di Athos Enrile
Il Festival di Sanremo è appena finito, carico di commenti che prendono strade opposte, ma se si vuole dare una fermatura al capitolo occorre cercare le radici, chiedere a chi realmente sa, a chi lo ha vissuto in diretta, meglio se i ruoli sono stati molteplici. E chi più di Amedeo Minghi potrebbe aiutare nel chiudere il cerchio? Beh, piccolo particolare, il “Maestro” non ha visto il festival, e la nostra intervista diventa quindi l’occasione per parlare di musica, della storia, del presente e del futuro di un artista universale. Tanti i progetti, alcuni dei quali tenuti ancora nel cassetto chiuso a doppia mandata, ma il suo pensiero aiuta nel disegnare la giusta cornice allo stato attuale della musica, e regala risposte concrete, le idee di chi ha vissuto e vive quel mondo dall’interno, come protagonista.
E’ una bella giornata a Roma, il sole splende e regala un po’ di allegria, e lo stato di serenità impregna la nostra chiacchierata, che propongo a seguire…

Leviamoci subito la domanda fastidiosa: so che non hai visto il Festival di Sanremo appena concluso e quindi non puoi commentarlo, però…
Sai, i Festival di Sanremo a cui ho partecipato, specialmente i primi, 3 o 4, erano manifestazioni dove ancora vigevano certe regole, era un punto di arrivo importante, erano cose completamente diverse: oggi va in scena un grandissimo show, ma le canzoni hanno una parte minoritaria. Al di là di questo non è per non parlarne, ma io l’ho visto davvero poco, ho avuto impegni di lavoro – sono stato anche un paio di giorni a Parigi – e sabato ero ad Ascoli per un incontro con i miei fans e quindi non l’ho vissuto in diretta; poi ho visto passare delle immagini con questo ragazzo che cantava con una scimmia vicino e ho intuito che era quello che aveva vinto…
E hai tratto delle conclusioni…
Sì, ma non sono riportabili in un’intervista!
Ma cosa è cambiato nel tempo? L’attuale pochezza di contenuti è solo il riflesso allo specchio della musica attuale o è anche un fatto più profondo, manageriale?
Il meccanismo che regola Sanremo si è perfettamente adeguato a quelle che sono le scelte dei grandi network radiofonici; si è deciso che una certa generazione musicale abbia fatto il suo tempo e quindi si dà spazio ad energie che arrivano da altre scuole, e il Festival si è perfettamente adeguato alle tendenze nell’utilizzo della musica degli ultimi dieci anni, che sono però state disastrose, perché si è distrutto un mercato vero e proprio; ne esiste un altro legato al digitale, ma non assomiglia neanche un pò a quello che era il “sistema” del disco, del cd; però il vinile sta riprendendo quota (anche se a livello amatoriale) e c’è un ritorno al vintage a cui anche io ho fatto ricorso, perché per il nuovo lavoro che sto promuovendo in teatro, “La bussola e il cuore”, ho fatto anche un cospicuo numero di vinili, che stanno andando molto bene.
Non pensi che l’LP, al di là del formato affascinante, significhi anche la voglia/necessità di un ritorno ad una certa dimensione socializzante, il famoso “rito del vinile” che permetteva di prendersi i tempi giusti e condividere l’ascolto?
Penso di sì, e questo lo vedo proiettato anche sul mondo dei giovani, perché questo vivere la musica dei propri beniamini sempre e soltanto in solitudine non é che sia poi così divertente! Un tempo si facevano le cene e si metteva l’LP del cantante preferito… “metti questo, metti l’altro…”, e intanto partivano gli aperitivi: la musica faceva compagnia a tutti, commensali, invitati, ed era un sottofondo ideale. Oggi non è così, e quando capitano i momenti adatti, da vivere in comunione, si utilizza comunque la musica di un tempo, perchè quella attuale si ascolta in solitudine, con le cuffiette, mentre si corre o si lavora, quindi un ascolto non aggregante; ovviamente i live sono un discorso a parte, una cosa completamente diversa, ma il concerto c’è sempre stato… io nel ’92 facevo il mio concerto allo Stadio Olimpico di Roma… niente di nuovo sotto questo aspetto.
