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I dischi e i fantasmi esistono? – La musica vive attraverso le speculazioni e la gestione delle library musicali

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di Roberto Manfredi

La scienza sa spiegare molto bene certi fenomeni paranormali, come ad esempio l’esistenza dei fantasmi. Non esistono materialmente ma un sacco di gente assicura di averli visti. Anche Dio non si vede, ma ogni popolo crede nella sua esistenza. Il fantasma non è altro che la nostra proiezione sensoriale. Ci crediamo talmente, che lo facciamo esistere al punto di vederlo attraversare la nostra camera da letto o di sentirlo al telefono. Ciò che vediamo quindi esiste, ma in realtà è tutto frutto della nostra immaginazione e del nostro subconscio che ci mostra cose o esseri inesistenti.

Cosa c’entra tutto questo con la discografia? Provo a spiegarlo.

Giorni fa il nostro Alberto Salerno, che ha passato quasi cinquant’anni nell’industria discografica, ha scritto un post sacrosanto invitando i musicisti, veri o presunti, a smetterla di criticare i discografici come carnefici della musica.

Ha perfettamente ragione per un unico motivo: i discografici non esistono esattamente come i fantasmi, ma dato che li vediamo crediamo ancora nella loro esistenza. E’ indubbio che le sedi discografiche (gli uffici) esistono ancora, come esistono i cd (soprattutto negli autogrill) che addirittura possiamo comprare e tenere in tasca come qualsiasi prodotto fisico. Peccato che sia morta la loro funzione principale: prodotto che assicuri reddito a chiunque, quindi lavoro!

Non possiamo ignorare che, nella storia, ogni rivoluzione industriale ha cancellato intere categorie lavorative e i conseguenti prodotti.

Nell’epoca “analogica” i trattori e le macchine agricole toglievano lavoro ai cavalli e ai buoi dando beneficio all’uomo. Nell’epoca “digitale” i robot e i computer tolgono invece il lavoro all’uomo. E’ innegabile. Quello che è accaduto nell’industria discografica negli ultimi vent’anni va anche oltre, perchè è stato un vero e proprio olocausto. Il disco (che ancora vediamo) è stato sterminato. Sopravvivono tracce e residui, ma appartengono ormai a un’epoca scomparsa, un po’ come i fossili e le ossa degli animali preistorici.

Le ragioni sono molteplici e non starò qui ad analizzarle perché l’articolo diventerebbe un saggio di mille pagine, ma la ragione principale resta quella specificatamente industriale. Il disco, inteso come prodotto fisico, non è più oggetto di consumo. Oggi esiste il “file digitale”, entità misteriosa che non puoi nemmeno toccare e tenere in mano e che puoi avere anche gratuitamente. L’unica colpa che si può addossare ai discografici di un tempo è quella di non essere stati lungimiranti, di non aver saputo prevenire, né cavalcare il radicale passaggio industriale dall’epoca analogica a quella digitale. Non ci hanno creduto e ne sono rimasti vittime, forse designate.

Nella discografia è accaduto quello che è accaduto nell’editoria, nell’economia reale, nel mercato immobiliare e nella finanza. Il concetto stesso di valore è cambiato. E’ il risultato della globalizzazione. Pochissimi ricchi si sono spartiti le ricchezze di tutti.

Oggi le major si sono unificate, fuse insieme, per spartirsi l’intero catalogo editoriale della musica mondiale degli ultimi due secoli. Gestiscono i diritti delle musiche di milioni di dischi per venderne l’utilizzo alle aziende, trasformando i dischi in colonne sonore per spot pubblicitari, film, sigle televisive, segreterie telefoniche, videogames, giochi e quant’altro. E’ la musica che ci gira intorno in modo spesso invisibile, che sentiamo ogni giorno, negli uffici, nei bar, nei negozi e nelle banche. File digitali, non dischi fisici. Musica venduta alle televisioni e alle aziende, non più alle persone.

