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Saverio Grandi, un songwriter puro con ancora il desiderio di dire cose -INTERVISTA

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di Athos Enrile

Un peculiarità del nobile mestiere di autore, se parliamo di musica, è quella che spesso il nome altisonante non ha un volto conosciuto… è qualcosa che gira e rigira, si ascolta in più occasioni, ma poi il viso non compare in automatico, e al grande pubblico resta l’interprete, quello che ci mette la faccia. Credo che Saverio Grandi non sfugga a questa regola, nonostante il suo ricco curriculum.

Quale?

Basta raccontare che ha vinto il più recente Festival di Sanremo con gli Stadio? O parlare dei suoi successi con Vasco Rossi e la Laura Pausini? E poi Eros Ramazzotti, Fiorella Mannoia, Gianni Morandi, Patty Pravo… una lista lunghissima.

Ho avuto l’opportunità di chiacchierare con lui, persona disponibilissima e semplice, nonostante i risultati ottenuti siano di quelli da… far girare la testa! Leggiamo il suo pensiero.


Approfitto della tua esperienza e competenza per chiederti cosa pensi del ruolo dell’autore nel 2016, soprattutto se rapportato a quella che era la sua funzione ai tuoi esordi.

Risposta difficile, tutti noi dobbiamo tenere conto che i tempi e le cose cambiano. Una volta era molto diverso e quando ho incominciato, nel 1988, sono stato fortunato perché ho subito pubblicato cose rilevanti, in Italia e all’estero, ma c’era la netta sensazione che quello che stavi facendo fosse importante, più di quanto non lo sia attualmente.

Oggi ho un po’ la percezione che quando uno scrive un brano, bello o brutto che sia, ci siano troppi passaggi da fare tra il momento in cui si sviluppa una canzone e il momento in cui questa arriva all’orecchio dell’artista. In mezzo ci sono altri due o tre momenti di filtraggio a cui un autore si deve sottoporre, sicuramente meno eleganti, e quindi è molto complicato oggi cercare di mantenere una canzone onesta e sincera fino in fondo, perché anche se hai una buona idea le variabili sono talmente tante, prima che la canzone sia pubblicata, che è difficile che tu non ti faccia influenzare. I momenti intermedi hanno preso tanta, troppa importanza rispetto a quanto accadeva qualche anno fa.

In tutto questo c’entra anche la tecnologia?

Da una parte la tecnologia ha portato indubbi vantaggi, ma gli svantaggi sono notevoli. Se da un lato aiuta e velocizza il lavoro, dall’altro, come diceva Moby in un bellissimo esempio relativo all’uso della macchina da presa, oggi chiunque può pensare di essere Scorsese facendo un film dal suo telefonino. Questa cosa ha portato ad una situazione anomala per cui chiunque può pensare di fare musica, e questo mi sta bene, perché il fatto che tutti possano creare, anche con pochissima spesa, è molto bello, visto che i dischi possono essere fatti in casa. Ma se da un punto di vista compositivo questo è un bene il danno che si è fatto alla musica è evidente. Giusto ieri guardavo le classifiche di vendita mondiale e c’era Bon Jovi al primo posto con 140 mila copie vendute, che è il massimo delle copie vendute nel mondo in una settimana, che non sono niente rispetto a quello che avveniva prima. Ci sono alcune eccezioni, tipo Adele, Sam Smith o Ed Sheeran, ma è certo che la musica, così come la intendono io, non esiste più. La musica vissuta da quelli della mia età – e io non sono proprio vecchio! – non potrà più esistere, perché le persone si sono convinti che la musica deve essere gratis.

Eppure c’è stato un tempo lontano in cui esisteva il rito del vinile, supporto di estrema qualità ma associato ad una fruizione più umana e socializzante, e il vinile sta tornando prepotentemente di moda…

Sì, Il vinile come supporto era un’opera d’arte, dalla copertina al contenuto. Oggi la musica non è più questo, è più divertimento, e anche quando è di qualità viene fruita in un altro modo, ha una scopo e un ruolo più da intrattenimento che da opera, si fa e si ascolta in vari contesti. Certo, il vinile sta tornando, anche se per un pubblico prevalentemente amatoriale, ma se davvero tornasse in voga ne sarei felice.

