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giovedì, Settembre 24, 2020

Marina Rei: “Per essere felici”, un grande ritorno con classe – RECENSIONE

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PANDEMIA DEL PERCORSO

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Dal percorso della pandemia alla pandemia del percorso. Il termine percorso è sulla bocca di tutti. Lo usano tutti sempre, ovunque, persino in modo compulsivo. Non si capisce l’origine di questo strano fenomeno lessicale.

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Come è nato? Come si è propagato? Perché colpisce tutti indistintamente?

Sembra che stiamo parlando di un virus invece è solo una parola, non un semplice termine di moda ma una vera e propria parola d’ordine, una chiave di accesso per ogni comunicato, annuncio, riflessione o discorso. Potrebbe essere un non problema, dato che l’uso di questa parola non è nocivo in sé, ma rappresenta ormai il simbolo dell’omologazione. Se non dici “percorso” non sei trend, non stai al passo coi tempi, sei “out” come direbbe Briatore.

Nei discorsi ufficiali sull’apertura della scuola, fatti ieri da Mattarella, Conte e la ministra Azzolina il termine “percorso” è stato ripetuto più volte. Sembrava di assistere alle confessioni dei tutor e dei concorrenti di X Factor, laddove il termine “percorso” è talmente obbligatorio da far sospettare che il suo utilizzo sia inserito nei loro obblighi contrattuali. Il termine ormai è pandemico e colpisce tutti.

Domenica scorsa ero a Parma per uno stage presso una scuola musicale. Ho tenuto un corso a una giovane band musicale che sta partecipando a un concorso finanziato dalla Regione Emila Romagna. Una cosa fatta bene, non la solita gara canora dove si vince una targa da 10 euro con il logo di una pizzeria come sponsor. A un certo punto analizzo i testi dei loro inediti e al frontman faccio un po’ di domande a proposito di scrittura, tematiche, ispirazioni, narrazione di una storia.

Il frontman che è un ragazzo intelligente, istruito al punto da insegnare in una scuola, mi risponde infilando almeno 4 volte il termine percorso. Approfitto per fargli notare come questa parola di uso comune sia diventata in pochi anni una autentica ossessione.
Dovresti scrivere un tormentone sul tormentone – gli dico – un testo dove il protagonista sia il percorso”.

Così mi sono immaginato di raffigurare sto benedetto “percorso”. Il soggetto è talmente esaurito e stanco che a dispetto del suo significato si ferma, anzi crolla a terra esausto. Decide di fermarsi, perché il percorso è finito. Non si va avanti né indietro, semplicemente si sta fermi, in silenzio.

Potrebbe essere un inedito da presentare a un talent show ma c’è un problema.
Stranamente a dispetto della sua notorietà, l’uso di questo sostantivo non ha ancora sfondato nella canzone, eppure ha facilità di essere connesso a una rima come discorso-rimorso-trascorso. Ha un significato importante come i suoi sinonimi: rotta, itinerario, direzione, via.

Pur non avendo un’origine anglofona, il percorso in inglese: path, way, course, è utilizzato tantissimo nelle canzoni rock e pop dagli anni cinquanta a oggi. Dunque anziché sentire “percorso” dalla Azzolina, Conte, Manuel Agnelli, De Filippi, Gruber, Giletti e D’Urso, perché non sentirla in un tormentone definitivo che potrebbe sancire la fine del “percorso” stesso?

Rivolgo un appello a Gabbani che potrebbe essere l’interprete adatto. Dacci sto’ tormentone e che diventi così ossessivo che possa far scaturire una reazione contraria per decretare così la sua fine. Un tormentone come vaccino anti pandemico. Gabbani facci sognare.

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