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GIORGIO LANEVE: un gradito ritorno con “La mia più bella storia d’amore sei tu”- RECENSIONE

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Voto Autore

di Claudio Ramponi

PREMESSA
Bisogna scrivere la recensione dell’album di questo nuovo artista, ci pensi tu?
-Certo, mandami il materiale.

Giorgio Laneve, nato a Milano nel 1946…
Ricordo bene la sua partecipazione al Disco Estate 1970 ottenendo un discreto successo con “Amore dove sei?“, canzone che mi risuonava continuamente in testa durante le quotidiane attese al parco, negli infuocati pomeriggi estivi, della ragazzina di cui mi ero innamorato, per la prima volta…

Ricordo anche un articolo sulla rivista “Giovani” in cui appariva in sella ad una Moto Guzzi V7 Special (altro desiderio agognato e proibito a quell’età) in compagnia del suo mentore Georges Moustaki, che ne parlava in termini lusinghieri paragonandolo a grandi esponenti del cantautorato francese quali Jacques Brel e Georges Brassens.


Poi gli album “Amore e leggenda” (1971), “Un poco abitudine” (1973), la partecipazione al Club Tenco nel 1974, qualche sporadica apparizione televisiva, il suo nome tra gli autori di una canzone di Ornella Vanoni (“Il male di vivere”, cover di “Le mal de vivre” di Barbara) brano che suonavo con la prima vera orchestra professionale, con tanto di cantante femminile, di cui feci parte nel 1975.

Dopo di che ne persi le tracce.

Leggendo la sua biografia apprendo di altri due suoi album:

Viva fantasia (1975), interamente composto da canzoni per bambini che venne introdotto nelle scuole come “altro momento espressivo ed alto valore didattico” da cui fu tratto il singolo “Può bastare una canzone” (il cui ricavato venne devoluto all’UNICEF), con cui ottenne il Premio della Critica Discografica Italianaper la garbata vena poetica con cui l’autore ha saputo trascendere la realtà quotidiana dei più piccoli” ed il Premio Nazionale del Paroliere;

“Accenti” (1977) di cui però non ho riscontrato alcuna nota significativa.

Del 1980 la sigla della trasmissione televisiva “L’ispettore Nasy” pubblicata come singolo dalla RCA.

Per anni è stato ideatore e protagonista del programma educativo per bambini “La Gazzetta, del puzzle” trasmesso dalla Televisione Svizzera Italiana.

RECENSIONE

Ora mi ritrovo sulla scrivania questo suo nuovo albumLa mia più bella storia d’amore sei tu” (distr. Universal), 13 brani composti o tradotti ed adattati dal francese dallo stesso Giorgio.

Nonostante gli anni trascorsi la voce è sempre fresca e ben definita, una voce che sa raccontare e che si ascolta con piacere.

Un album nuovo, ma antico allo stesso tempo, realizzato alla vecchia maniera, nello stile del miglior cantautorato anni ’70: voce in primissimo piano, chitarra acustica in evidenza, oltre ad un’orchestrazione d’archi, ottoni e strumenti classico-barocchi con pregevoli arrangiamenti accurati ed essenziali.

Purtroppo tra le note in mio possesso non è presente alcun accenno all’arrangiatore cui va un plauso per l’ottimo lavoro.

Si comincia con “Lillà (Via Scaldasole)” un leggero e gentile madrigale in 3/4 che contrasta con la crudezza della storia di una ragazza cresciuta come un lillà tra le macerie lasciate dalla guerra che viene adocchiata e colta dal “più bel fusto del quartiere” del quale s’innamora, ma lui la costringe al mestiere più antico del mondo e quando lei si ribella la strangola con la sua stessa sciarpa frusciante.

La mia più bella storia d’amore” è l’adattamento in italiano del brano “Ma plus belle histoire d’amour c’est Vous” della cantautrice francese Barbara.

Traduzione fedele in cui Giorgio si cala adattandola al proprio personaggio in modo elegante e credibile, facendo propria la canzone.

Introdotta da una fisarmonica musette che ci trasporta con la fantasia sulle rive della Senna, pregevole e ben scritto l’arrangiamento degli archi che armonizza e  colora di toni struggenti le strofe del brano.

