Home Cult Music Led Zeppelin: cinquant’anni fa il primo album che ha rivoluzionato il rock

Led Zeppelin: cinquant’anni fa il primo album che ha rivoluzionato il rock

Il 12 gennaio del 1969 usciva negli Stati Uniti il primo album omonimo dei Led Zeppelin, album che segnava l'epoca e la storia del rock

615
0
SHARE
Photo by Michael Putland/Getty Images
Voto Utenti
[Total: 1 Average: 5]

Il 12 gennaio del 1969 usciva negli Stati Uniti (il 31 marzo dello stesso anno nel Regno Unito) il primo album omonimo dei Led Zeppelin, album che segnava l’epoca e la storia del rock, nonchè la fine della cultura hippie.

La band (Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e John Bonham), nata dalle ceneri degli Yardbirds.
Jimmy Page scelse il nome LED ZEPPELIN ispirandosi a delle parole dette da due degli WHO (Keith Moon e John Entwistle), che in un momento di stanca con la loro band avevano detto che avrebbero voluto mettere su un nuovo progetto  che si sarebbe potuto chiamare “Lead Zeppelin” (Zeppelin di piombo), “perché tanto non avrà nessun successo“.

Led Zeppelin

Prima di pubblicare l’album d’esordio, Robert Plant & Co si esibirono in indimenticabili show negli States, suonando dei classici blues e brani del repertorio degli Yardbirds.

Il pubblicò rispose talmente positivamente alla nascita di questa  nuova band che fioccarono le prenotazioni (50 mila copie) per l’album ancora in lavorazione. Era l’autunno del ’68. Il disco fu registrato in pochi giorni e con poco budget (1750 sterline). Furono tre giorni di fuoco quelli agli Olympic Studios di Barnes, in cui piano piano l’alchimia e la magia diede i natali ad un album che è ora una perla miliare del rock di tutti i tempi.

E se l’album è diventato un pezzo di storia, la copertina (così come il nome della band e titolo dell’album) non fu da meno. La band scelse l’immagine del dirigibile in fiamme che cercava di attraccare al pilone di ormeggio della stazione aeronavale di Lakehurst, nel New Jersey.
L’immagine e il nome non piacque per nulla a Eva von Zeppelin, nipote del conte von Zeppelin, che minacciò di querelare la band per uso illegale del nome di famiglia. Ma il successo esplosivo del fenomeno Led Zeppelin fu tale che fare causa a un gruppo così popolare sarebbe costato tantissimo in termini economici.

led zeppelin

L’album d’esordio della leggendaria band conteneva nella tracklist nove brani (tra cui 2 cover blues dal repertorio di Willie Dixon) che segnavano il passaggio tra il rock esteticamente accomodante degli anni ’60 a quello “ruvido” degli anni ’70.
Il sound del disco – che divenne lo stile di un intero genere –  era “sporco”, apollineo, forte, esaltante, delirante, orgiastico, sfrenato, senza compromessi e concessioni al fattore esteta, tutto costruito attorno al più genuino blues condito di folk, R&B e rock’n’roll prima maniera.

La traccia più importante del disco è senza dubbio Dazed and confused, la canzone più rappresentativa dei Led Zeppelin con un assolo di chitarra suonata con l’archetto, che in concerto, durante i live, poteva durare anche più di 30 minuti.

led zeppelin

Tracce Led Zeppelin

Lato A
  1. Good Times, Bad Times – 2:47 (Jimmy Page, John Paul Jones, John Bonham)
  2. Babe I’m Gonna Leave You – 6:41 (Anne Brendon, Jimmy Page, Robert Plant)
  3. You Shook Me – 6:27 (Willie Dixon, J. B. Lenoir)
  4. Dazed and Confused – 6:26 (Jake Holmes (non accreditato) – arrangiamento Jimmy Page)
Lato B
  1. Your Time Is Gonna Come – 4:34 (Jimmy Page, John Paul Jones)
  2. Black Mountain Side – 2:12 (Jimmy Page)
  3. Communication Breakdown – 2:29 (Jimmy Page, John Paul Jones, John Bonham)
  4. I Can’t Quit You Baby – 4:42 (Willie Dixon)
  5. How Many More Times – 8:28 (Jimmy Page, John Paul Jones, John Bonham)

led zeppelin

Il pubblico americano accolse con clamore l’album che, contrariamente alla critica forse ancora non pronta a questo tipo di sound, si mostrò davvero entusiasta di fronte a quello che con il tempo risultò una vera e propria rivoluzione rock.

