Home Musica Interviste Franco Fasano racconta i suoi 40 anni di carriera – INTERVISTA

Franco Fasano racconta i suoi 40 anni di carriera – INTERVISTA

Franco Fasano, protagonista dell'intervista, ha sempre dato tanto alla musica italiana, pur rimanendo, per scelta, non necessariamente al centro della scena

257
0
SHARE
franco fasano
Voto Utenti
[Total: 2 Average: 4]

Franco Fasano è il protagonista dell’intervista che il sottoscritto ha fatto per FareMusic, anzi, mi devo correggere, protagonista dell’intervista è la sua musica.

Franco ha sempre dato tanto alla musica italiana, pur rimanendo, per scelta personale o per carattere non necessariamente al centro della scena. La sua discografia è ricca di canzoni scritte per vari generi, dallo Zecchino d’oro a Sanremo, cantate da artisti che hanno intonato le sue melodie raggiungendo vertici di classifiche discografiche e vincendo festival.

Percorriamo assieme all’autore e all’interprete alcune tappe dei suoi 40 di carriera nel mondo della discografia.

Lo contatto per chiedergli un’intervista, mi invita a vederci a Capo d’Orlando, uno splendido centro, sulla costa tirrenica siciliana, che si trova a metà strada fra Palermo e Messina. Qui è ospite di un evento musicale. L’intervista ha luogo tra il sound check e lo spettacolo che ha inizio alle 21.30 davanti alla cornice prestigiosa dello splendido castello medievale.

franco fasano

 INTERVISTA a Franco Fasano

Ciao Franco, intanto benvenuto su FareMusic, felice di poterti intervistare qui nella mia Sicilia. 

Ciao Antonino, grazie a te e ai lettori, sono sempre contento di potere tornare qui, stasera sono nella giuria tecnica del festival “Diventerò una stella” organizzato da Maria Vitale, con me c’è anche Fabrizio Palma, un festival che coniuga musica e solidarietà, si parla di donazione di organi, un evento davvero prestigioso. Ho sentito che farai parte della giuria stampa.

Si, ne sono contento, se sono qui è grazie a te, grazie per avermi invitato a partecipare, Maria mi ha coinvolto al volo e ne sono onorato. La musica è un elemento aggregante e fondamentale, quindi partecipo con immenso piacere.

Ma parliamo della tua musica, dei tuoi 40 anni di carriera, la tua prima partecipazione al festival è del 1981, siamo nel 2018, perché 40 anni quindi? 

40 anni perché mi piace partire dalla mia prima esperienza discografica, siamo nel 1978, partecipo al festival “Caffè Roma di Alassio”, porto con una canzone, che un po’ strizza l’occhio ai tormentoni estivi di Edoardo Vianello, dal titolo Splash, l’avevo scritta per la mia ragazza dell’epoca,  per renderla attinente al luogo, cambio il finale e aggiungo «ok, amore puro, alle nove precise sul muretto!», legando la canzone al muretto di Alassio, luogo magico che in qualche modo ha avuto origine grazie allo scrittore Ernest Hemingwey. Da qui ha avuto inizio tutto, il mio ingresso nel mondo discografico, mi ascolta Depsa, pseudonimo di Salvatore De Pasquale, scelgo di lavorare con lui, ho avuto modo di suonare, da subito, coi più grandi musicisti dell’epoca.

E l’incontro con Luigi Albertelli? Mi piace questo legame intellettuale, autorale, lui come te, autore su tutti i fronti, dalle canzoni per i più piccoli ai grandi interpreti della musica leggera. 

Albertelli lo avevo incontrato a Sanremo anni prima, mio padre era fotografo del festival, andavo con lui, mi propose al maestro Albertelli, avevo 15 anni, ma il maestro gli disse che ero giovane, di attendere un paio di anni, dopo avremmo potuto fare qualcosa. Quando si è presentata l’occasione di un primo lavoro discografico mi sono rivolto a lui per i testi, si ricordava perfettamente della promessa fatta anni prima ed ha accettato con grande entusiasmo.

Il tuo debutto a Sanremo avviene nel 1981 con Un’isola alle Hawaii. 

Si, un’esperienza divertente ed emozionante, il festival, dopo anni di buio tornava in prima serata su Rai1. Salire su quel palco prestigioso era davvero  un sogno. Quell’anno ho portato la canzone Un’isola alle Hawaii, brano che era piaciuto a Celentano, probabilmente fu l’incentivo affinché lo scegliessero per il festival. La mia casa discografica dell’epoca, la Durium, mi voleva lanciare come il nuovo Gianni Morandi, così cantai quel brano, scritto assieme a Depsa, come lo avrebbe cantato Morandi, pensa, se m’avesse visto all’epoca Carlo Conti mi avrebbe voluto per Tale e quale… (ride, nda)

Poi torni a Sanremo come autore per diverse edizioni con Fausto Leali e poi nell’89, stavolta al piano ci sei tu, con l’immensa “E quel giorno non mi perderai più”. A proposito, ho letto che avrebbe dovuto cantarla un altro artista e che in corsa la tua casa discografica decise di portare te. 

Si, sono stati anni meravigliosi, ero stato al festival come autore per Fausto Leali nel 1987 con Io amo, nel 1988 con Mi manchi, e poi l’anno seguente con Ti lascerò assieme con Anna Oxa. “E quel giorno non mi perderai più” avrebbero dovuto cantarla in duetto proprio Anna Oxa e Fausto Leali, ma ad Anna non piaceva l’inciso e a Fausto la strofa, così la portai io in gara fra le nuove proposte.