Secondo te la tecnologia ha influito in tutto questo appannamento?
E’ un alibi, anche se la tecnologia avrebbe potuto essere gestita molto meglio se avessimo avuto discografici e operatori del settore più illuminati e lungimiranti, ma non è così, è un po’ come quello che accade a livello politico… siamo in un periodo di bassa da tutti i punti di vista e quindi quando la mediocrità alla fine la fa da padrone.
Questa immagine che hai realizzato sull’Italia vale anche per l’estero?
Beh, noi siamo il peggio di quello che avviene a livello internazionale (America, Inghilterra), perchè là è tutto come da noi, ma c’è anche il resto; In America la musica più venduta in assoluto non è quella pop e rock, ma è il country, non c’è americano che non abbia in auto un CD di musica country, che è quella più ascoltata in assoluto. L’America vera è tutta un’altra cosa rispetto a quanto imposto dai media. In tutto questo noi siamo la parte peggiore, ed è un peccato, perchè noi italiani siamo capaci di proporre musica pop di alta qualità, e quindi avremmo potuto difendere meglio la nostra creatività e il nostro potenziale.
Ancora una cosa su Sanremo e poi non ne parliamo più: volevo sapere se tra tutti i ruoli che hai avuto (interprete, autore, compositore, produttore) ce ne sia uno che ti ha dato maggiori soddisfazioni, al di là della piena visibilità che è fornita dal presentarsi al pubblico su di un palco.
Ricordo con molta soddisfazione l’anno in cui vinsi come autore per i giovani con Mietta (Canzone, 1989, Ndr) e fu una bellissima emozione… essere a casa, a Roma, e vincere il Festival sul palco di Sanremo è una cosa che mi è piaciuta moltissimo, più di quando capitò a me personalmente.
Hai citato tu Mietta… e mi viene da chiederti se certe coppie, come tu e Mietta appunto, nascono come progetto a tavolino o sono il frutto di situazioni empatiche che poi si sfruttano a dovere?
Sono cose preparate, studiate, sempre costruite, perchè se si decide di puntare su di una coppia occorre trovare gli elementi utili e compatibili, non c’è nulla di inventato. Il caso mio e di Mietta fu molto particolare perchè in realtà decidemmo all’ultimo, in quanto lei aveva un problema contrattuale nei confronti del Festival per cui non avrebbe potuto partecipare, e allora ci inventammo questa cosa – la fortuna arriva quando meno te l’aspetti – di Amedeo Minghi e Mietta, aggirando così l’ostacolo, ma nessuno avrebbe previsto che sarebbe andata a finire così… dopo 27 anni è ancora la canzone più citata al Festival di Sanremo!
A proposito di tue canzoni stellari e di apparenti incongruenze, quando presentasti “1950”, nel 1983, non ebbe immediato successo…
Era preventivato, ampiamente previsto, un brano così non c’entrava niente con Sanremo, fu Ravera che volle portarlo per forza, anche contro la mia volontà, e io ci andai malvolentieri, ed è successo tutto quello che ci aspettavamo, non era sicuramente una canzone da festival.
Non è incomprensibile come una canzone, universalmente riconosciuta come tra le più belle mai scritte, non abbia trovato consacrazione proprio nel tempio della musica italiana?
Beh, è successo tante volte, quasi una consuetudine, nomi illustri mi accompagnano su questa classifica piena zeppa di canzoni che lì non hanno trovato fortuna e poi sono diventate successi, molti dei quali internazionali. Sanremo ha le sue regole e alla fine è sempre uguale, cambiano i conduttori, cambiano le formule, ma stringi stringi è molto simile a se stesso, nonostante lo scorrere del tempo.
