a Palo Alto. Questa registrazione è stata definita dal figlio (batterista) Thelonious Sphere Monk III, “una delle migliori registrazioni dal vivo che abbia mai sentito da Thelonious”.
.

Thelonious Monk aveva poco più di cinquant’anni nel 1968 e si muoveva alla testa del suo robusto quartetto comprendente Charlie Rouse, Larry Gales, Ben Riley.

Il concerto parte in modo deciso con una bella versione di “Ruby, my dear” in cui sia il leader che i solisti chiariscono subito di essere in ottima forma e di aver voglia di suonare, nonostante quasi non si ricordassero di aver preso quest’impegno in un liceo, con un ragazzino di sedici anni, e avessero successivamente un’altra esibizione la sera stessa. La registrazione non è impeccabile ma è più che sufficiente per apprezzare anche l’interplay della band, le varietà espressive e timbriche, l’energia e lo swing sempre presenti.

La successiva “Well, you need’nt” è un brano che esprime la genialità compositiva di Monk da un altro punto di vista rispetto alla struggente liricità della celeberrima “’Round about midnight”. Si tratta una composizione originalissima che fa un uso spudorato dei cromatismi sia nella linea melodica che nelle armonie; il solo del leader oscilla tra il bonario maltrattamento del tema (suo) e scintille ritmiche ed armoniche che in realtà sono semplicemente sprigionate dal brano stesso: nessuno meglio del suo autore può essere in grado di estrapolare questi stimoli.

La versione in piano solo di “Don’t blame me” ci ricorda che cosa significhi essere un musicista unico, peraltro in un periodo in cui pare si sia proprio dimenticato cosa identifichi anche solo un buon musicista: Monk non era un pianista dal tocco accademico, il suo uso delle armonie era poco diplomatico, le dinamiche scaturivano direttamente dal suo mood del momento, notoriamente alquanto oscillante, tutto ciò determinava una totale estemporaneità di ogni sua esibizione, una sorta di “happening” vero e proprio, imprevedibile in quanto tale, capace di momenti di commovente lirismo alternati a crudeli “clusters” armonici proposti però con una logica ed una consequenzialità ferrei. Thelonious pretendeva di essere seguito e capito con assolute concentrazione e devozione nel suo furore creativo, non c’erano automatismi o scorciatoie, aspetto che lo rendeva ostico non solo ad una fetta di ascoltatori ma anche ad alcuni musicisti, che non si sentivano sempre a proprio agio ad essere da lui accompagnati.

Questo concerto del 27 ottobre 1968 a Palo Alto, organizzato da un giovanissimo Danny Sher, registrato da un bidello e conservato inedito per oltre cinquant’anni, fu a modo suo storico in quanto segnò una momentanea tregua nel conflitto razziale allora in atto, in tutto il paese ed anche tra Palo Alto e East Palo Alto, quest’ultima a maggioranza nera.

Altri brani che completano il concerto sono un’ispirata “Blue Monk” ed un’energica e creativa “Epistrophy”, per finire con il bis di “I love you sweetheart of all my dreams” per piano solo, in cui Thelonious ripesca le sue forti influenze “stride”.

Charlie Rouse, Larry Gales e Ben Riley in quel periodo erano forse al massimo della intesa musicale con il leader e fornivano l’esatto apporto creativo di cui la estrosità di Monk aveva bisogno.

Nello specifico di Palo Alto spiccano il solo di contrabbasso con l’arco all’unisono con la voce su “Well you need ‘nt”, tecnica già di Slam Stewart e poi di Major Holley, oltre alla scuro, essenziale e massiccio apporto presente in tutti i brani; la creatività sempre vivace di Ben Riley sia nell’accompagnamento che nei solos, ed in ultimo la grandezza di Charlie Rouse, tenorsassofonista di classe e sicuro fraseggio hard bop, sempre accompagnato da quel sanguigno blues feeling che colora e arricchisce di calore e groove le sue esecuzioni sia improvvisative che dei temi.

Nel complesso una registrazione molto interessante, sicuramente emozionante e ricca di spunti di riflessione, non ultimo il rimpianto per quanta arte Monk non abbia potuto esprimere per via del suo stato mentale, che infatti negli anni successivi a questo concerto lo portò ad un progressivo e poi totale abbandono precoce dalle scene.

Thelonious Monk

Tracklist “Thelonious Monk  – Live in Palo Alto”:

  1. Ruby, My Dear
  2. Beh, non è necessario
  3. Don’t Blame Me
  4. Blue Monk
  5. Epistrophy
  6. I Love You Sweetheart of All My Dreams

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