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BLUE WHALE – SERVIZIO DELLE IENE, IL GIOCO DEL SUICIDIO TRA GLI ADOLESCENTI

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di Mariafrancesca Mary Troisi

Il Blue Whale, il “gioco del suicidio”, che coinvolge i social, bambini e adolescenti, è stato al centro di un servizio de Le Iene, nel corso della puntata del 14 maggio, sconvolgendo i telespettatori e ponendo l’attenzione su questa pratica che sta prendendo piede anche in Italia.

Il servizio parte infatti da un caso sospetto, riconducibile all’horror game, sulla morte di un ragazzino di Livorno, che a marzo si è lanciato dal palazzo più alto della città.

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Il termine Blue Whale deriva dal fenomeno delle balene azzurre, che decidono di arenarsi sulla spiaggia, con l’intento di morire; tale “gioco”, infatti, dopo il superamento di 50 prove consecutive, porta a un “premio finale”: il suicidio.

La tendenza è nata in Russia, dove si registrano circa 150 casi di suicidi adolescenziali, attribuibili al Blue Whale.

Una delle menti ideatrici è un ventiduenne russo, studente di psicologia, Philipp Budeikin, attualmente in custodia cautelare.

“Ci sono le persone e gli scarti biologici. Io selezionavo gli scarti biologici, quelli più facilmente manipolabili, che avrebbero fatto solo danni a loro stessi e alla società.

Li ho spinti al suicidio per purificare la nostra società. Un giorno ringrazierete”.

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Philipp Budeikin

Queste le scioccanti affermazioni di Budeikin, che ha confessato di aver istigato al suicidio, personalmente, almeno 16 ragazze adolescenti, “per purificare la società”.

Budeikin è solo una delle menti; la rete di curatori o amministratori (così vengono definiti), che reclutano le vittime tramite i social, è assai ampia; tali persone gestiscono il “gioco”, nascondendosi dietro account falsi, sparsi in diversi Paesi del mondo (il “gioco” si sta estendendo pericolosamente anche in Francia, Cina, Gran Bretagna, Brasile, Nuova Zelanda…).

Il game è basato sul rapporto tra gli sfidanti (o giocatori/partecipanti) e i curatori; questi ultimi impartiscono ai giocatori una serie di ordini, solitamente cinquanta, con l’obbligo di adempierli giorno dopo giorno. Le prove, via via più dure, li conducono alla depressione; includono la sveglia alle 4:20 del mattino, il guardare film horror tutto il giorno, il procurarsi dei tagli sulle braccia, disegnare “la balena” (da cui il “gioco” prende ispirazione), come simbolo del game, etc.

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La regola generale è l’obbligo del silenzio con chiunque e l’impossibilità di ritirarsi dal gioco, a causa delle minacce ai partecipanti e ai componenti della loro famiglia. Bisogna quindi continuare a vivere “normalmente”, per quelli che saranno gli ultimi cinquanta giorni di vita, fingendo che sia tutto “come prima”, fino al “traguardo” finale: salire sul palazzo più alto della città e buttarsi giù. Il suicidio è documentato da un altro adolescente, che in diretta filma il tutto, per lasciare una testimonianza.

Il “gioco dell’orrore” è iniziato nel 2013, su VKontakte (il fb russo), dove Budekin e i suoi aiutanti hanno cominciato ad adescare bambini e ragazzini, dai 9 ai 17 anni, scegliendo infine quelli maggiormente manipolabili.

Le famiglie di alcune vittime, intervistate da Matteo Viviani (inviato de Le Iene, in Russia), hanno testimoniato di non essersi accorte di niente, nei cinquanta giorni che hanno preceduto il suicidio.

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Tutti in classe sapevano”, racconta una mamma. “Mia figlia, suicida (o per meglio dire assassinata da questi criminali), per loro era un’eroina, perché era arrivata alla fine del gioco”.

Guardando il video de Le Iene mi sono chiesta (come tutti, immagino) come si possa manipolare a tal punto la mente di qualcuno.

E’ il desiderio irrefrenabile di sentirsi parte di “qualcosa”, di sentirsi i “migliori”, i “vincenti”, a determinare la riuscita dell’horror game?

Sono stata adolescente anche io, qualche anno fa; anche per quelli della mia generazione era indispensabile sentirsi parte di un gruppo.

Io ero una “diversa”, perché ero secchiona, studiavo pianoforte, scrivevo; ero parte di un gruppo, certo, ma a modo mio. E non ho mai voluto cambiare me stessa per sentirmi accettata. Ma non è così che funziona per tutti. Essere accettati nel gruppo è la cosa più importante per un adolescente, esserne il leader, il vincente.

Ecco forse spiegato perché questo “gioco” ha attecchito pericolosamente le radici, nella mente dei ragazzini più vulnerabili. In una società in cui l’apparire i più forti è determinante per restare a galla, la mente perversa di alcuni individui ha ideato addirittura un “gioco”, che ha come vittoria la morte.

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