Riportiamo di seguito la recensione del 15 marzo 1969 fatta dal Rolling Stone, a firma John Mendelsohn:

In quest’epoca, che arriva dopo il grande successo di musicisti blues britannici come i Cream e John Mayall, la formula più diffusa in Inghilterra sembra essere quella di aggiungere una sezione ritmica competente e un belloccio che canti a squarciagola imitando bene un nero a un ottimo chitarrista che sia diventato una divinità minore dopo aver lasciato gli Yardbirds e/o John Mayall. L’ultimo dei gruppi blues inglesi così concepiti ha poco da offrire rispetto a quanto il suo gemello, il Jeff Beck Group, non abbia già detto tre mesi fa altrettanto bene o meglio, e gli eccessi presenti sull’album Truth del gruppo di Beck (in particolare la sua autoindulgenza e limitatezza) sono pienamente in evidenza sull’album di debutto dei Led Zeppelin.

Jimmy Page, attorno al quale ruotano gli altri Zeppelin, è sicuramente un chitarrista blues straordinariamente competente e un esploratore delle possibilità elettroniche del suo strumento. Purtroppo, però, è anche un produttore molto limitato e un autore di canzoni deboli, prive di immaginazione, e l’album degli Zeppelin
soffre del fatto che sia lui ad averlo prodotto e ad averne scritto la maggior parte (da solo o in combinazione coi suoi complici nel gruppo).

L’album si apre con una serie di scambi tra chitarra e sezione
ritmica (nello stile di Shapes of Things di Jeff Beck in Good Times Bad Times, che avrebbe potuto essere perfetta come lato B degli Yardbirds). Qui, come in quasi tutto il resto del disco, è la chitarra di Page che procura i maggiori entusiasmi. Babe I’m Gonna Leave You si alterna tra gli ululati femminei di Robert Plant sopra una chitarra acustica e ritornelli insistenti con la band che segue una progressione di quattro accordi mentre John Bonham si abbatte sui suoi piatti a ogni battuta. Il brano è molto fiacco in alcune parti (in particolare i passaggi vocali), molto ridondante, e certamente non meritevole dei sei minuti e mezzo che gli Zeppelin gli concedono.

Due standard del blues di Willie Dixon, già troppo abusati, non
riescono ad essere rivitalizzati quando Page and Plant li usano come vetrine per mettersi in mostra. You Shook Me è il più interessante tra i due – alla fine di ogni verso la voce riverberata di Plant finisce in una piccola esplosione di chitarra fuzz-tone, con la quale duetta in una serie di grida stridule nel finale.

Il pezzo più rappresentativo dell’album è How Many More Times. C’è un’introduzione jazzata che lascia il posto a un potente (anche se monotono) sottofondo di chitarra per le urla sforzate e poco
convincenti di Plant (potrà essere affettato come Rod Stewart, ma non è in alcun caso altrettanto entusiasmante, soprattutto nei registri più alti). Un buon assolo di Page conduce poi la band in quella che sembra una versione al contrario di Beck’sBolero, composta da Page, quindi ad un breve frammento di The
Hunter di Albert King, e infine a una valanga di urla e tamburi.

Nella loro volontà di sprecare il loro notevole talento su del
materiale indegno, gli Zeppelin hanno realizzato un album che richiama tristemente alla mente Truth. Così come il gruppo
di Beck, sono anche bendisposti a fare di sé uno show di due soli musicisti (o, più precisamente, uno e mezzo). Probabilmente, se il loro obiettivo è contribuire a colmare il vuoto creato dalla fine dei Cream, dovranno impegnarsi a trovare un produttore (e un editor) e del materiale degno della loro attenzione collettiva”.

Commento su Faremusic.it