Torniamo a te… i ruoli che hai ricoperto nel mondo della musica sono molteplici e di fatto hai operato anche come produttore e musicista: qual è la veste in cui ti senti più a tuo agio?

Io sono soprattutto un autore, un songwriter, in America ti chiamano così quando scrivi testo e musica. Poi posso fare anche il produttore ma è più pesante, non tanto quando si decide con l’artista cosa fare, ma è il ruolo di produttore da studio, quello che aggiusta i suoni, che per me è noioso. A me piace scrivere canzoni e penso che si la cosa che riesco a fare con più facilità… e mi piacerebbe continuare a fare questo. Poi ho anche fatto il produttore degli Stadio per esempio, ma scrivere canzoni è la cosa in cui mi sento più a casa.

Ripensando alla tua storia… quando è che uno che fa il tuo mestiere potrebbe dire “io sono arrivato”? E’ questione di soldi, visibilità o cos’altro?

Bella domanda, tanto bella quanto difficile da soddisfare. Io mi sono sentito arrivato nella mia semplicità quando nel 1988 ho pubblicato un pezzo per Raf, cinque per gli Stadio e uno per un cantante messicano che si chiamava Emmanuel; oggi non mi sento arrivato, anche se ho pubblicato più di 300 canzoni e 100 singoli, perché dentro di me penso di avere ancora qualcosa da raccontare, e penso di poterlo fare perché ho avuto una vita ricca. Per un autore la cosa più importante penso sia quella di avere ancora il desiderio di dire cose indipendentemente dall’età che ha. Dipende da cosa uno ha dentro. Io ora sto partendo per vivere un’avventura americana: ho deciso un paio d’anni fa di trasferirmi negli Stati Uniti perché mi piace quel tipo di situazione e questo può essere un grosso stimolo ed una nuova sfida.

Come descriveresti la vittoria a Sanremo, quest’anno con gli Stadio… apice o momento di passaggio?

Da un certo punto di vista è stato l’apice, una sorta di segnale; gli Stadio non erano più considerati importanti dal punto di vista commerciale, e quindi è stato bello. Ma penso anche che poi, da ciò che accade a Sanremo, ci si aspettino cose che spesso non arrivano, perché Sanremo è un’isola a parte dove vengono presentate canzoni e idee e dove vengono raccontate storie; a noi quest’anno è andato tutto bene e quindi lo vedo come un segno positivo; è anche vero che non cambia niente però, le difficoltà nel far recepire le tue cose sono le stesse e il mercato è lo stesso. Quindi sono stato contento per certi versi e penso sia stata un’esperienza veramente felice, e poi la vita continua, e tutto dipende dalla tua voglia di fare, e io voglio fare indipendentemente da cosa è successo nel febbraio scorso.

Hai scritto brani di enorme successo, interpretati da Vasco, dalla Pausini e molti altri  ma… esiste una perla che, secondo te, non  ha ricevuto la luce che avrebbe meritato?

Sì, non tanti ma ce ne sono alcuni che avrebbero potuto avere più visibilità, ma in realtà io sono stato fortunato e non mi lamento. Forse l’unico brano su cui potrei avere delle riserve, anche se attraverso gli Stadio ha avuto una certa notorietà, si chiama “Equilibrio instabile”, che avevo scritto per me (non che volessi fare il cantante in modo serio, ho fatto dischi ma per gioco), e se fosse stato cantato da Vasco Rossi – che era l’artista per quale era stato scritto – sarebbe diventato probabilmente importante.

Ripeto la domanda con modalità diversa: c’è qualche giovane che hai conosciuto che avrebbe potuto ottenere di più, per talento, carattere e originalità?