Veniamo al tuo presente…
Oh… molto meglio… al presente e al futuro…
E’ stato rilasciato da poco, a ottobre, il cofanetto “La bussola e il cuore”… triplo CD e triplo vinile…
Sì, il 14 ottobre…
Cosa contiene, vista la cospicua mole di materiale?
Un sacco di roba… non è intanto un disco celebrativo, 40 canzoni di cui 30 inedite, alcune nuovissime, altre recuperate da provini e curiosità varie, proprio perchè vuole sottolineare i miei 50 anni di carriera, e quindi ho voluto creare un bridge tra il passato e il futuro… c’è molto presente e passato, ma ho anche lanciato un pò di sassi nello stagno pensando a progetti in divenire.
Tutto questo è accompagnato dai live che hai fatto e che farai, giusto?
Sì, abbiamo già iniziato, data zero a Foligno, poi il 31 gennaio eravamo al Teatro Nuovo di Milano con un sold out molto gratificante, ma anche la formula del concerto/spettacolo mi soddisfa, perchè sul palcoscenico non ci sono solo le canzoni ma accadono anche altre cose; non siamo solo noi a suonare e cantare ma ci sono vari personaggi che… fanno delle cose, non entro nei dettagli perchè sono un teatrante e non posso svelare tutto, ma già il concetto di “Concerto/Spettacolo” dice molto, degli intenti e di quello che va in scena.
E tutto questo è proiettato su tutto il 2017 immagino…
Certo, vai sul mio sito e trovi tutto il tour: abbiamo Torino, Trento, Mestre, Napoli, Capua, Gallipoli, un po’ ovunque, poi il tour estivo, e poi a novembre riprenderemo con altre date teatrali, Roma compresa.
Hai sottolineato prima l’esigenza di parlare del futuro: hai già in mente altri progetti?
Certo, sto già lavorando ad altro perchè è nella mia indole… consegnato un lavoro penso già a quello seguente – anche se continuo ad alimentare ciò che ho terminato con la promozione ecc. -, e sono quindi già focalizzato sul prossimo progetto, che ovviamente in questo caso non è immediato perchè “La bussola e il cuore” sta andando molto bene nonostante non abbia network che lo propongono e non ci siano promozioni enormi, ma esiste un grande pubblico che da 50 anni mi segue e mi sostiene, perchè non ci siamo mai dati fregature, e tutto questo mi consente di poter fare un tour teatrale e di avere ancora tante frecce all’arco, non solo qui in Italia ma anche all’estero, dove in molti paesi sono conosciuto, come tanti altri miei colleghi, quindi ci muoveremo anche all’estero oltre che in Italia.
Ma di questi tuoi progetti non puoi ancora parlare?
E’ troppo presto, siamo ancora concentrati su di un disco che ci sta portando in tour, ma alla fine renderò pubblici i nuovi propositi. Ora è prematuro, ma l’importante è sapere che altre cose stanno bollendo in pentola.
Non voglio entrare in aspetti personali estremi, ma è cosa nota che tu abbia patito una enorme perdita: come si riversano certi dolori sulla propria musica… come si superano… come si reagisce… come hai reagito tu?
Non si superano in realtà. Non c’è modo di superarli, si va avanti e basta, si va avanti perchè c’è una famiglia e la vita deve proseguire, però non si supera assolutamente nulla, anzi…
Tutto questo naturalmente ha segnato il tuo nuovo lavoro…
Sicuramente sì, ascoltandolo con attenzione si trovano tracce dei miei attuali sentimenti, del mio momento.
Navigando in questo mare musicale insoddisfacente, hai trovato qualche giovane su cui punteresti, per talento e originalità?
