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SERIE TV: LA LEGGEREZZA PESANTE DE “LA MAFIA UCCIDE SOLO D’ESTATE”

di: Alessandro Filindeu

Si è conclusa martedì 20 dicembre la serie televisiva ispirata al film di Pif (Pierfrancesco Diliberto) “La mafia uccide solo d’estate”, in onda su Raiuno in prima serata.

Ambientata a Palermo nel 1979, segue a grandi linee l’idea narrativa del film a cui si ispira, con lo stesso Pif come voce narrante: la vita di una famiglia media ma soprattutto della città vista attraverso gli occhi di un bambino di dieci anni.

Non è chiaro se si tratti di sincerità naif o di raffinata furbizia, ma appare evidente che il modo di Pierfrancesco di narrare i fatti sia gradevole e molto leggero, pur senza quelle fastidiose insistenze su aspetti macchiettistici o comunque sopra le righe di questo o quell’altro personaggio, molto in voga negli ultimi anni, che tendono a solleticare una fruizione esageratamente “generalista”delle fiction televisive, a discapito della scorrevolezza dell’impianto narrativo e dei contenuti, casomai ce ne fossero.

Merito di questo buon risultato è la sceneggiatura di professionisti ampiamente collaudati come Stefano Bises e Michele Astori, tecnicamente e formalmente correttissima, la regia di Luca Ribuoli, avvincente e ritmata ma senza essere minimamente assillante, i costumi di Eva Coen, perfettamente in linea con il periodo storico, coadiuvati inoltre da un sapiente uso delle auto dell’epoca nelle riprese in esterno e da una convincentissima ambientazione in interni.

La leggerezza di questo prodotto è in realtà solo un fatto di fruizione, in realtà siamo in presenza del grande merito di proporre dei contenuti importanti in modo lieve e per questo più efficace e meritevole: il ricordo del povero Mario Francese e soprattutto un personaggio come il grande Boris Giuliano, magistralmente interpretato da Nicola Rignanese, mitico investigatore crudelmente assassinato e di cui a malapena i media di massa hanno riportato in tutti questi anni un’unica vecchia foto, ci viene proposto in una veste quotidiana, umana ma a cui inevitabilmente ci si affeziona, un affetto tardivo ma pienamente dovuto ad un uomo di questo spessore.

Di rimando viene tratteggiata anche la parallela vita dei temibili boss mafiosi del tempo e dei loro fiancheggiatori , nell’apparente “normalità” che li contraddistingueva, in quel sordido mix di rispettabilità e di apparenza che da sempre costituisce una vergognosa copertura per l’attività di Cosa Nostra.

Un ulteriore nota di merito per la caratterizzazione dei personaggi, dai comprimari ai principali, nelle interpretazioni del sempre talentuoso Claudio Gioè, le brave Anna Foglietta (una continua conferma) e Angela Curri, i frizzanti e ironici Francesco Scianna e Valentina D’Agostino, gli splendidi baby attori Edoardo Buscetta e Pierangelo Gullo, il grandissimo Nino Frassica,

Apprezzabilissima, come del resto nel “Commissario Montalbano”, la scelta di far lavorare come co-protagonisti dei solidi professionisti di formazione teatrale, oltretutto madrelingua o quantomeno di origine meridionale.

La serie tratteggia così bene la vita di una famiglia normale di fine anni ’70 da lasciare ancora una volta il dubbio che forse allora si vivesse meglio, con molte meno cose, meno tecnologie, meno quantità esorbitanti di informazioni perlopiù inutili se non false o disoneste, ma con più curiosità e più passione.

Nel frattempo rimane anche la curiosità di vedere Pierfrancesco all’opera con altre tematiche, speriamo in cammino verso altri bei risultati, ma con la gradevolezza e lo spessore di queste narrazioni come notevole biglietto da visita.

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