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Michael Rosen: un sax tra Jazz e Pop, senza confini – INTERVISTA

Michael Rosen, sassofonista americano, naturalizzato italiano, in una intervista di Alessandro Filindeu per Faremusic.it. Nessun confine tra Jazz e Pop.

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michael rosen
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di Alessandro Filindeu

Incontro con Michael Rosen – sax “born in the USA”, ma naturalizzato italiano dopo 30 anni -questa mattina a Roma in “zona Ergife”, che per i non cultori della materia sarebbe sinonimo di mega concorsoni all’italiana, il cui teatro di rappresentazione è perlappunto un mega albergo posto sulla via Aurelia, dotato di un gigantesco salone.

Michael Rosen ha un linguaggio musicale Jazz e Pop di alto livello e grande versatilità, caratteristiche che gli hanno permesso una lunga e proficua carriera a fianco di musicisti di estrazione diversissima.

michael rosen

Intervista a Michael Rosen

Sono veramente contento di conoscerti personalmente, ti seguo da tanti anni e i tuoi percorsi mi hanno sempre incuriosito, più in generale trovo molto interessante il rapporto tra un musicista statunitense di robusta formazione jazz e la realtà italiana.

Io mi trovo in Italia per scelta, provengo da Ithaca, una piccola città di provincia nello stato di New York e fin da ragazzo ho vissuto il mito dell’Europa. Mi ha sempre intrigato l’idea di trasferirmi qui da voi anche se in origine il mio obbiettivo era Amsterdam.

Hai fatto degli studi musicali precisi?

Dall’età di 7 anni ho studiato privatamente il violoncello, poi il pianoforte e infine il sax; fin dall’infanzia la musica era l’attività che più mi coinvolgeva e da adolescente suonavo in vari gruppi di pop, progressive, fusion e jazz della mia città. Verso l’età di 21 anni mi resi conto che le possibilità di crescita musicale e di carriera a Ithaca erano fortemente limitate e quel punto decisi di trasferirmi a Boston per studiare al Berklee College of Music, dove, tra l’85 e l’87, ho svolto il corso in modo intensivo e molto proficuo, mentre suonavo con varie situazioni a Boston e nei dintorni. Terminati gli studi mi sono deciso a partire per l’Europa.

Il tuo primo approdo in Italia è stato Milano…

Sì, da quasi subito mi sono inserito in un “giro” di jazz di alto livello, Antonio Faraò,Christian Meyer (batterista di Elio e le Storie Tese), Paolino dalla PortaGiampiero Prina, tanti altri bravi musicisti. Ho suonato veramente tanto ma d’altronde si poteva ancora, c’era un bel movimento e i buoni locali storici erano ancora in piena attività, il Capolinea, le Scimmie… L’inserimento nel Pop è avvenuto in seguito alla chiamata di Edoardo Bennato, era il periodo del tour di “Viva la mamma”; oltre al live, apparivo nel video di quella canzone, comprendente una ben nota intro di sax a cui ho prestato l’immagine, per la gioia di alcuni miei amici e conoscenti che in seguito hanno preso a considerarmi una specie di celebrità (Ride, NdA). Era un periodo ben diverso da quello attuale, ho fatto tantissimi concerti con Bennato e si sono concatenati tanti altri lavori, ho registrato dischi pop per un centinaio di artisti italiani ben noti, come Mina,CelentanoConcatoArticolo 31Rossana CasaleFinardiMassimo RanieriJovanotti, e tantissimi altri. I miei primi anni ’90 sono stati veramente molto intensi. Successivamente ho lavorato con Demo Morselli a Mediaset per tre anni e poi con Fiorello per sei, prima di avere l’occasione di trasferirmi a Roma, quando ormai fra l’altro gli effetti della crisi del settore musica cominciavano a farsi sentire pesantemente, all’inizio del terzo millennio.

Approfitto per introdurre un argomento che trovo centrale nel mondo della produzione musicale: il rapporto per un musicista di formazione jazzistica con il lavoro pop.

Non sempre si riesce a conciliare le due cose, comunque in Italia meno che negli States. Qui c’è una separazione molto netta, il jazzista talvolta trova difficile inserirsi nel pop, a meno che non riesca a trovare il modo di dare all’artista e al lavoro esattamente quello che questi desiderano e ritengono utile, talvolta dovendo sopprimere la propria personalità musicale. Un jazzista a volte considera il pop un “lavoro” piuttosto che un’occasione per essere musicalmente gratificato. Questo può anche succedere, ma io sono sempre stato dell’idea che un musicista dovrebbe cercare di calarsi nel ruolo e nello stile che sta suonando, senza per forza dover predominare con la propria identità e le proprie esigenze musicali. D’altronde c’è da dire che anche nel Jazz, esiste una tendenza di suonarsi addosso, e/o suonare troppo: il pop deve essere sintetico ed essenziale, contemporaneamente deve arrivare velocemente a più persone possibili, cosa che anche alcuni jazzisti farebbero bene a ricordarsi perché la comunicatività è la vera chiave per il successo di un’artista, di qualsiasi genere musicale.

C’è forse il rischio che un jazzista che lavora nel pop subisca una sorta di sdoppiamento della personalità, nel tuo caso direi che tu hai posto rimedio a questa possibilità coltivando sempre dei progetti personali molto creativi, con musicisti di diverse estrazioni artistiche e di varie nazionalità.