Se il mercato musicale esistesse ancora, fenomeni speculativi come il Secondary Ticketing non esisterebbero. Non avrebbe senso comprare un biglietto a un costo dieci volte superiore. Ma il fenomeno oggi esiste e prospera , perché grazie al digitale, la speculazione è alla portata di tutti.

Live Nation, multinazionale di entertainment live, applica alla musica lo stesso criterio speculativo che le banche d’affari e le grandi potenze economiche hanno applicato alla finanza. Gli economisti dalla vista lunga prevedono che, entro i prossimi cinque anni, rimarrà un’unica major mondiale che gestirà tutto il patrimonio storico musicale. Un’unica enorme audio library di miliardi di canzoni e di musica strumentale. Non è fantascienza, è una attendibilissima previsione industriale.

In questo contesto, il post di Alberto Salerno coglie nel segno. Smettetela di piangere e di fare accuse ai fantasmi dei discografici, produttori compresi. Simon Cowell, il fondatore di X Factor è il nuovo Phil Spector. Lavora in tv, e usa la musica per il suo business.

Molti giovani artisti si lamentano del fatto che non trovano più le figure professionali di un tempo: i produttori, i talent scout, i direttori artistici, i discografici. Costoro erano le figure di riferimento di un mercato. Non esistono più, per cui smettetela di criticarli. Sono morti. I morti non si disprezzano.

Quali soluzioni allora? Datevi da fare. Proteggete i diritti dei vostri pezzi innanzitutto e cercate nuove forme di reddito che hanno sostituito la tradizionale vendita dei dischi di un tempo. Insegnate musica se potete. Fate concerti trovandoveli da soli o partecipando alle poche ma importanti rassegne e festival nazionali (la migliore per me è Musicultura a Macerata), lasciate perdere Sanremo che è solo un business televisivo pubblicitario e cercate altri punti di riferimento. Si può far reddito cedendo parte dei vostri diritti alle library musicali che vi assicurano passaggi televisivi certificati. Ad esempio Magnolia, storica casa di produzione televisiva, con le sue edizioni Milano-Roma gestisce un catalogo di musiche originali di oltre 10.000 pezzi per un fatturato annuo di oltre un milione di euro. Investite sui social e scrivete, scrivete, scrivete, perché se avete talento prima o poi ce la farete o nel peggiore dei casi potrete vivere decorosamente con la musica. Se invece pensate di fare soldi con i dischi, lasciate perdere.

Vi rilascio un ultimo significativo caso. Il valore del brand dei KISS vale due miliardi di dollari. Pensate che sia per i cento milioni di dischi venduti? In parte lo è certamente, in realtà il valore è stato stimato da autorevoli società finanziare, per la vendita dei diritti del marchio a 2.500 società che usano il marchio Kiss per vendere panini, giochi, magliette, figurine, prodotti per make up, carte da gioco, dentifrici, prodotti per la casa, persino alcool per il barbecue. Gene Simmons sta aprendo il primo casinò in Oklahoma  con sole slot machine con le facce dei Kiss. Da anni i Kiss suonano solo in tour nelle navi da crociera per soli fans che spendono mille dollari a biglietto. Se chiedi a Gene Simmons se investe nella discografia si mette a ridere per un’ora. E vive in America. Figuriamoci se vivesse in Italia dove se vinci Sanremo vendi al massimo ventimila copie e poi sparisci dal mondo, sempre che tu non faccia il tutor in un talent show.

Coraggio ragazzi, i discografici e i fantasmi non esistono, tranne in qualche hotel in Scozia e in Transilvania,  per i turisti che amano l’horror.  Una volta vidi un discografico attraversare di notte la mia camera d’albergo. Gli dissi: “Che ci fai in camera mia ?”.
E lui:“Cercavo un lenzuolo bianco da indossare, sai c’è un ragazzo nella hall che vuole lasciarmi un demo”.

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