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Ernesto Bassignano: “Il mestiere di vivere” racconta di lotta e di speranze disilluse – INTERVISTA

Ernesto Bassignano, uscito con l'album "Il mestiere di vivere", autodefinisce la sua musica dedicata ad una nicchia di fruitori

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Ernesto Bassignano
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Ernesto Bassignano, nel corso dello scambio di battute, autodefinisce la sua musica – e quella di chi fa il suo mestiere – dedicata ad una nicchia di fruitori. Io aggiungo… purtroppo!

Utilizzo poche righe ufficiali per inquadrare il personaggio:

Ernesto Bassignano è un vero e proprio monumento della canzone d’autore e di impegno civile in Italia. Uno che di storie ne ha da raccontare: dal gruppo di Teatro Politico di Strada con Gian Maria Volontè al Folkstudio (era uno dei “quattro ragazzi con la chitarra e un pianoforte sulla spalla” insieme ad Antonello Venditti, Francesco De Gregori e Giorgio Lo Cascio), dall’attività di produttore discografico durante la quale ha scoperto e lanciato Sergio Caputo, Grazie De Michele e vari altri a quella di critico musicale per Paese Sera e Gr1, sino alla conduzione su Radio Rai del mitico “Ho perso il trend”.”

Il disco che propone Ernesto Bassignano, consta di nove capitoli che lasciano il segno.

“Bax” arriva da lontano, un pò giornalista, un pò musicista, un pò piemontese… un pò romano.

La sua è una vita incentrata sull’impegno civile, sulla politica, sulla condivisione di ideali, e questo suo nuovo, nono lavoro, diventa l’occasione per guardare al passato e tirare qualche conclusione, drammatica, provando a guardare al futuro a cui ci si rivolge sempre con speranza, ma le premesse non possono alimentare alcuna facile euforia.

Sono nove quadretti che, ascoltati in modo attivo, portano un certo dolore, sicuramente malinconia, situazioni che derivano dalla certezza che le strade imboccate rappresentino una deriva poco piacevole.

ernesto bassignano
La foto di copertina e quelle del booklet sono dell’archivio dell’Istituto storico della Resistenza di Cuneo

RECENSIONE ALBUM “Il mestiere di vivere” – Ernesto Bassignano

Si parte da “Amiamoci di più” – ben raccontato nel video a seguire -, dove “… l’autore sogna di poter essere ancora protagonista della rivolta dei cuori semplici, di quei sessantottardi illusi, un po’ artisti e un po’ politici, che volevano cambiare il mondo e oggi, battuti ma mai domi, cercano nuovi slogan, nuove parole d’ordine”.

A seguire “Commesso viaggiatore”, un poeta occasionale, immerso nella solitudine cittadina, che sopravvive sognando e immaginando scenari fantastici.

Gli occhi di mio figlio” è un brano acustico e intimistico dedicato al figlio e a tutti i suoi coetanei, un popolo che culla il culto dell’apparenza, con lo sguardo diretto verso un futuro che, però, non ha idea di come vada affrontato.

Il mestiere di vivere” dà nome all’album ed è il classico bilancio di vita, un confrontarsi con il passato facendo opera di ripasso e constatando che, nonostante tutto, resta la forza per “fare la rivoluzione”.

Ne “Il giullare verticale”, entra in scena una costante nel percorso di Bax, quel Davide Riondino che “recita” in una traccia a sé, tra jazz e musica d’avanguardia: colpo ad effetto!

Non manca l’omaggio a Jannacci e ai protagonisti del milanese Derby Club: “La vita l’è quela che l’è” ci ricorda un altro settore ormai scomparso, quello del cabaret.

Seguendo la logica dei “punti di estrema resistenza” arriviamo a “Quella notte che”, pezzo dedicato ai terremotati del centro Italia, capaci di dimostrare doti quasi innaturali usate per la protezione delle radici natie e del proprio patrimonio artistico, nella speranza di un rapido ritorno alla normalità.