Quindi più autore o interprete? Come vivi questo doppio ruolo? 

Sai, a dire il vero ho sempre scritto le canzoni per me, ma la mia casa discografica pensava a lanciare altri artisti e mi teneva stretto per le mie canzoni, è andata così…

Per certi versi è anche più nobile, più gratificante, il fatto che ti facciano andare avanti le canzoni, lo dico per la stima e il rispetto che ho per il mondo autorale, e non, come dire, “il personaggio”. 

Discorso a parte poi, quando ho cominciato a scrivere le canzoni per Cristina D’Avena. Lì avevo la storia del cartone animato che dovevo riportare in musica, un obiettivo diverso, ho lavorato per quel settore con molta cura ed attenzione.

Si, si percepisce dai tuoi arrangiamenti. Cristina ha un repertorio scritto da grandi autori, tu, in qualche modo, le hai tirato fuori un carattere più intimista, quel cantare sotto voce, sia suo che del meraviglioso coro dei Piccoli cantori di Milano. L’altro giorno ascoltavo la tua “Beethoven”, quel suo finale perfetto, quella sua chiusura imperante: «Beethoven!!!» 

Bellissimo stare con lei in sala d’incisione, lei è un’interprete straordinaria, ti dirò di più, è un’attrice, entra sempre perfettamente nel ruolo del cartone di cui deve cantare la sigla. Poi in Beethoven c’è Pietro Ubaldi, un genio, entrando in sala ha messo le cuffie e mi ha chiesto cosa doveva fare ed io «il cane, devi fare il cane», e lui ha cominciato a dare il meglio di sé da attore fantasista qual è, e come sempre è stata “buona la prima”!

Ti sei divertito anche in parte a cantarle, bellissima la canzone di “Pepin, un piccolo eroe per una grande leggenda”, quella seconda parte dirompente… Parlando del mondo dei più piccoli, quest’anno torni allo Zecchino con una tua canzone. Bellissimo tu abbia vinto, come autore, sia nel festival dei grandi (“Ti lascerò”, Sanremo 1989) che in quello dei piccoli (“Goccia dopo goccia”, nel 1994, “Un bambino terribile”, nel 1997 allo Zecchino d’oro). Com’è scrivere per questo mondo? 

Quello dei più piccoli è un mondo che mi ha insegnato tanto, quando scrivevo con Alessandra Valeri Manera per Cristina (D’Avena, nda) ho imparato ad essere puntuale. Dovevo rispettare i tempi, mi veniva commissionata la canzone che poi doveva andare in onda, quindi dovevo comporre, curare l’arrangiamento, era una clausola del contratto, mi sono dovuto procurare tutta l’attrezzatura necessaria per farlo, poi l’incisione e subito dopo curare il “taglio sigla” col formato che sarebbe andato in onda. Quando scrivevo per Cristina non usavo carta e penna, ma cantavo la melodia come l’avrebbe cantata lei, nella sua tonalità. Alessandra curava tutto alla perfezione, ha messo in piedi un’etichetta discografica, la Five record, forte del traino delle televisioni del gruppo Fininvest, fino ad allora c’era solo la Fonit Cetra che produceva per la Rai.

A proposito di giovani, cosa ne pensi del pianista Emanuele Fasano? So che Giovanni Caccamo, sulla quale la Caselli sta puntando molto, ha scritto una canzone su una vostra composizione. 

È mio figlio, artisticamente non mi posso esprimere, apprezzo quello che fa, e lo fa da solo. Pensa, grazie a Emanuele ho conosciuto Caterina Caselli, con la Sugar è stato ospite a Sanremo, lui vive per il pianoforte e per la musica, il resto viene dopo, non vive il festival come l’ho vissuto io, è un ragazzo di questi tempi. Questa cosa di Giovanni Caccamo l’abbiamo vissuta in maniera diversa, io ne sono felice. Giovanni, che è un autore sensibile, senza sapere che la musica l’avessimo composta noi, ha scritto un testo sul rapporto di un padre e di un figlio, la canzone si chiama Altrove.

Come ti è venuto in mente di chiamare Mara Maionchi per far chiudere la canzone “Noi del ’61”?

Quella canzone è una goliardata tra amici, l’ho cantata coi miei ex compagni di liceo, quando abbiamo finito di inciderla, un mio amico ha detto, per scherzo, che se fossimo stati più giovani magari avremmo potuto portarla ad X-Factor, così ho chiamato Mara e le ho chiesto di chiudere la canzone con una delle sue frasi cult, così, avvicinandole lo smartphone ho registrato il suo: «carini, si carini, carini, si bravini, ma per me è no!», ho voluto che queste fossero le ultime parole che chiudono la mia raccolta “Fortissimissimo”, un doppio cd che è, in qualche modo, il regalo che mi sono fatto per i miei 50 anni.

Franco, io ti ringrazio, grazie per avermi aperto le porte del tuo mondo musicale, grazie per tutto quello che fai e alla prossima. 

Grazie a te, un saluto speciale a Mara e Alberto, con lui ho un paio di brani nel cassetto che abbiamo scritto tempo fa… un saluto ai lettori di FareMusic e a presto.

Commento su Faremusic.it