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Fabrizio De Andrè: storia di un idolatrato – Vent’anni dalla sua morte

Fabrizio De André è stato uno fra i più grandi cantautori italiani. La sua scomparsa prematura, ha lasciato un grande vuoto artistico e intellettuale

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di Renato de Rosa & Il Dero

Iniziamo con la premessa di rito: Fabrizio De André è stato uno fra i più grandi cantautori italiani. La sua scomparsa, purtroppo prematura, ha lasciato un grande vuoto artistico e intellettuale, ma ciò che la seguì dimostra una volta di più che, mentre il meglio ha orizzonti alquanto limitati, al peggio non c’è mai fine.

Molti ricorderanno che la morte di De André, avvenuta l’11 gennaio 1999, sollevò un’ondata di commozione straordinaria e, come spesso avviene in questi casi, rilanciò un fortissimo interesse per l’opera dell’artista. Nulla di sbagliato se non fosse che tale interesse, invece di limitarsi a una sana attività di valorizzazione, studio e diffusione dei suoi brani, fu tramutato in un qualcosa che aveva più il carattere della venerazione tribale.

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Nacque, in sostanza, un vero e proprio culto collettivo, un’idolatria costruita sui seguenti dogmi:

L’Onnipresenza (“nomina il nome di De André, anche invano”). Fabrizio De André doveva essere tirato in ballo sempre e comunque, in qualsiasi discussione di carattere musicale, intellettuale e artistico (e non solo). Citare i versi delle sue canzoni, pur se a sproposito, era considerato segno di vasta cultura e accolto con grande favore dagli interlocutori.

L’Infallibilità (“errare non è deandreiano”). Ogni opera di De André doveva essere considerata perfetta e ineguagliabile. Qualsiasi sforzo critico che risultasse anche solo lievemente lesivo di tale principio, andava represso con la massima durezza e pervicacia. Il Verbo andava tutelato in ogni sua forma ed espressione, che si trattasse del cantautorato d’antan di Storia di un impiegato o delle atmosfere mediterranee di Creuza de mä.

Non mancavano tuttavia gli eretici, rei di sostenere che, da un punto di vista strettamente musicale, l’opera del cantautore genovese avesse da offrire relativamente poco. A questi vaneggiamenti era d’uopo rispondere con un’argomentazione netta e drastica: “in una canzone la musica conta meno del testo” (se traslassimo tale principio in ambito lirico, dovremmo probabilmente buttare via tutto Puccini, ma tant’è).

L’Autonomia (“Lui è Colui che è”). Ogni accenno ai numerosi collaboratori di cui De André ebbe il merito e l’intelligenza di circondarsi; qualunque osservazione sulla sua abitudine a citare e rielaborare materiali poetici e musicali altrui; qualsivoglia azzardo riguardo agli artisti che lo influenzarono, dagli chansonnier francesi a Dylan – tutto ciò era fonte di irritazione e fastidio. Prendendo spunto dalla teologia medievale si asseriva che, essendo De André l’artista perfetto, e poiché la perfezione implica l’essere veri e reali di per se stessi, di conseguenza non era possibile che De André avesse tratto spunti, aiuti o ispirazioni dall’esterno. Tutto doveva essere farina del suo sacco, gli altri al massimo brillavano di luce riflessa.

La Supremazia (“non avrai altro artista all’infuori di Lui”). Questo, fra tutti, era forse il dogma più importante, benché facilmente riassumibile: Fabrizio De André era il più grande, eccelso e inarrivabile artista, pensatore, musicista, cantante e cantautore che fosse mai comparso sulla faccia del pianeta Terra (e dell’universo tutto) in qualsiasi arco spaziotemporale, comprese eventuali dimensioni parallele. Tutti gli altri non potevano che seguire da lontanissimo, anche perché dare loro troppa importanza avrebbe significato sminuire il Sommo. Tale principio valeva soprattutto per la concorrenza diretta, ovvero gli altri cantautori e cantanti italiani. I tentativi di dedicare interesse e attenzione a costoro, viventi o defunti che fossero, furono affossati nel silenzio collettivo. Se per caso, magari nel bel mezzo di una cena, ti veniva la malsana idea di uscirtene con una frase del tipo: “Sì, De André era bravo, ma io preferisco Battisti / De Gregori / Vasco…”, sulla tavola scendeva il gelo e gli astanti si peritavano di indirizzarti sguardi gelidi e ignorarti per il resto della serata.

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Nato negli ambienti della sinistra radicale, pacifista e dalle idee confuse ma rumorose, il culto si diffuse a macchia d’olio in ogni fascia sociale. Ed è qui che entrarono in gioco i politici: abituati a fiutare l’aria, si accorsero subito che il nome di De André era un ottimo cavallo da sfruttare per cercare approvazione e, soprattutto, voti. Cominciò così una serie ininterrotta di celebrazioni. Ovunque venivano indette iniziative, festival, dibattiti, tavole rotonde, serate, fiere, sagre, merende e spuntini di mezzanotte, tutti inevitabilmente incentrati sulla figura del Nume.

Nessuna città voleva rimanere indietro rispetto alle altre: si sviluppò così una vera e propria competizione nell’organizzare gli omaggi più sentiti e fastosi alla figura del cantautore. Dedicare circoli, strade, piazze, giardini, scuole, piscine e teatri a De André era ben più di un riconoscimento della sua importanza – era un atto dovuto.