Non poteva mancare una picture dedicata al ruolo dell’artista – “Gli artisti” – figura spesso incompresa, maledetta, nascosta nell’angolo più recondito da cui emerge con sprazzi di genialità, quella forza/pazzia creativa a cui è delegata la piena rappresentatività della propria immagine, del proprio credo, delle proprie idee.

A chiusura dell’album “Un paese vuol dire”, le parole di Cesare Pavese per raccontare non solo la terra piemontese ma un intero paese, carico di ricordi e contraddizioni, che pare aver perduto la retta via, incapace di trovare coerenza tra i buoni principi e le azioni conseguenti.

Il parallelismo con Pavese è uno dei leitmotiv del progetto e il titolo riporta ai diari scritti dallo scrittore piemontese tra il 1935 e il 1950. Esiste un fil rouge tra il cantautore romano/piemontese e uno dei capisaldi della nostra letteratura? E’ lo stesso Bax che risponde alla domanda nelle righe a seguire.

Dal punto di vista strettamente musicale appare centrale il ruolo della chitarra, strumento principe per il racconto personale e parte del corpo del cantautore di razza, ma l’intervento dei giovani e talentuosi arrangiatori Edoardo Petretti e Stefano Ciuffi permettono di godere di momenti jazzistici e divagazioni tematiche legate all’utilizzo di piano e violoncello, contrabbasso e fiati, evidenziando in ogni caso la parte ritmica.

Un grande album, capace di toccare nel profondo chi ha vissuto i momenti del cambiamento reale, attimi che trovano sollecitazione della memoria, tra tristezza infinita e necessità di non mollare mai, con la certezza che il mestiere di vivere, spesso, voglia dire sopravvivere… mentre il tempo scorre, il tempo, quello che prende e a volte dà…

ernesto bassignano
Retrocopertina del disco di Riccardo Mannelli

Leggiamo il pensiero di Ernesto Bassignano… molto più del racconto dell’album!

INTERVISTA – ERNESTO BASSIGNANO

Abbinare il tuo nome – e quindi la tua storia – al titolo del nuovo album, porta immediatamente a immaginare un bilancio di vita, o meglio, a una valutazione del presente rispetto a ciò che è stato, non molto tempo fa: che cosa racconti esattamente ne “Il mestiere di vivere”?

Racconto i giorni difficili che stiamo vivendo. Racconto la nostalgia di anni di cultura alternativa, di lotta, di speranze disilluse. Al contempo però non scrivo da battuto e stanco, scrivo e compongo per una lucida speranza di rivalsa, di ripresa, di ritorno alla terra in un’epoca fredda, cattiva e tecnologica a tutti i costi. Il mio non è anelito da revanchista, ma certo una ricerca spasmodica e inesausta di una speranza per uomini e donne che credono e si impegnano nonostante tutto.

E’ corretto definirlo un album concettuale?

Certo che sì. Un lavoro nato e sviluppato di getto con giusti amici, con l’ispirazione giusta, forte e sincera, nel tentativo di rimetter fuori la testa e di farsi ascoltare tramite messaggi sereni, correlati di buona musica dal vivo, quella che si faceva una volta…

Bassignano e Pavese: possibile sintetizzare una “corrispondenza di amorosi sensi” ideologica durata tutta una vita?

Chissà… forse un pò di corrispondenza geografica, molta politica, intensità di visioni e sentimenti… solo che lui, con la sua sensibilità, non ha retto, mentre io non ho mollato mai e non intendo farlo fino a che vivrò. Credo ancora e sempre nell’uomo e nella sua capacità di redenzione.

Tra i tanti temi affrontati nel tuo disco ce n’è uno che in questo momento, personalmente, metto davanti agli altri, e cioè lo smarrimento dei nostri figli, intrappolati nella falsa felicità tecnologica, ma quasi sempre con lo sguardo rivolto verso l’ignoto e privi di certezze: quale potrebbe essere un possibile elemento correttivo?