Una vita alla ricerca dell’amore perfetto, tra illusioni, errori e storie senza futuro, ma una sera di settembre…

Morvan”  scritta in coppia con G. Bobbio, ispirata dalla poesia “Breus” di Giovanni Pascoli, è la storia di un giovane aspirante Cavaliere del Re che realizza il suo sogno in un tempo lontano, lontano…

Anche in questo brano una pregevole orchestrazione con flauto dolce, clavicembalo, fagotto, corno francese, ottoni ed archi in bella evidenza a sottolineare l’atmosfera medievale; oltre all’onnipresente chitarra acustica.

La solitudine” (niente a che fare col brano della Pausini) è un altro adattamento di un brano di Barbara, “La solitude“.

Elegantemente introdotta da pianoforte e violoncello che ritorna a duettare in contrappunto con la voce recitante nella terza strofa, rilevato nelle successive dalla fisarmonica musette e quindi con l’intera sezione d’archi nella strofa finale.

Gli amici del signore” adattamento di “Les amis de monsieur” altro brano tratto dal repertorio di Barbara, scritto da Cellarius/H.Fragson, una boccaccesca storia di un non meglio identificato signore benestante che s’incapriccia della propria apparentemente ingenua giovane domestica, facendole delle avances, ma la ragazza si rivela non essere poi tanto ingenua, in un’escalation di maliziosità fino all’impertinenza della rivelazione finale…

La dama bruna” adattamento de “La dame brune” di George Moustaki e Barbara .

Una barcarole cantata in duetto con voce femminile di cui purtroppo non si fa menzione nelle note di copertina, una parte che avrei visto bene interpretata da Adriana “Adrienne” Spuria, cantante siciliana che ricorda parecchio nella voce, nell’aspetto e nello spirito la fascinosa interprete transalpina.

Traduzione ed adattamento fedeli all’originale, come pure l’arrangiamento e l’orchestrazione.

Mia radice” scritta in coppia con G. Bobbio, forse il brano più debole dell’album, sembra pensato e scritto in funzione di una qualche sigla televisiva anni ’80 in uno stile che ricorda il Maestro Pippo Caruso.

La leggenda del buon pastore” storia d’altri tempi in cui si narra di un giovane pastore che serve fedelmente il proprio signore sperando di aver in cambio la mano della figlia Maria di cui è innamorato, ma il signore approfitta dei suoi sentimenti per legarlo al proprio servizio di sette in sette anni fino a che “in cuore gli si apriva una ferita, che se lungo è l’amore, corta è la vita”…

In questo brano è il flauto a farla da padrone ricamando preziosi intrecci in contraltare alla voce narrante.

Il vertice” cruda parodia in cui il corvo, l’avvoltoio, lo sciacallo e la iena simboleggiano i potenti che decidono il destino del mondo, accordandosi sulla spartizione dello stesso per soddisfare il proprio avido interesse, “abili a trar vantaggio dalle sventure altrui“.

Tua figlia ha vent’anni” traduzione ed adattamento di “Votre fille a vingt ans” di Georges Moustaki, delicato quadretto in cui un uomo maturo descrive, parlandole in prima persona, una madre che ha visto crescere la propria figlia da bambina ad adolescente e che ora, diventata ormai donna, si appresta ad affrontare la propria vita staccandosi da lei.

Il male di vivere” traduzione ed adattamento di “Le mal de vivre” di Barbara, il brano che aveva tradotto per Ornella Vanoni nel 1974, inserito nell’album “La voglia di sognare”.

È forse il brano più intenso e sentito dell’album, la voce profonda di Giorgio, sostenuta da un coinvolgente arrangiamento in cui spiccano pianoforte, fisarmonica musette, flauto ed archi, conferisce un adeguato spessore al testo che racconta il disagio dell’affrontare quotidianamente gli alti e bassi della vita.

Botta e risposta” è il brano più breve dell’album, poco più di un minuto (1:11), ma molto interessante perché si tratta di un provino del 1974 che ci fa notare quanto la voce di Giorgio sia rimasta fresca ed intatta nonostante i 42 anni trascorsi, giusto un po’ più piena.