Dei giovani posso dirti davvero poco, non perché non voglio, ma non li conosco davvero e alcuni non li capisco; l’ultimo che si è affacciato sulla grande ribalta è Tiziano Ferro, mi sembra che abbia delle belle capacità, e quindi ha un successo tutto meritato, anche se a Sanremo, cantando i pezzi di Tenco, qualche limite lo ha dimostrato, ma questo è naturale, parliamo di canzoni tanto lontane e capire e interpretare i brani distanti nel tempo, appartenenti a una cultura passata è difficile. Altro all’orizzonte non vedo, soprattutto perchè, per mia “colpa”, non sono informato e attrezzato in questo senso.
Ancora una cosa di carattere generale… liriche e musica: scuole di pensiero affermano che l’elemento sonoro arriva senza filtri mentre le liriche toccano il nostro razionale e quindi condizionano… tutto questo trova in parte conforto nel fatto che ci siamo innamorati dei brani dei Beatles e degli Stones quando non conoscevamo l’inglese e non c’era internet per l’immediata traduzione…
Beh, all’epoca eravamo molto ignoranti; oggi tanti ragazzi capiscono l’inglese ma questo è ancor più sorprendente, perché leggendo i testi di certi big d’oltreoceano vengono i brividi tanto sono terrificanti, soprattutto rispetto ai nostri che sono ricercati, e questo è poco comprensibile. Per tornare alla tua domanda ritengo che le due cose siano un’alchimia assolutamente imprescindibile: il testo è molto importante… spesso – ma non sempre – il testo fa la canzone, dà al brano un abbrivio decisivo, e così nasce un contatto forte con il pubblico che altrimenti non ci sarebbe, ma a volte accade anche il contrario, certe musiche entrano nell’anima e nel cuore della gente, a dispetto del testo, anche se molte volte i concetti vengono travisati; la gente fa proprie le canzoni e trova significati diversi rispetto alle vere intenzioni dell’autore, e mi è capitato innumerevoli volte di trovare variazioni rispetto ai miei intenti (magari un brano che presenta la fine di un amore viene utilizzato per un matrimonio!); giustamente la gente fa del nostro lavoro quello che gli pare, visto che noi lo rendiamo pubblico.
Ma non ti pare bella questa interazione tra l’artista e il pubblico, tenendo anche conto che spesso l’artista è criptico… mi viene in mente il De Gregori degli inizi che era incomprensibile…
Beh, è successo a volte anche con me: quanto scritto ne “Il suono” o “Cantare d’amore” spesso si capisce poco… anche lo stesso “trottolino amoroso” di “Vattene amore” non l’ha capito quasi nessuno, nel senso che questa citazione di Mozart è sfuggita ai più (“farfallone amoroso” di “Le nozze di Figaro” N.d.r.), e quindi sono testimone diretto del fatto che spesso la gente trova significati diversi rispetto a ciò che intendiamo, a meno che non sia una lirica semplice e quindi non ci sia nulla da interpretare. Se il teso è complesso si va incontro a questa “incomprensione”, che però io vedo come un fatto positivo.
Ma esiste ancora l’autore tradizionale? Un famoso artista a cui è stato domandato se avesse brani nel cassetto ha malinconicamente risposto che sì, esistono, e tanti, ma non c’è nessuno a cui proporli…
Sì, vero, anche io scrivo delle cose e non saprei a chi darle… infatti me le canto da solo!
E’ bello che sia tu a cantarle, ma è triste il fatto che sia difficile passarle ad altri!
E’ triste sì! Ma non si sa a chi darle, e non si sa neanche come scriverle se si pensa alle canzoni che vogliono cantare oggi i giovani. Io non sono disponibile a scrivere nel modo preteso dai network… io, come tanti miei colleghi, ho uno stile, un modo di espormi, di esprimermi, di concepire la musica, e questo è costato anni di fatica, gavetta, per cui non vedo perchè si debba diventare i sarti che costruiscono su misura secondo regole scritte da altri; l’arte del cucire su misura è nobilissima ma noi non siamo ne sarti ne calzolai e ne pizzicagnoli, noi lavoriamo d’istinto, con passione e tutto questo non si può inscatolare e comprimere.
Come dare torto ad Amedeo Minghi!?
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