Penso che la piccola e tostissima Greta lo abbia abbondantemente fornito ai suoi coetanei… morte le ideologie, la natura e la lotta per la sua sopravvivenza è rimasta un tema fondamentale, non solo ideale ma anche economico, visto che potrebbe sviluppare il nuovo mondo del lavoro.

Pare che i giovani, prima di capire, debbano necessariamente sbagliare mille volte: può aiutare la musica – nel momento attuale – nella riflessione rispetto ai problemi sociali, così come avveniva negli anni ’70 con quelli più strettamente politici?

Può certamente, anche se quella che interessa a me, e cioè la musica d’autore, è confinata in una nicchia sempre più ristretta. Quella che interessa la maggior parte dei giovani non ha più radici di terra e melodrammatiche nazionali… è solo ritmo e divertimento, solo buona per sottofondi o sballi… peccato: da una parte si inneggia ai miti – Modugno, De Andrè, De Gregori, Gaber, Bindi, Jannacci, Conte e Gaetano -, dall’altra si festeggia il primo maggio con rapper e trapper… Mah!

A proposito del ruolo di cantautore, il significato attribuito un tempo è ormai superato, e ora appare più come una definizione tecnica (colui che crea e interpreta): come spiegheresti il ruolo nel 2019?

Ahiiii! Tutti cantautori e tutte cantautrici oramai! E così il significato diede al termine il vecchio amico Micocci si è perso definitivamente. L’autore non c’è più, i ruoli non esistono, c’è solo il bisogno di fare in fretta con mille scorciatoie fatte da anelli al naso, fumi, idee manageriali, furbate di ogni sorta da talent o Sanremo… non ci sono né soldi né teatri, né occasioni…

Come definiresti l’album dal punto di vista meramente musicale?

Una grande ballata per complici d’autore, un poetastro civile e grandi musici che lo assecondano, sino a formare un unicum di belle intenzioni, magari un pò fuori dal tempo ma ispirate, liriche a volte ironiche e altre incazzatelle… un recital del tempo che fu, tipo Derby Club o Folkstudio.

So che hai collaborato con artisti giovani: mi descrivi il tuo team al lavoro, Riondino compreso?

Riondino è mio amico e complice da mezzo secolo, e cerco di coinvolgerlo sempre; Petretti e Ciuffi, i miei due giovani e talentuosi arrangiatori sono stati, orami da qualche anno, la spinta giusta per ricominciare alla grande con tanta bella musica dal vivo e un fil di jazz nelle dita.

In te convivono almeno due anime, frutto delle tue origini e storie di vita: ne “Il mestiere di vivere” c’è più la laboriosità e la discrezione/diffidenza piemontese o il sarcasmo realistico tipico dei romani?

Molto Piemonte per colori, tradizioni intense e tristanzuole, ma molta Roma per cattiveria, cinismo, satira e cazzeggio… chissà, forse un connubio tra il giornalista e il conduttore radiofonico che fui, miscela che si ritrova oggi nei miei nuovi dischi.

Come si può avere il tuo album?

Occorre scrivere alla mail e.bassignano@tiscali.it, visto che per ora è fruibile, ovunque, in digitale, mentre fisicamente è ancora solo… un girino in mezzo al mare, come tutti i miei dischi… sono uno da riviste da collezionisti!

Hai programmato momenti di pubblicizzazione del disco (concerti e presentazioni)?

Alcune presentazioni sono state fatte e altre sono in corso. Prendo impegni personalmente, senza manageriato. Vado dove mi va e al prezzo che trovo conveniente. Sono un giornalista che canta e un intellettuale che suona (così mi definiscono per pagarmi il meno possibile!). Comunque gironzolo abbastanza, qualche volta è un teatro, altre una piazza, altre ancora un chiosco o un circolo culturale: sono o no un cantautor d’autore sperduto in un mondo digitale?

Ma alla fine… ce la possiamo ancora fare a rialzare la testa?

Ci si deve provare. Non mollare mai… è… il mestiere di vivere!

ernesto bassignano

 

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