Sicuramente Virginio Simonelli, che pure ha vinto “Amici” e ha partecipato a un Sanremo due o tre anni prima: è un super artista, bravissimo cantante, scrive da Dio ed è una bravissima persona. Non so perché le cose non siano andate nel modo giusto, Virginio è un musicista completo, lavora e scrive bene, ha una bella immagine ma avrebbe meritato di più.

Ho visto una tua video intervista in cui indossavi una maglietta dei Ramones e la questione nasce spontanea: quali sono i tuoi amori iniziali? Il rock ti appassiona?

I miei amori sono semplici e sono la colonna sonora della mia vita. Sono i Ramones, i Depeche Mode, più gli Stones dei Beatles – mi piace più  John da solo -, ma anche gli AC/DC. Poi ci sono tante altre cose che mi hanno colpito, anche nella branchia della musica fusion, ma sulla mitica torre diciamo che lascerei Rolling Stones e Depeche Mode.

Classica domanda nostalgica: se tornassi indietro cambieresti qualcosa della tua vita?

No, ho fatto tutto quello che volevo fare, sono uno degli autori più maleducati in circolazione perchè ho sempre detto quello che pensavo, e questo ad alcuni non è piaciuto. Ho sempre fatto tutto quello che mi andava cercando di evitare i compromessi e non cambierei nulla di quanto ho fatto.

Che cosa hanno rappresentato per te i Taglia 42, con cui hai anche partecipato al Festival di Sanremo?

A dire la verità nulla, un gioco che poteva durare di più, ma comunque un gioco, un divertimento rispetto a quello che ho fatto poi. Facevamo musica piacevole ma leggera, non mi aspettavo di entrare nella storia della musica italiana e infatti questo non è avvenuto, giustamente.

Domanda d’obbligo per chi fa il tuo mestiere: mi dai un giudizio sui Talent?

Non mi sottraggo! I Talent hanno offerto delle possibilità a chi voleva fare questo lavoro, ma da un altro punto di vista non ritengo credibile che esistano persone che, non avendo esperienza, abilità o qualifiche specifiche, vengano definite talenti, e non mi riferisco ad un “Talent” in particolare. Si è talenti quando si è dimostrato qualcosa nel corso di un quinquennio o un decennio, se hai realizzato cose importanti. Non si può definire un genio qualcuno che piace a te. I Talent rappresentano una possibilità che poteva essere usata bene – e in certi casi lo è stato, perché ci sono stati aspiranti talenti che sono poi diventati veri artisti – e la storia ha detto che dalle tante edizioni realizzate – 12, 14 o 15 – non è uscito un numero cospicuo di elementi che si possano definire fuoriclasse. Personalmente vorrei che le selezioni fossero più serie, rispettando di più la musica, e allora forse questi giovani si potrebbero anche non chiamare talenti, ma magari diventerebbero degli artisti.

Per concludere, mi parli dei tuoi progetti imminenti?

Io amo l’America  e non so dirti perché, per me è un mito, io sogno quella roba lì; sono stato per qualche mese all’anno in vacanza e poi ho deciso di provare a fermarmi come cittadino, con tanto di famiglia, per cercare di capire come ci si vive, visto che per fortuna mi hanno dato la carta verde per meriti speciali. Detto questo mi piacerebbe restarci qualche anno e poi fare un bilancio. Partirò ora per tre mesi e dalla prossima estate mi trasferirò a Los Angeles. Quindi voglio provare a capire com’è la realtà americana da “quasi americano” e poi vorrei provare – cosa che ho già fatto -, a proporre qualcosa ad artisti americani, inglesi o anglofoni, vedremo poi cosa succederà. E se non accadrà niente alla fine andrà bene lo stesso; sai, in questo lavoro serve capacità innata ma anche una buona dose di fortuna, devi trovarti nel posto giusto al momento giusto. Una nuova avventura quindi, un’esperienza della mia vita che è stata sino ad oggi ricca di eventi positivi e fortunata.

E noi aspettiamo i tuoi nuovi brani realizzati oltreoceano!

 

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