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giovedì, Novembre 30, 2023

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Il vetusto vizio delle pagelle canore

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Quando andavamo a scuola odiavamo le pagelle, buone o cattive che fossero. Sudavamo freddo da bambini e da adolescenti. Ricordo ancora la fila davanti alle bacheche quando venivano esposte pubblicamente e poi a casa dopo averle consegnate ai genitori c’era il secondo confronto istituzionale, dopo la scuola, la famiglia.

Poi cresciuti ci siamo presi la rivincita e adesso le diamo noi alle canzoni di Sanremo.

Io non l’ho mai fatto e mai lo farò, perché pur avendo una buona competenza musicale da ex discografico, musicista, autore e scrittore, non me la sento proprio di mascherarmi in “professore” o “maestro” prendendomi la briga di dar voti a chicchessia, tantomeno ai cantanti.

Le pagelle le devono dare i professori veri , gente come Mogol o Morricone, non i supplenti dei social.
Ma l’ esercizio delle pagelle, delle commissioni di ascolto private, di redazioni, giornalisti, pubblicisti e blogger è ormai diventata una pratica comune.

A cosa servono le pagelle? A nulla!

Il pubblico sceglie da solo senza condizionamenti poiché il gusto o il piacere sono cose assolutamente personali. Un tempo la critica aveva la funzione di condizionare le scelte della gente. Oggi non più, quindi perché mascherarsi da tutor, da giudici, da critici avendo la pretesa di essere ancora negli anni sessanta, settanta o ottanta? Francamente non si capisce la ragione.

Persino il critico più “agguerrito” d’Italia, Michele Monina è cascato nel tranello delle pagelle. Le fa simpaticamente anche con sua figlia per un confronto generazionale e questa è persino una buona idea, almeno divertente. Ma se facciamo la lista delle pagelle sul web, ne troviamo molte fatte da persone che con la musica o la canzone c’entrano come la pizza coi fichi.

Dunque se la pratica delle pagelle la fanno tutti, perché continuare a farla? Per svilirla? Per esercizio onanista? Per promuove una presunta competenza? Crediamo ancora che le migliaia di pagelle professionali o dilettantesche servano ancora a condizionare le classifiche? Ho sentito persino pagelle dagli speaker radiofonici.

Crediamo ancora che un ragazzino costringa i genitori a comprare il tal cd del tal cantante perché uno o una in radio ha dato un 7 o un 5+ a una canzone di Sanremo? Suvvia… Ridicolo. Sono chiacchiere da bar sport, dove tutti davanti a una caffè si sentono Allegri o Mourinho. Astenersi da scrivere pagelle è una sana dieta, che lascia lo spazio finalmente a chi le pagelle le sa dare per acquisita professionalità nel fare musica, produrla, scriverla.

La funzione del critico musicale poi si può esercitare in miglior modo. Le recensioni dei dischi hanno ancora un valore perché non si limitano a un voto ma a un piccolo racconto spesso informativo, non promozionale. Poi ci sono le storie, le biografie, le identità degli artisti, insomma tanta roba oltre al voto che lascia il tempo che trova.

Cerchiamo di uscire dal virus del televoto, da questa epidemia da giurati improvvisati che per chi si presenta davanti a un microfono non serve affatto, come non serve a chi la musica l’ascolta e se la giudica da sola.
Amen.

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