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Il richiamo improvviso di Neri Marcorè, o il quadro naturale di Faber – “Come una specie di sorriso”, omaggio a De Andrè

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Riflessioni dallo spettacolo Come una specie di sorrisoOmaggio a Fabrizio De Andrè di Neri Marcorè.
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Ho visto gli indiani marcare il territorio, stare fermi e senza armi da fuoco parlarmi d’amore: le loro anime macchiate di sangue stendersi come ventagli davanti ai miei occhi.

Ho visto chiaramente la signorina dalla gola finta e vergine, e la sua bocca sonora come ogni volta la prima volta.

Ho visto i fucilieri colpire Fabrizio, e l’erba del Supramonte ingiallirsi, diventare arsa dalla crudeltà.

Ho sentito le virtù teologali tenute nascoste, con la negazione dei vangeli e l’elevazione del denaro. Ho visto l’immagine incantata e generosa di Rimini, e il vento sulla notte di Teresa.

Ho sentito la voce di Neri guardare indietro per recuperare il suono di ogni strumento, essere un corno da caccia un’armonica meccanica o forse un richiamo improvviso: per combattere i malamenti; che poi sono  le mele del veleno, gli scheletri di Napoli.

Ho ascoltato Neri aumentare la dolcezza e le campane della gioia per Princesa: la sua avventura a occhi bendati, e la sua figa accarezzata come fosse una foglia.

Ho visto Neri essere la neve, un albero da frutto; essere un nome di fiamma e di colomba, essere il nudo e il nulla. O il fiore immortale.

E poi avvicinarsi le carrozze del dialogo, quegli zingari così vicini e subito dopo lontani come se ogni viaggio fosse una fine, l’annullamento.

Ho sentito addensarsi il cuore di Neri, esplodere contro i brutti cieli.

Io ho tentato di recuperarlo con le mie braccia prima di mettermi a piangere, perché la sua voce era un castigo un’accusa, un fiammifero in un mucchio di grano.

Il canto di Neri quella sera aveva una forza dura, fraterna, come un coltello o un filo d’erba: era fatto di gloria, del nuovo alito della resistenza. Era la polvere felice e d’oro, una consegna di luce.

Quella sera lui avrebbe ingoiato il mondo, per poi poterne fare un dolcissimo futuro.

Neri cantava e ci chiedeva di stare in silenzio e di tacere affinché ci raggiungesse la dannazione e poi la disobbedienza e poi il sapore anarchico della vita.

Neri cantava, ed erano acqua e sole Angelica Dettori e Flavia Barbacetto.

Neri cantava ed erano sposi, lame di follia o armonie ben ricomposte gli Gnuquartet.

Neri cantava perché voleva indebolire i termini della nostra civiltà, ogni piccolo angolo dell’incoscienza. Perché voleva sperdere la nostra arroganza.

Neri cantava e imboccava le strade opposte, le ramificazioni che dalla terra vanno all’universo.

Cantava, e suonava, ed era il fine ed era l’inizio materno della vita.

E il pubblico trionfante si voleva sganciare dalla realtà, perché aveva riconosciuto in Neri e Fabrizio il vantaggio dei Poeti. E applaudiva, applaudiva.

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