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domenica, Settembre 20, 2020

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LA MUSICA DI IERI E DI OGGI SENZA UN DOMANI

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Stiamo vivendo una lacerazione senza precedenti tra due generazioni: quella degli anziani e quella dei giovanissimi. Almeno nella musica non si è mai vista nel nostro Paese, una distanza così profonda. Mondi lontanissimi direbbe Franco Battiato.

Per capirci meglio facciamo un passo indietro di qualche decennio.

Le generazioni degli anni sessanta, settanta hanno vissuto parecchi conflitti culturali con le generazioni dei loro padri, ma dei punti di incontro tra loro esistevano. Qualche esempio. I Beatles piacevano a tutti. “Eleanor Rigby” ad esempio era considerata una canzone pop ma con un arrangiamento da musica classica.

Anche gruppi dichiaratamente rock come i Deep Purple registravano album con autentiche orchestre sinfoniche, per non parlare di artisti e band di musica prog che strizzavano l’occhio alla cosiddetta musica colta, dalla classica al jazz. Quindi aldilà delle differenze estetiche o stilistiche, la distanza tra le due generazioni non era certo incolmabile.

Così accadeva anche per altre arti, quali la letteratura o il cinema ad esempio. Il tutto accadeva anche perché allora, gli strumenti della diffusione culturale erano identici. Prodotti fisici per intenderci e non virtuali o artificiali. Quindi i dischi e i libri, nelle case e nelle famiglie, passavano di mano.

Non c’erano i video registratori né supporti di memoria digitale, per cui i film si vedevano solo al cinema e qualche volta in tv, ma per poterli apprezzare compiutamente si era costretti a vederli più volte. La memoria era nostra, chiusa nel nostro cervello.

Ai concerti si andava senza macchine fotografiche (era concesso solo ai fotografi professionisti) per cui ciò che si ascoltava e si vedeva veniva immagazzinata dentro di noi e non era riproducibile attraverso nessun supporto meccanico.

Insomma… tutto il contrario di oggi dove “il ricordo” può essere registrato e riprodotto all’infinito grazie ai mezzi tecnologici che usiamo ogni giorno.

Con la rivoluzione digitale il nostro archivio audio e visivo è divenuto lo smartphone, così è cambiata del tutto anche la produzione creativa, la comunicazione e la stessa fruizione della cosiddetta opera di ingegno.

Ai giovani oggi non interessa il passato per il semplice fatto che il passato non gli appartiene. Vivono il presente e basta. Analizzano la realtà con gli occhi del quotidiano a differenza degli anziani che sono costretti a fare il confronto con il passato perché l’hanno vissuto e molto spesso neanche digerito.

Un esempio concreto dell’azione giovanile attuale è instragram. Oggi posto una cosa, domani un’altra che non ha nessun legame con la precedente.

I ragazzi segmentano, mettono in fila contenuti diversi molto spesso senza nessuna connessione tra loro. Usano un lessico composto da 600 parole, quando solo sei, sette, otto anni prima ne usavano diecimila almeno. Inoltre comunicano più per immagini: icone, segni, emoticon, simboli, tatuaggi e addirittura loghi e brand. Tutta una cultura da consumo usa e getta, pezzi e modelli ricambiabili come fossero smartphone.

E’ interessante analizzare sotto questo aspetto, i testi delle canzoni trap. Fateci caso, non c’è più la storia, non c’è un inizio, né una fine. Non esiste la sceneggiatura. Ci sono solo frammenti di immagini disconnesse tra loro. Non c’è nemmeno più la melodia, nel senso classico del termine. Nemmeno la stesura della “canzone” esiste. Si parte subito con il ritornello e quello rimane.

La classica stesura intro-strofa-ritornello-strofa-ritornello-assolo-ritornello ad libitum con salto di tonalità non esiste più. C’è un ritmo di base, un cantato/parlato che funge da “ritornello” se ancora si può chiamare così, e fine. Una rivoluzione produttiva e culturale che deriva esclusivamente dall’uso quotidiano che i mezzi di produzione e di comunicazione attuali impongono.

A questo punto l’anziano insorge e si incazza esattamente come certi anziani di alcune decenni fa si tappavano le orecchie quando i loro figli da adolescenti ascoltavano il rock o i pezzi beat che duravano appena tre minuti.

Ma qui il problema è ben più vasto. Non si tratta di meglio o peggio. Non possiamo nemmeno mettere a confronto le musiche di ieri con quella di oggi, talmente sono distanti e completamente differenti. Non ce ne rendiamo ancora conto ma lo tzunami culturale avvenuto e ancora in atto, è stato ed è tutt’ora devastante.

O ne prendiamo atto e ci facciamo i conti oppure il gap generazionale durerà una vita.

Vedremo ancora la musica in tv come esercizio di memoria del passato (i grandi maestri, i cantautori, il revival, i bei tempi che furono con le inevitabili nostalgie a ritmo ripetuto di cover) e dall’altra parte clip e immagini sui nostri dispositivi mobili che esprimono l’aridità di scrittura e fantasia sintetica attuale.

Forse avvicinare questi mondi lontanissimi è ancora possibile a patto che lo sforzo debba essere comune e da ambo le parti. Sta agli anziani capire le trasformazioni del linguaggio avvenute e sforzarsi di comprenderle e ai giovanissimi mettersi a studiare un po’ di storia, tanto youtube lo consente facilmente e persino gratuitamente.

Smettiamola quindi di fare stò Giudizio Universale sui social tra giovani e vecchi, tra buoni e cattivi, tra colti e ignoranti digitali, perché se si applicasse questo schema di incomprensione su tutto, ad esempio anche nella politica, saremmo nei guai per altri decenni. E sarebbero cazz* amari dato che il futuro pare non interessi a nessuno purtroppo.

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