In tutte queste occasioni non potevano ovviamente mancare i lunghi e strazianti discorsi di sindaci, presidenti di provincia, assessori alla cultura, consiglieri comunali, eccetera, discorsi che vertevano più o meno su questi tre argomenti: De André era unico e inimitabile, era stato il cantautore che li aveva accompagnati nella loro vita, poeti come lui non ce n’erano più.

In ambito musicale non c’era band o cantante che non inserisse nel suo repertorio qualche brano estratto dal Sacro Corpus. Chiaramente erano consentite solo esecuzioni che rispettassero l’ortodossia nell’arrangiamento e nell’interpretazione, mentre il lanciarsi in versioni appena un poco personali era passibile di denuncia per lesa maestà.

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Simile fu l’atteggiamento della televisione e del giornalismo musicale: l’unico artista degno di essere citato, reso protagonista di articoli, speciali e approfondimenti, tutti di tono inevitabilmente entusiastico, era De André. La sua vita venne ripercorsa in lungo e in largo con tutte le evangelizzazioni del caso: dove Gesù aveva il Golgota, Fabrizio vantava l’Hotel Supramonte, al discorso della montagna corrispondeva la Domenica delle Salme, e l’album La buona novella parlava di per sé.

Col radicarsi del Verbo, si intensificò anche l’attività di inquisizione e persecuzione delle eresie: particolare attenzione fu dedicata ai fan di Lucio Battisti. Il cantante di Poggio Bustone, avendo avuto la sgradevole idea di morire pochi mesi prima di De André, rappresentava infatti un pericolo naturale per la venerazione assoluta e totalitaria imposta dal culto, nonché un pericoloso catalizzatore di apostasie (è risaputo che si parte canticchiando Acqua azzurra, acqua chiara ma non si sa mai dove si finisce).
Per buona misura si fece ricorso ai vecchi slogan che andavano di moda nella sinistra degli anni ’70: le canzoni di Battisti parlavano solo di argomenti leggeri e quindi erano canzonette, e fra l’altro lui non si scriveva neppure i testi da solo e quindi non poteva essere considerato un artista.

Imposto ovunque il credo e organizzata una rigida attività di inquisizione, per circa quindici anni il culto dominò incontrastato sulla scia di una commozione che non accennava a spegnersi. Ma tutto ha una fine. E la ebbe anche questa curiosa forma di idolatria. Accadde infatti che il troppo, come sempre avviene, stroppiò: a forza di parlare solo di De André e di ascoltare solamente le sue canzoni, la ferrea presa del culto andò allentandosi e la passione tanto a lungo coltivata andò lentamente svanendo.

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Si cominciarono a riscoprire artisti magari meno impegnativi e profondi, ma proprio per questo più facili all’ascolto. Diminuirono gli articoli di giornale, calarono le trasmissioni televisive, le band cominciarono a modificare i propri repertori. Si iniziò insomma a cercare qualcosa di diverso.

Con l’indebolirsi dell’ortodossia ripresero vigore anche le voci critiche, più blande o più marcate che fossero: non fu più reato affermare, per esempio, che la parte strumentale della Canzone dell’amore perduto è presa di peso dal Concerto per Tromba in Re di Telemann, né che, salvo qualche sporadica eccezione, la dimensione musicale dell’opera di De André si colloca in un filone sostanzialmente tradizionale e manca quasi per intero di slanci di sperimentazione e innovazione (il che è una libera e rispettabile scelta artistica, l’importante è che anche l’ascoltatore possa esserne conscio).

Chi si prese terribili vendette furono proprio i battistiani a lungo perseguitati: mentre il culto andava declinando, l’attenzione per il loro beniamino cominciava a rinascere in tutta Italia, e da più parti si prese ad acclamare Anima Latina come uno dei più grandi dischi italiani di sempre. Persino il periodo famigerato post Mogol inizia ora ad essere lentamente sdoganato.

E i politici? Anche questa volta avevano fiutato il cambiamento. Sorprendentemente una gran parte di quelle prosopopeiche manifestazioni, tutti quegli ampollosi tributi ed eventi che erano spuntati come funghi, sparirono gradualmente nel nulla. Il serbatoio elettorale garantito dal nome di De André era esaurito, bisognava ora spostarsi su cavalli più freschi.

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Arriviamo così a oggi. Scemata la commozione, archiviato il culto, è forse possibile analizzare con la giusta lucidità l’opera di Fabrizio De André, che, proprio in quanto grande artista, merita l’elaborazione di un giudizio critico adeguato e assennato. Per questo ci vorrà tempo.

Possiamo però fare qualche considerazione di segno diverso. Fabrizio De André, una persona che nel corso della sua vita ha cercato con tutte le sue forze di rimanere un uomo libero, fuori da ogni etichetta e categorizzazione, dopo la morte è stato etichettato e categorizzato in ogni modo possibile.

Fabrizio De André, anarchico convinto, dopo la morte è stato utilizzato dalla politica come strumento di consenso e propaganda.

Fabrizio De André, fiero avversario del clericalismo e della bigotteria, dopo la morte è stato tramutato in un oggetto di culto e, peggio ancora, in un santino buono per ogni occasione.
La morale è: vatti a fidare dei posteri.

 

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