Sì, ho sempre spaziato tra musicisti italiani, londinesi, brasiliani, di New York, sono riuscito a curare tante diverse situazioni in cui ho posto in essere la mia personale visione della musica però in interazione e scambio artistico con degli altri musicisti con cui amo rapportarmi e cercare di far nascere qualcosa di significativo, creativo ed originale.

Più nel dettaglio, come puoi sintetizzare la tua concezione musicale? Comunque hai studiato al Berklee, programmi precisi, professionalità…

Il Berklee ti dà quella preparazione che è funzionale al mestiere, tecnica, lettura, conoscenza degli stili, indispensabile per il lavoro, ma nell’espressione musicale mia personale, come tanti altri usciti dal Berklee, sono poi andato molto avanti, tengo conto di tutto quanto ascoltato, studiato e imparato ma mi piace cercare e trovare una mia dimensione personale, creativa ed emozionale. Il concetto di suonare bene o suonare male è qualcosa di impalpabile, in continuo mutamento, penso ad un piano superiore in cui si superano i concetti scolastici di armonia, scale, tonalità, in cui i cromatismi, le alterazioni e le tensioni, le note “dentro e fuori” si inseguono e tu mentre suoni sei in realtà il primo ascoltatore e decidi cosa deve succedere, quando, come e perché. Mi viene in mente Miles Davis ovviamente, aveva capito tanti anni fa che il processo creativo si innescava in tanti modi, quando con quattro note o con una nota lunga o con un ostinato ritmico portava tutta la band verso una direzione musicale.

Però nella tua musica riscontro veramente tante influenze, anche insospettabili, tra cui alcuni tra i miei sassofonisti preferiti come Michael Brecker, Paul Desmond, Joe Henderson e Stan Getz, oltre naturalmente a Coltrane…

Da giovane ho avuto una sorta di ossessione per Michael Brecker, ma effettivamente ho apprezzato e apprezzo tantissimo quegli altri che hai citato; considero però Mark Turner il più importante e influente sassofonista dei tempi attuali, in cui è facile riscontrare delle caratteristiche peculiari del grande Warne Marsh, altro mio riferimento. Voglio ricordare però anche George Garzone, mio maestro al Berklee.

Vogliamo citare qualche musicista italiano di cui hai stima?

Ma certo. Mi spiace dimenticarne tanti, sono veramente troppi, mi vengono in mente in ordine sparso Dado Moroni e BirroZeppetellaGatto e SferraBulgarelli e Puglisi, giovani come Zanisi e Domenico Sanna… Vorrei ricordare Giampiero Prina, che aveva la grande caratteristica di suonare senza protagonismo e troppo ego, al totale servizio della musica.

Vogliamo chiudere con l’indicazione di alcuni tuoi lavori, sia attuali che già pubblicati?

Volentieri: L’ultimo mio cd l’ho registrato a New York: “Sweet 17”, uscito per la Jando Music nel 2016, di cui vado molto fiero, con Ralph Alessi, Lage Lund, Domenico Sanna, Matt Penman e Bill Stewart. Il cd “Tricolor”, gruppo con Alfredo Paixao e Israel Varela, Natalio Mangalavite ed altri. Anche 2 cd usciti per l’etichetta leccese Dodicilune mi sono rimasti nel cuore: “Unquiet Silences” con Ares Tavolazzi, Paolo Birro e Fabrizio Sferra, ed “Edge”, con il meraviglioso pianista Statunitense Greg Burk, Daniele Tittarelli, Francesco Ponticelli e Adam Pache. Al momento sono presissimo da vari progetti nel Regno Unito, in particolare sulla scena londinese dove negli ultimi anni sono particolarmente attivo, sia con progetti miei che con la cantante Sarah Jane Morris che con lo storico gruppo di folk-jazz-rock dei “Pentangle”.

Buon viaggio allora, e grazie mille!

Grazie a te, a FareMusic e a tutti i lettori!

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Alessandro Filindeu
Vivo a Roma, non sono un giornalista, sono musicista professionista da quando avevo ventidue anni, ambito pop ma formazione jazz, ho suonato in una cinquantina di programmi Rai, ho ottenuto la idoneità per insegnare in Conservatorio nel 2005, lavoro con un importante produttore come assistente musicale e di produzione e come chitarrista, ho collaborato con vari musicisti, scritto e arrangiato un po' di cose, avuto a che fare con il Festival di Sanremo in varie "vesti" a partire dal 1993. Insegno chitarra moderna in varie scuole di area romana, armonia moderna e tecnica dell'ascolto presso la "Accademia Spettacolo Italia" di Roma. Ho collaborato come "ghost writer" a due tesi di laurea in storia della musica pop italiana, ho partecipato alla organizzazione di varie Master Classes di grandi musicisti italiani e stranieri, in tempi recenti ho co-prodotto due cantanti esordienti, con ambedue fallendo clamorosamente ma acquisendo di conseguenza una grande conoscenza del mondo del pop italiano degli ultimi anni. Ho una maturità classica, ho frequentato due facoltà universitarie e un Conservatorio per un totale di 21 esami sostenuti ma non ho finito nessuna delle tre cose, inevitabilmente la mia prima attività è quella dell'insegnante.

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