Con un’introduzione di chitarra classica che ricorda il canto natalizio “Gloria in excelsis Deo” sembra piuttosto un abbozzo di canzone messo in un cassetto con l’intenzione di svilupparlo successivamente e dimenticato lì…

C’era una volta“, scritta con G. Bobbio, è invece il brano più lungo dell’album (6:17) ed una degna chiusura dello stesso. Inizia in sordina, la voce accompagnata da due chitarre arpeggiate, ma dopo le due strofe di esposizione del tema parte al ritmo di country rock, con tanto di slide guitar in sottofondo a far da contraltare alla voce che in toni garbati e parole semplici racconta la storia dell’evoluzione della razza umana come un buon maestro la racconterebbe ai suoi giovani allievi.


Un gradito ritorno dopo anni di silenzio, un album lontano dagli attuali standard di radiofonicità, ma che appunto per questo e per la sua genuinità potrebbe distinguesi e venire apprezzato dal pubblico nella “kermesse” (magari ad Alberto Salerno piacerà di più “bailamme” :-D) di proposte del mainstream, come una ventata d’aria fresca in un torrido, opprimente ed asfissiante pomeriggio estivo trascorso in una fonderia.

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Claudio Ramponi
Claudio Ramponi Cremona 08-08-1956 Comincia a studiare musica all'età di 8 anni presso la Banda Musicale Cittadina di Romagnano Sesia. Nel 1971 forma il gruppo Pick-up con Franco Serafini e Claudio Allifranchini. Nel 1973 sempre con i Pick-up collabora con l'Orchestra di Luciano Fineschi ed inizia a studiare basso e chitarra classica col M° Antonio Mastino. Nel 1974 con i Museum inizia professione di musicista suonando nei principali dancing del Nord Italia. Nel 1975 passa con i Fango (che cambieranno poi il nome in Fantastic Big Orchestra e quindi Fragola & Panna) restandoci fino agli inizi del 1978, dovendo interrompere causa servizio militare, prestato nella Fanfara della Brigata Alpina Taurinense in cui suona il trombone a coulisse. Nel 1979 entra a far parte dei Panda appena prima della scissione del gruppo e con i fuoriusciti membri forma il gruppo Everest con cui registra per la PolyGram Italiana il singolo "Hey città / Park Hotel". Nel 1982 scrive gran parte dei testi per l'album di esordio di Franco Serafini, tra cui il singolo "Se ti va cosí". Nel 1984 si iscrive al Conservatorio Antonio Vivaldi di Novara dove studia contrabbasso per 2 anni col M° Giorgio Giacomelli e consegue la Licenza di Teoria e Solfeggio sotto la guida del Mº Gabriele Manca. Dal 1986 al 1997 lavora come bassista freelance con diversi gruppi ed orchestre tra cui Kalliope, Working Brass, Cabarock, Diego Langhi Big Band, Claudio Allifranchini Big Band, Daniele Comoglio Quartet. Collabora inoltre con la Vetriolo S.r.l. alla realizzazione di jingles pubblicitari in onda sui principali network nazionali. Nel 1991 conosce Raffaele Fiore e con lui collabora alla realizzazione dei testi ed arrangiamenti oltre alla produzione dell'opera rock "4uattro" portata in scena in diversi teatri del novarese tra cui il Faraggiana di Novara, il Silvio Pellico di Trecate ed il Comunale di Oleggio. Contemporaneamente collabora come polistrumentista con la Compagnia La Goccia di Novara per le rappresentazioni teatrali dei musical "Jesus Christ Superstar", "Hair", "Tommy" e diversi Concerti Tributo ai Beatles. Inoltre si unisce, in qualità di corista, al gruppo A Fourty One che allestisce un mega tributo ai Queen con due gruppi contemporaneamente sul palco ed un coro di 20 persone, portato in scena in diversi palasport, teatri e locali di Piemonte e Lombardia tra il 1992 ed il 1995. Nel 1997 si trasferisce a Tenerife, Isole Canarie, dove tuttora risiede esercitando la professione di musicista nei principali hotel.

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